Cammino di Santiago (Inglese)

Primo giorno.
Da Ferrol a Neda 14Km

In pullman lasciamo Madrid dirigendoci verso nord. Non riesco a chiudere occhio. Per tutto il viaggio. Otto ore di fila con gli occhi sbarrati a fissare i numeri rossi, che alternano l’ora e la temperatura. Alessandra dorme, per fortuna. Abbiamo lasciato Madrid che era mezzanotte spaccata e c’erano 38° e arriviamo a destinazione alle 08.30 con 16°.

“Viajeros de Ferrol, su parada.”

È così che l’autista ci invita a scendere. Siamo al capolinea della corsa e mentre il bus che ci ha condotto fin quassù va a riposare, nella piazzola della stazione, i pochi passeggeri rimasti raccolgono i bagagli e si disperdono. Il cielo è grigio, questa mattina, e l’aria mi punge il viso, il collo e le braccia scoperte. I palazzi intorno alla stazione dei pullman sono pure loro grigi e squadrati, senza balconi, con delle finestre che espongono delle tendine consumate che danno l’impressione che gli edifici siano abbandonati da molto tempo.

Mi sembra di essere in una città dell’Est Europa durante gli anni 80. O almeno è così che immagino potesse essere la periferia di una città come Praga, per esempio. Madrid è un ricordo sbiadito. All’interno della stazione vi sono dei negozietti con le insegne coperte dal cartone e un bar che, ai tavolini, ospita due brutte facce che chiacchierano.

Non c’è nessun altro. Solo lunghi corridoi bianchi illuminati dai neon e silenzio. Entriamo al bar e i due uomini contengono il volume della voce senza per questo interrompere l’animosità con cui discutono. Al bancone non c’è nessuno e girando per il locale, sia io che Alessandra, non riusciamo a trovare l’unica cosa di cui abbiamo bisogno: un bagno. Fare colazione è l’ultimo dei pensieri. Usciamo dal bar e poco più avanti troviamo le due porte: Uomini; Donne.

Nello stesso istante in cui mi metto davanti ad uno dei tre orinatoi a parete, un uomo che sembra sbucato dal nulla si mette accanto a me. Non ci faccio caso più di tanto, trattengo da così tante ore la pipì che il mio unico desiderio adesso è liberarmi. Malgrado ciò, l’uomo al mio fianco riesce ad attrarre la mia attenzione. Per discrezione nei suoi confronti non mi giro. L’uomo mormora, sembra lamentarsi di qualcosa, ma lo fa a voce bassa, sussurrando, e non riesco a capire cosa dica.

“Ma che palle” penso, questo tizio sta rubando la mia concentrazione e adesso non riesco a fare quel che devo. Accidenti! Non ci riesco. Devo farla, ma non ci riesco, e più ci penso e più mi inibisco. Il tizio al mio fianco ora sembra che stia masticando qualcosa. Maledetto. Ha pure cominciato a fischiettare. Finalmente! Mi trovo nel bel mezzo di questo momento liberatorio e il tizio accanto a me ha smesso di lamentarsi e di fischiettare. Adesso ansima. Non posso non voltarmi quindi giro la testa e lo guardo. Tiene tutto il corpo schiacciato dentro l’orinatoio, con il braccio destro intrappolato dentro, mentre nella mano sinistra regge il telefono. Sta guardando qualcosa al cellulare, credo un video, ma non faccio in tempo a capire perchè abbassa il telefono e mi guarda. Anzi ci guardiamo e il bello è che non posso nemmeno scappare perché sono nel mezzo di una pipì che durerà ancora a lungo.

“Soy Pedro” mi dice l’uomo come se la cosa più naturale del mondo, in questa circostanza, sia presentarsi, poi, non soddisfatto della sola presentazione prosegue: “¿Cuál es su nombre?”.

Nel mio orinatoio scorre un fiume in piena e più spingo, più ho la sensazione di trattenerla. So che resterò bloccato qua per numerosi e lunghissimi secondi, tanto vale rispondere.

