Internet & me

Per tutti gli anni ’80 mio padre — classe 1950, per cui circa coetaneo di me oggi — alternava un buon lavoro in banca alla più rispettabile attività di sceneggiatore di pornografia. Soggetti, sceneggiature, racconti brevi, che andavano su riviste dell’editrice Lo Squalo o Paninaro Edifumetto, con le storie più caste sul Monello, o su Paninaro — “Tre scopate a sceneggiatura” gli suggeriva Barbieri, l’editore, fratello del Barbieri fotografo.

Mia madre invece lavorava al personale in Pirelli, negli anni in cui il calendario non era ancora quello che sarebbe diventato negli anni ’90 ma comunque girava per casa eccome. Non proprio 12 mesi di monache di clausura: ricordo che da bambino impazzivo per una strenna Pirelli nella libreria nera in salone, con in copertina una ragazza stupenda, nuda, che saltava fuori dall’acqua penso delle Seychelles.

L’interno era anche meglio.

Mio padre per scrivere prima aveva avuto una macchina da scrivere elettronica, a carta termica, poi aveva avuto un Amstrad a fosfori verdi, da cui all’alba e la sera stampava quel che scriveva, dandomi da strappare il bordo con i buchi. Sarò stato alle elementari, 1988 forse?

Trent’anni fa, uno più uno meno.

Possibile che già al tempo fossimo collegati a internet? Che mi ricordo, a casa nostra è arrivato prestissimo. Forse non lì sull’Amstrad, o forse sì, ma comunque davvero a inizio anni ’90. Mi ricordo mio padre che tenta di spiegarmi le BBS, su uno schermo a fosfori verdi, sarà stato il 1992? Ero in quinta elementare?

Forse, potrei sbagliarmi, ma di poco, il tempo è quello lì.

Poi dall’Amstrad mio padre è passato ad Apple: ricordo un Mac Classic II, che pensa, per giocare preferivo al Master System della Sega. Era sul Classic II che giocavo a Vette!? Forse. “Vuoi veramente quittare questo stupendo stack?” mi chiedeva un antenato di pop-up in un gioco con protagonista Martin Mystère.

Eravamo collegati anche allora? