La Storia è complicata, la politica è semplice. Del perché la crisi non si risolve con Renzi

La colpa. Si cerca sempre la colpa. Di qualcuno, o di qualcosa. Se l’Italia arranca, non gira, non gliela fa, perde colpi a livello internazionale, politico, economico arriva sempre il politico di turno, che si chiami Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo, persino Monti nel suo piccolo, che spiega con sicumera che è la colpa sta lì, in quella roba lì, o in quel gruppo sociale. E quindi la colpa del disastro viene gioiosamente attribuita alla burocrazia, allo statale ignavo, al liberismo da applicare più severamente, agli immigrati, alla Kasta che rosica stipendi d’oro, o al Senato che deve essere di corsa abolito e riformato per referendum, perché altrimenti sarà uno sfacelo.

Non è che lo facciamo solo noi questo giochetto, beninteso. Anche la Brexit in fondo è figlia del medesimo modo di raccontare gli eventi: per anni in Inghilterra alcuni hanno sostenuto che la colpa di tutto era dell’Europa, mostro ciucciasoldi che limitava la potenza britannica. A furia di sentirselo dire, gli Inglesi ci hanno creduto ed hanno deciso di andarsene via. Salvo scoprire qualche giorno dopo che i problemi scatenati dall’uscita possono essere persino più grandi di quelli che si risolvono sbattendo la porta.

Il punto fondamentale da sottolineare è che la politica e la storia sono due cose molto differenti. La politica è semplice e dicotomica, come tutte le cose di pancia, in fondo, la Storia è complessa.

In politica ci sono i problemi e la politica dovrebbe essere l’arte di trovare delle soluzioni. Il politico necessita, se vuole fare bene il suo lavoro, non di una mente semplice, ma di una mente capace di sintetizzare, che è diverso dal semplificare. Deve saper individuare i punti che non vanno ed intervenire con le sue azioni su di essi. Il problema è proprio lì: che sono “i punti“. Al plurale.

La realtà è complessa. Per ogni evento non c’è mai una singola causa. È una delle cose che ti insegnano nelle prime lezioni dei corsi di storia all’università. Se trovate uno che dice la tale guerra, rivoluzione etc. è scoppiata per questo motivo, e ne indica con sicumera uno solo, o vi racconta che un paese è diventato potente o andato a rotoli per colpa dell’azione di un singolo personaggio, state certi che avete di fronte un cretino.

I paesi, le economie non si bloccano o ripartono solo perché un tizio riesce ad arrivare al potere, o perché adotta un provvedimento o un pacchetto di leggi, o muta un particolare singolo. Un paese riparte perché, alle volte pure per caso, in un dato periodo si condensano una serie di fattori positivi che si influenzano l’uno con l’altro, e si rafforzano a vicenda. Augusto non fondò l’impero da solo, o perché era il nipote di Giulio Cesare, o perché era uno straordinario figlio di buona donna con pochi scrupoli, con una moglie fredda e spregiudicata e una cricca di amici di vaglia. Tutte queste cose furono fattori che seppe magari sfruttare al meglio, ma sarebbero state quasi nulle se il momento per tentare la sorte non fosse stato per mille altri fattori quello migliore: se Antonio non fosse stato un sostanzialmente un cretino, il Senato esasperato da più di un secolo di guerre civili, le élite romane e provinciali pronte ad accogliere un princeps senza fare tante storie, l’impero troppo esteso per non richiedere una guida unica… e di fattori, a scavare con attenzione, se ne potrebbero trovare altri cento.

In un’altra epoca storica, con fattori mutati, Augusto sarebbe stato un idiota qualsiasi. Alcuni personaggi della Tarda Antichità non erano né più stupidi di lui né meno coraggiosi e spregiudicati, ma non riuscirono a combinare una cippa. Le circostanze non permisero loro di più.

Il racconto della politica, quello che oggi chiamiamo con termine molto figo “storytelling”, non vuole sentirsi ricordare questa cosa. Il politico di successo odia dover spiegare al popolo che la storia e la realtà sono complicate e le soluzioni difficili proprio per questo. Il leader politico è tale perché convince gli elettori di avere le soluzioni ben chiare già pronte, e che per giunta tali soluzioni sono semplici ed applicabili in fretta. Di fronte al popolo, in special modo nelle democrazie, dove il livello medio dell’elettorato è bassino e la maggioranza dei voti dipende da persone che non hanno grandi strumenti culturali per analizzare la realtà, il leader deve andare a proporre una narrazione che sia semplice, facile da comprendere e di immediato effetto. Ci deve essere una sola causa a cui imputare tutti i guai, e possibilmente identificata in qualcosa di già noto all’esperienza degli elettori e che loro odiano già. Si può dire che la colpa è dell’immigrato, perché ognuno ha visto per strada qualche negro che chiede l’elemosina o un rom che sta nella baraccopoli vicino a casa. Si può dire che è colpa della Kasta dei politici, perché tutti abbiamo esperienza di un qualche onorevole/consigliere comunale che si fa dare tangenti e mette a posto gli amici degli amici con raccomandazioni mirate. Il dipendente statale che sta allo sportello e apparentemente non fa nulla lo conosciamo tutti, e tutti sappiamo quanto sia difficile ottenere un mutuo in banca. Tutti abbiamo avuto a che fare con un insegnante poco preparato, un medico presuntuoso, un esattore delle tasse impietoso. Nemici semplici, soluzioni semplici.

Quello che sfugge è che le soluzioni semplici non risolvono quasi sempre nulla. Perché non sono soluzioni. Non basta eliminare il Senato o trasformarlo per far sì che le leggi siano approvate in un fiat. Non basta pretendere di controllare uno ad uno gli scontrini di un politico perché la corruzione sia vinta. Non basta riadottare la lira, uscire dall’Europa, cacciare la Merkel o Farage perché automaticamente le cose vadano meglio.

In un sistema multifattoriale, ritoccare uno solo dei fattori non porta necessariamente ad un miglioramento. Alle volte, anche se sembra un paradosso, potrebbe addirittura portare più velocemente al collasso.

Per questo da storica rido molto quando poi si portano a sostegno delle proprie tesi studi “scientifici” che partendo dall’analisi di un solo fattore e per di più vago (tipo quello che va per la maggiore in questi giorni: Confindustria che calcola le ricadute in termini di posti di lavoro e disastri economici) disegnano precisi scenari di benessere o di desolazione. È come voler calcolare l’impatto sulla prima Guerra mondiale del fatto che mia nonna, il 21 maggio del 1914, abbia più o meno svuotato il catino di casa. E senza nemmeno sapere se poi lo ha fatto realmente.

Ogni politico pensa di essere un piccolo uomo della Provvidenza, e portatore di idee geniali. Ne è sinceramente convinto, altrimenti non potrebbe fare il mestiere che fa. Se lo sa fare bene, riesce a convincere di ciò anche gli altri, molti altri. Ma resta il fatto che si tratta di una convinzione personale, spesso senza alcun fondamento. Ciò che lo rende grande o ridicolo è in realtà un insieme di fattori che lui riesce a tenere sotto controllo solo in minima parte, e lo stesso “merito” di cui tutti noi ci sciacquiamo la bocca è spesso impossibile da calcolare con precisione.

Quindi votate come vi pare, credete in chi volete. Ma rendiamoci tutti conto che nessuno, mai, in nessun caso, può veramente promettere di cambiare la storia, risolvere crisi, svoltare la situazione, da solo e nemmeno in gruppo.

Si fa quel che si può, e spesso non si può fare molto pur provandoci disperatamente. Perché la realtà è sempre fatta di molti fattori che interagiscono, e noi, purtroppo, siamo sempre uno solo.


Originally published at ilnuovomondodigalatea.wordpress.com on July 6, 2016.