The Simpson

Nel 2004, durante la campagna elettorale per le presidenziali americane, lavoravo come portiere notturno in un hotel del centro.
L'attentato alle Torri Gemelle era ancora un ricordo troppo fresco e vivevo le imminenti elezioni con un coinvolgimento totale. Come se fossi anche io un cittadino americano. In quel periodo, arrivavano tanti turisti dagli Stati Uniti e per questo decisi di fare un mio personalissimo sondaggio. Ogni volta che arrivava qualcuno dagli USA, dopo avergli dato il benvenuto e fatto il check-in, domandavo: Kerry o Bush?
E tutti rispondevano allo stesso modo: Kerry. 
Ero fiducioso: il mondo si sarebbe tolto Bush dalle palle.
Sapere che sarebbe scomparso mi aiutava perfino a digerire il fatto di vivere in un paese governato da Berlusconi.
Non ci fu nemmeno uno, tra gli americani intervistati, che disse che avrebbe votato per Bush. E ne arrivarono di americani quell’anno. Moltissimi. C’era solo un piccolo problema: i miei sondaggi erano in netto contrasto con quelli dei media americani che davano Bush per vincitore.
Nonostante ciò, mi fidavo del mio campione, erano persone che avevo scrutato bene negli occhi ogni volta che mi rispondevano “Kerry”.
Il due novembre del 2004 seguii le elezioni passo dopo passo. Vinse Bush e ci rimasi malissimo.
Gli americani avevano, inspiegabilmente, rivotato per lui.
Da quel giorno cominciai a detestarli, gli americani. A malapena gli rivolgevo la parola.
Qualche mese dopo, di notte, intorno alle tre, il telefono della reception squillò.
Sul display dell’apparecchio lampeggiava la scritta 302. Era un americano. Si lamentava perché la sua stanza era fredda. Lui era arrogante ed io infastidito. Non tolleravo di dover discutere per qualcosa che non potevo risolvere. E gli avrei detto di andare al diavolo, ma mi limitai a rispondere che i riscaldamenti erano temporizzati.
- I’m freezing.
Il tizio continuava a ripetere di continuo che sentiva freddo ed io non facevo altro che ripetere gli orari in cui i riscaldamenti si accendevano e spegnevano. Più continuava a lamentarsi e più gli parlavo con una voce distaccata. Come se non fossi una persona, ma un odioso risponditore automatico.
- I’m like a Popsicle.
Diceva che era un ghiacciolino e per l’ennesima volta, gli ripetei gli orari di accensione e spegnimento.
Continuammo per un pezzo, lui col suo ghiacciolino ed io con i miei orari, poi, quando mi stancai, conclusi che l’unica cosa che potevo fare era chiamargli un taxi e suggerirgli un altro hotel.
Il tizio mi raggiunse in reception con il bagaglio, era pronto per partire; io avevo già digitato il numero della compagnia dei taxi e attendevo invano che qualcuno rispondesse.
I minuti trascorrevano e la nostra reciproca insofferenza montava. Non parlavamo, ci guardavamo e basta. Dopo un po’, cadde la linea.
Ricomposi il numero di telefono.
La voce guida mi invitava a non riagganciare per non perdere la priorità acquisita mentre i violini di Vivaldi suonavano ossessivamente La Primavera. Intanto, la città intera dormiva.
Altri minuti, altra tensione e ancora una volta la linea cadde.
- The lines are busy.
Gli dissi che le linee erano occupate e lui si andò a sedere su una delle poltroncine di fronte alla reception, accanto al bar.
- Do You want a glass of wine?
Gli chiesi se voleva un bicchiere di vino e lui mi rispose di sì.
- White or red?
-Red, disse lui.
Ne versai uno a lui e uno a me.
Le luci notturne della reception ci lasciavano in penombra, riuscivo giusto a distinguere l’espressione del suo viso. Capii che il vino gli piaceva e fu proprio in quel momento che glielo chiesi.
- Ma perché avete rieletto Bush?
- The Simpson, rispose lui.
- The Simpson? ripetei io, e lui mi spiegò - Gli americani sono come Homer Simpson. Quella dei Simpson non è altro che la pura realtà. Se vuoi vincere un’elezione, in America, basta organizzare dei party.
- Party? dissi io.
- Sì, delle feste. Basta montare dei capannoni in lungo e in largo in tutte le zone della provincia del Paese e la gente si precipita; gli offri una birra, un hot dog, gli dai una pacca su una spalla e gli dici che per chi votare. Ecco: il gioco è fatto. Sono tutti come Homer Simpson.
Fu proprio così che disse e a me sembrò un’assurdità, una cosa senza capo né coda. Mi rifiutai di credergli, però cominciava a farmi tanta simpatia quel tizio del New Jersey che bicchiere dopo bicchiere, quella notte, mi raccontò la storia della sua vita.