Sì come i’ credo che saremmo noi

acta sunt agenda — senza titolo attribuito, Mario Pischedda

Giornate strane, marcate, ricche di senso. La risata di un vecchio amico stamane, la risata di Geminello poi, nessuna delle due è cambiata di uno iota, per fortuna. Idee che ritornano, visioni, sogno che si fa segno, sogno che mi fa segno.

Il sogno, l’idea fatta pietra e la pietra fatta idea.
Il tempo, cioè la mia vita, s’è fatta pietra.
Tomaso Buzzi, 2 marzo 1975

Sì, perché, come se non bastasse, oggi un altro mio grande amico è stato alla Scarzuola. Fingo e amo pensare di avercelo sospinto un po’ io, come se fosse un merito trasmettere quel che invece ci è stato donato e dunque è nostro preciso piacere ritrasmettere. Del resto è un segnale e un segnale va ritrasmesso, comunque sia incappato in te.

La Scarzuola, dicevo. Cercatela, cercatela pure.

Se la trovate, però, cercatela, cercatela meglio.

Il senso non vi sfugga: non è fatta per arrivare, il messaggio; non è fatta per arrivarci, la Scarzuola. L’esperienza è insegna. Il segnale è scarzuo, ti sarà sempre/comunque capitato di capitarci, io “per caso” non l’ho detto. Il caso non esiste. Esistesse, esisterebbe da un’altra parte. È già stato talmente detto nulla di lei che potete regalarci un silenzio. Silenzio all’opera. Incamminatevi, tutto sta per avere inizio.

Ma cosa?

Partirei da qui: “Un’idea che non s’incarna non è un’idea”. 
Con la scusa di questa indubbia verità, io non vorrei che ci fossimo persi lo spirito d’intrapresa, l’avventura, la ventura. 
Tutto è fatto per avere inizio, chi decide quando comincia l’incompiuto?

Io, per dire, ho un’idea. L’ho lanciata appesa tra due tramiti: Renato, i’vorrei che tu, Mafe ed io conducessimo Antonio Pennacchi alla Scarzuola. Con Alessio. Tutto torna: ghiribizzo, indocilità, visione. Penso al Circeo, alla iena, a un’altra caverna e tutto ricomincia
Forse questa idea è figlia di un’altra vecchia idea (le idee sono vecchie come il mondo?): andare con Gabriele Ferraresi a trovare Barosso, a Vocabolo Brugneto. Chi realizza chi? Non sarà che ci siamo già stati? Con Accame? Da Barosso? Alla Scarzuola? Cominciamo col dire: che il movimento inizi senza fine. Platone è uno stronzo, chi l’ha mai detto? Che mai sia detto il maledetto.
Nelle caverne dacché mondo è mondo gli uomini preferiscono giocare al giuoco del cinema.

Noi non facciamo eccezione, compiendo gesti eccezionali, se mai.
Si fa così. 
Io lo so che il coraggio è la figura principe della paura. 
Io lo so che la maschera non protegge il sogno dal disfacimento dallo sfacimento. Un fare un disfare, tutto si gioca lì.

Tra la potenza e l’atto scegliere il gesto, che sempre accade ma non è scritto da nessuna parte che sia così. Eppure segna la vita così com’è: irripetibile. Ma dopo, se mai. Dopo son stati capaci tutti, nel mentre lo prefiguravi solo tu. Ma cosa? Sì. L’importante è partire sempre con un sì.
Troppi dettagli essenziali e occasionali si mescolano in un guizzo indistinguibile: sei tu in quella cosa? Sì, è profondamente tua. Eppure non sapresti rifarlo o raccontarlo. La vita, a ripensarci, non c’hai capito niente e intanto sei lì. Manchi per idea. Sempre lei.
Per questo gli atti, consulti o inconsulti che siano, lasciano poco all’intentato.
Quel che conta è la visione: intuirne il profilo, la figura, l’incominciamento. Nessun adempimento, nessun inadempimento: te la giochi qui e ora. Chiunque abbia mai compiuto un’impresa intuisce quanto di proditorio stia in una prodezza. Tradisce ciò che sei. Senza verità. Per questo, dicevo, solo per questo il coraggio è un infingimento della paura. Per questo conta così tanto credersi di essere ciò che si è mentre lo si diventa. Tutto è campato in aria, a miracol mostrare. Ma in origine questo no. Sotto, sotto no. Sotto tutto s’incomincia e lì non conta, lì conti solo tu. Se non sai chi sei. Ma lo metti in atto. Diventicatelo.

Vai?
Portati solo questo: la più grande impresa è appesa all’inestricabile. 
Sbrigala se sei capace: è un attimo riuscirci, un attimo scomparire.

Pinot Gallizio, La fine dell’incanto (1961) GAM Torino
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