“Gaspàr” gli dico mentre penso: “Sto per farcela, lo so. Sto per finire”.

“¿Italiano?” mi domanda Pedro mentre il braccio incastrato dentro l’orinatoio si agita leggero.

Faccio di sì con la testa e sorrido. Sorrido perché ho finito: finalmente posso scappare.

Saluto Pedro “¡buenos días” gli dico. Lo saluto come se lo stessi mandando affanculo.

“Espera Gaspàr” mi dice Pedro.

Io mi giro e questa volta glielo dico proprio: “Pedro, ma vaffanculo”.

Fuori Alessandra armeggia con lo zaino, si è già cambiata ed è tutta frizzante di entusiasmo.

“Che bello, mi sono lavata i denti. Non ce la facevo più” quindi mi porge lo spazzolino e mi dice: “Tieni.”

A me scoccia in questa momento raccontarle di me e Pedro. Non voglio che si ingelosisca, che possa pensare che, magari, avrei potuto valutare di tradirla col primo venuto, per giunta lungo il cammino.

“No Ale, poi me li lavo.”

“Come poi? Vatti a lavare i denti” mi ordina lei.

“No, è che…”

“Che…” incalza lei.

“Che il bagno è sporchissimo.”

“Quello delle donne era pulitissimo. Vai in quello.”

Io immagino Pedro che mi vede entrare nel bagno delle donne e ho già gli incubi.

“No Ale andiamo, dai.”

“E cominci a camminare così?”

“Perché che c’è?”

“Con i jeans? Almeno cambiati”

E certo, ora torno da Pedro e gli faccio pure lo streap tease.

Non le rispondo nemmeno, il cammino non sta iniziando affatto bene. Mi cambio proprio lì. Rimango in mutande in quello squallido corridoio. Mi rivesto alla velocità della luce per evitare di consegnare alla vista di Pedro, del materiale per scatenare la propria fantasia. Vorrei aggiungere un’ultima cosa prima di passare ad altro. Capisco che per i lettori questo non sia il miglior modo di cominciare questo viaggio insieme, però mettetemi nei miei panni: sto muovendo i primi passi con una sensazione di disagio infinito perchè non dovevo fare solo la pipì.

Ci lasciamo alle spalle la stazione dei bus e dopo pochi metri arriviamo in una delle piazze principali di Ferrol. Nonostante il cielo sia ancora scuro e grigio, le aiuole ben curate e i numerosi fiori riparano l’accoglienza che ci ha riservato questa piccola cittadina.

Da Ferrol, una volta sbarcati, iniziavano il cammino i pellegrini provenienti dall’Inghilterra. Ecco la ragione per cui questo, si chiama cammino inglese.

Ritiriamo la Credenziale del pellegrino nella chiesa di di San Julian e iniziamo con non poche difficoltà a muovere i primi passi. Come di certo saprete, la via da tenere, per raggiungere Santiago, è segnata da alcuni simboli. Il principale è la conchiglia. Basta seguire la conchiglia o la freccia gialla, spesso dipinta a mano un po’ dove capita, per essere sicuri di essere sulla strada giusta.

I simboli del cammino non sono disposti sempre in modo visibile, ma grazie alla cartina che abbiamo ricevuto all’ufficio del turismo, riusciamo a cominciare.

