2037 The future is our present. Post cronaca (molto personale) di TEDxRoma 2017

«Il Centrosud è in coma. È incapace di reagire». La sentenza tombale è del giornalista americano seduto accanto a me nell’affollata platea dell’Auditorium della Conciliazione dove sta per iniziare l’edizione 2017, la quarta, di TEDxRoma. Per quanto l’affermazione si presti a inaugurare una puntuale ricapitolazione dei cronici mali italiani con il mio gentile interlocutore, stavolta provo un senso di sconforto. Vorrei controbattere. Dire che non è vero. Dire che anche nel Belpaese siamo in grado di ragionare di robotica, cyber security, di nuove terapie genetiche, urbanistica sostenibile, algoritmi, intelligenza artificiale, statistica predittiva e di diffusione di buone pratiche ad alto impatto sociale. Dire insomma che ci sforziamo di agire, reagire, progettare e investire a lungo termine sfuggendo le logiche politiche grette e di stampo assistenzialistico.

Il mio sussulto patriottico, però, dura poco. Rinuncio quasi subito alla mia appassionata autodifesa perché nelle mie orecchie sento chiarissima l’eco dei discorsi che mi capita sempre più spesso di fare a proposito del basso livello dell’attuale dibattito pubblico e sul generale rifiuto da parte delle persone di confrontarsi con l’idea stessa di complessità in favore di approcci semplici e semplicistici ai problemi che abbiamo di fronte. Ovviamente è una generalizzazione, non voglio peccare di qualunquismo, eppure a me quella della banalizzazione pare una tendenza in preoccupante consolidamento.

Io la complessità la cerco e la coltivo con la convinzione che sia una caratteristica intrinseca della realtà e delle relazioni fra esseri viventi. La considero il segno che tutte le cose sono vive e collegate tra loro. Un concetto che contiene in sé l’idea di una responsabilità più grande, collettiva, presente e futura. Starne fuori non ha senso.

Per fortuna, la complessità al TEDx è benvenuta. La “super conferenza” che porta sul palco speaker da tutto in mondo e, soprattutto, le loro «ideas worth spreading», idee cioè che meritano di essere diffuse, è un’occasione preziosa. Un’opportunità piuttosto rara di conoscere realtà alternative, innovazioni e ambiti di ricerca che difficilmente ciascuno di noi potrebbe incrociare rimanendo dentro i confini della propria “bolla”.

Ascoltare per un’intera giornata a due passi dal Vaticano scienziati, ricercatori, artisti e professionisti della comunicazione parlare di ciò che ancora non c’è è una boccata di ossigeno. Perciò, fedele alla mia natura curiosa, mi gusto uno dietro l’altro gli interventi dei sedici speaker in programma seguendo il filo comune di una visione tecnologia e umanistica insieme che porta a immaginare il mondo del 2037, a vent’anni da oggi.

La prima sessione, intitolata “Confini porosi”, contiene già un’idea precisa: quello che noi chiamiamo Progresso è il risultato di contaminazioni naturali, l’esito di movimenti osmotici tra realtà meno definite e distinte di quanto siamo portati a pensare. Contaminazioni che toccano, ad esempio, chi lavora per progettare gli spazi comuni e le infrastrutture delle città del futuro dando allo stesso tempo una dimensione più umana e sostenibile alle megacities già esistenti (a proposito, lo sapevate che anche le città hanno un “metabolismo” e che Delhi ha 46 milioni di abitanti?). Toccano, però, anche l’arte, portatrice di messaggi di pace e integrazione culturale, e anche chi si occupa della questione energetica sforzandosi di definire nuovi modelli di alimentazione, stoccaggio e condivisione dell’energia superando la logica ristretta e inefficiente dei confini geografici.

Sorprendentemente, scopro anche qualcosa in più sul Frankenstein di Mary Shelley. Conoscevo la storia dietro la sua composizione e la scommessa tra scrittori che ne accompagnò l’ideazione in una cupa residenza di Ginevra durante la piovosa primavera del 1816. Quello che non sapevo, però, era che il 1816 («l’anno senza estate») fu un reso ancora più lugubre dall’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, che oscurò con le sue nubi di cenere i cieli di mezzo mondo.

