Sud e il ‘mitico’ capitale sociale

Questa mattina trovo sul Sole 24 ore un articolo di Valerio Castronovo dal titolo «Al Sud manca il capitale sociale» che rappresenta, a mio avviso, un esempio perfetto di come il dibattito sul Sud, quando raramente se ne parla, sia ancora basato su un livello fondamentalmente sbagliato.

Scrive l’autore:

La reviviscenza di questi forti divari andava attribuita, secondo il rapporto presentato nel maggio 2007 dal governatore Mario Draghi, alla «debolezza dell’amministrazione pubblica, all’insufficiente abitudine alla cooperazione e alla fiducia, a un costume diffuso di noncuranza delle norme». Egli auspicava perciò un «irrobustimento del capitale sociale»; una programmazione dei fondi Ue concentrandoli sulle «iniziative con obiettivi precisi e accertabili dai cittadini», e «rilevazioni obiettive, sistematiche, frequenti, su cui misurare i progressi delle singole amministrazioni e stabilire un corretto sistema di incentivi per indirizzare le risorse pubbliche».

Comprendo le semplificazioni giornalistiche, ma il discorso sul capitale sociale nasconde delle insidie. Per iniziare, è semplicemente scorretto considerare una mancanza di ‘capitale sociale’ (il social capital nelle letteratura scientifica) come la causa di sottosviluppo. Il legame che esiste tra le condizioni strutturali (governance e istituzioni, legalità, ecc.) e quelle culturali (quindi il capitale sociale inteso come attidudine alla cooperazione e fiducia) è molto più complesso. Cattive condizioni strutturali favoriscono un certo social capital, come forma di adattamento, e a sua volta, il cattivo social capital favorisce il perdurare di condizioni strutturali negative. E’ un chiaro caso di feedback loop (un circolo vizioso, che ha conseguenze anche molto profonde, ne parlo qui)

Il problema diventa come rompere questo circolo. E’ il problema di fare un ‘bootstrap’ in un sistema sociale che non funziona ma ha raggiunto i suoi perversi equilibri interni. Tenendo presente che i cambiamenti culturali hanno tempi solitamente lunghi, quello che rimane è un intervento sulle condizioni strutturali. Condizioni strutturali positive possono modificare gli atteggiamenti culturali, è un fenomeno ben conosciuto in psicologia, in cui le persone formano credenze cognitive che sostengono le loro nuove routine di comportamento.

C’è anche da aggiungere, che le differenze culturali tra Nord, Centro e Sud sono piuttosto sopravvalutate (ne ho parlato qui, con un’analisi basata su secondary data) e che le persono tendono avere diversi ‘repertori culturali’ a disposizione che vengono attivati dalle condizioni ambientali (inteso come ambiente sociale ed economico).

Come intervenire nel Sud

Il vero problema credo sia nel fatto che siamo a corto di idee su come intervenire nel Sud. Un passo è obbligatorio, ristablire la ‘rule of law’ ovunque. Questo semplicemente non avviene con lo sforzo necessario. Tuttavia, non bastarebbe solo ristabilire la legalità.

Lo sforzo maggiore deve essere fatto nel concepire strumenti di sviluppo nuovi. Non è un compito semplice, ma lo sforzo maggiore dovrebbe essere fatto qui. Qualche idea c’è. Pensiamo a strumenti come il politiche di micro-credito e forme di supporto per microimpreditoria dal basso. Allo stesso tempo, ci vuole una visione di lungo termine sul tipo di sviluppo economico nel Sud. Probabilmente non esistono ricette che andranno bene per ogni territori. La Basilicata non è la Puglia ed entrambe non sono la Calabria. Anche forme di democrazia dal basso possono essere molto utile per ricostruire la partecipazione delle persone nella gestione della cosa pubblica. Per avere un cambiamento delle condizioni strutturali, ci vuole un intervento su più livelli del sistema sociale. C’e’ tanto che possiamo imparare da programmi di successo fatti in paesi in via di sviluppo ed in giro per il mondo.

Certo, ci vogliono soldi ed è giusto discutere delle risorse necessarie e della loro quantità. Ma, potrei sbagliarmi, le condizioni strutturali malate nel Sud non sono riducibili alla questione delle infrastrutture pubbliche.

Di questo si dovrebbe discutere e provare a fare innovazione anche nelle politiche di sviluppo.

Giuseppe A. Veltri (PhD) è un psicologo sociale che ha dedicato un po’ del suo tempo al suo amato paese curando due libri (insieme a due amici e colleghi) accademici che raccolgono analisi interdisciplinari dell’Italia contemporanea. Il primo è ‘Italy Today, the sick man of Europe’, Routledge 2010, il secondo piu recente è il Routledge Handbook of Contemporary Italy.

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