I passi sono accompagnati dallo scricchiolio di caviglie e ginocchia, ancora legate da otto ore di viaggio. Ci allontaniamo da una Ferrol ancora immersa nel sonno della domenica mattina. Una volta in periferia, una pista ciclabile segue la costa, il cui profumo non è sempre molto gradevole. Gli abitanti di Ferrol sembrano essere amanti dello sport, infatti se il centro della città era deserto, qui e un tutto un movimento di gente, di tutte le età, che corre. In bici e a piedi. La pista scende giù, quasi in spiaggia. C’è un giardino con un piccolo parco giochi, degli attrezzi ginnici per adulti e un uomo anziano, in jeans e camicia che si allena. Lo fa con molta calma, ma con altrettanto impegno. Per diversi chilometri non vediamo altro che fabbriche, di piccole e grandi dimensioni. Camion, tir e veicoli commerciali di ogni tipo, posteggiati lungo le strade di questa gigantesca zona industriale. Ho un forte dolore alla caviglia sinistra. Quando ero piccolo mi ruppi entrambi i malleoli e quindi capita, a volte, che mi faccia male. Anche il ginocchio destro mi da il suo bel fastidio. Proseguendo noto un mezzo pesante, parcheggiato, che trasporta legna e incurante di Alessandra che mi scongiura di non salire, vado a cercare dei bastoni che aiutino a sostenere i nostri passi e a prevenire le infiammazioni di tendini e articolazioni.

Ne trovo quattro che sembrano perfetti. Camminare con i bastoni ha il pregio di alleviare la fatica e il difetto di produrre un ticchettio che, talvolta, può essere fastidioso.

Finalmente ci lasciamo alle spalle la zona industriale e iniziamo ad attraversare dei sentieri boscosi interrotti da lussuosi residence e ville e poi, per la nostra gioa arriva il primo vero tratto immerso nel verde.

Il problema è che non ci capita di vedere conchiglie o frecce gialle da diverse centinaia di metri. Attraversiamo una zona per i pic nic, attrezzata con diversi barbecue e cumuli di legna accatastati con maniacale ordine geometrico. Siamo sempre più incerti di trovarci sulla strada giusta perché all’improvviso sbuchiamo nel bel mezzo della linea ferrata. Non avendo scelta attraversiamo il binario e pochi istanti dopo, a tutta velocità, passa un treno. Sarebbe bastato sbagliare di qualche secondo e addio cammino, e non solo.

Il sentiero che seguiamo si restringe sempre di più, l’erba e i rovi di spine strisciano sulle nostre gambe protette da uno spray che, si spera, dovrebbe respingere qualsiasi essere molesto: dalle zanzare alle zecche. Il sentiero continua a restringersi fino a scomparire, se continuassimo ad andare avanti finiremmo in un acquitrino puzzolente in cui galleggia una schiuma verdastra e sulla quale sono appollaiati uno stormo di gabbiani.

Ormai non abbiamo alcun dubbio: ci siamo persi.

“Ma poi” dice Alessandra “lo dovevamo capire prima. Ma dove si è visto mai un cammino che fa attraversare i binari!”

Non le dico nulla, ma ci avevo pensato anche io. Il fatto è che quando cominci ad essere stanco è dura ammettere di aver sbagliato e il paradosso è che più ti spingi avanti, più capisci che stai sbagliando. Comunque sia, salvo che non vogliamo immergerci nell’acquitrino dobbiamo tornare indietro, riattraversare il binario e trovare la strada.

Con calma ricostruiamo i nostri passi, studiamo ogni singolo tratto fino a quando, vicino ad un sottopassaggio, troviamo una freccia gialla, disegnata sull’asfalto e completamente sbiadita, che indica un sentiero.

Marciamo per un’altra oretta e mezza, Alessandra è in gran forma, io, invece, sono alla mia seconda Red Bull. La notte in bianco si fa sentire tutta e sento anche tutti questi primi quattordici chilometri. Alle 17.00, arrivando a Neda, concludiamo la prima tappa. Posiamo i bagagli in un piccolo Hotel (Maragoto) e pranziamo in un ristorante molto carino (7 Santiños). Carne, uova, patate fritte e un pane cotto a legna davvero eccezionale. Torniamo in camera di corsa, si fa per dire di corsa solo perché senza gli zaini sembra di volare, e dopo una doccia bollente che raccoglie sul fondo del suo piatto l’acqua marrone, mi butto sul letto come se morissi.