Dobbiamo forse Frankenstein ad un vulcano? Chi lo sa…

La seconda sessione “Mondi fluttuanti” raggiunge il culmine con due interventi diversi ma accomunati dall’esigenza pressante di riflettere sugli interrogativi etici sottostanti. In poco più di un quarto d’ora apprendo che le terapie mediche del futuro saranno personalizzate e in grado di colpire gli agenti patogeni in maniera mirata. Ascolto un ragazzo di trent’anni parlare di optogenetica e di nutrigerontologia, un campo di ricerca che si è inventato lui, di CRISPR-Cas9, una tecnica di editing genetico in grado di riprogrammare (letteralmente) il DNA in modo da escludere errori e predisposizioni a malattie croniche o patologie gravi. Un “taglia e cuci” che sposta sensibilmente i confini di ciò che oggi chiamiamo cura o medicina facendoci entrare direttamente in una «second biotech age» dalle potenzialità infinite e non pienamente prevedibili.

Mezz’ora dopo ascolto un ricercatore italiano interagire con il viso di una donna proiettato su uno schermo gigante. Lui è umano, lei è una intelligenza artificiale di nome Crystal che impara in maniera dinamica, cioè da sola (DA SOLA!).

Mi pongo delle domande. Decine di domande.

Dove ci può portare tutto questo? Ci rendiamo davvero conto di cosa abbiamo tra le mani? Siamo davvero preparati ad affrontarlo? I benefici di queste ricerche e di queste nuove tecnologie saranno a disposizione di tutti o solo di una ristretta cerchia di privilegiati dominanti? Abbiamo chiaro che non si tratta solo delle “macchine che si guidano da sole” ma che è in gioco la nostra sicurezza e la qualità della vita che condurremo tra pochi anni? A giudicare da ciò che mi aspetta fuori da questo auditorium, forse ancora no.

Gli stessi interrogativi, anche se in forme e aspetti diversi, ritornano anche nel blocco successivo di interventi intitolato “L’utopia di un futuro positivo”. Tornano soprattutto quando una giovane imprenditrice italiana (evviva!) esperta di modellistica predittiva e Data Science invita il pubblico a fare un semplice esperimento con il telefonino: aprire un browser e cercare per immagini la parola “ceo”. Quello che viene fuori è il mondo così come lo vede il web: un mondo fatto e plasmato da soli uomini, bianchi, possibilmente piacenti. Nessuna traccia di donne, portatori di handicap o persone appartenenti a minoranze. Di qui la domanda: quale realtà vogliamo venga rappresentata dal web? A chi (e secondo quali principi) dobbiamo lasciare le chiavi d’accesso della digitalizzazione del sapere e delle nostre vite?

Quesiti importanti ai quali la società civile globale dovrà dare le sue risposte con la consapevolezza che il mondo vero, quello fatto di persone e opportunità da valutare e cogliere, è più ricco e diversificato rispetto a ciò che ci restituisce una SERP. È diverso anche da ciò che un domani ci restituirà l’Intelligenza Artificiale applicata alla ricerca di dati e informazioni perché quello che fa, imparando dinamicamente, è «amplificare il pregiudizio» dominante in un momento X schiacciando le differenze.

In sintesi la questione è la seguente: se riconosciamo che dall’elaborazione delle informazioni dipende la selezione di opportunità di crescita, educazione, professionalizzazione alle quali attingeremo (e quindi la nostra realizzazione nel senso più ampio del termine), la sfida del futuro sarà quella di impegnarci a promuovere un controllo etico dell’AI affinché essa stessa sia «planetaria, collettiva e veramente inclusiva». Dobbiamo assicurarci che le tecnologie di domani sapranno scegliere tra il giusto set di alternative.

E poi ovviamente c’è la politica, la riflessione sul modo in cui sceglieremo di vivere e convivere nei prossimi decenni. Se oggi sembra inadeguata, vuol dire che andrà rifondata su basi diverse, su un «nuovo contratto sociale».

A questo punto, dopo aver esplorato le potenzialità delle tecnologie che abbiamo in mano adesso e dopo aver delineato mentalmente i binari sui cui definiremo l’etica che ne guiderà l’utilizzo, la conclusione migliore mi sembra l’invito del famoso psicologo americano Philip Zimbardo, l’ultima voce che sento a TEDxRoma: adoperarsi attivamente per opporsi al male e alla mediocrità in tutte le sue forme; fare il primo passo per spronare gli altri quando le cose non vanno per il verso giusto; alimentare il cambiamento anche quando le probabilità che si verifichi sono basse.

Adoperarsi, insomma, per porre fine al “Coma”.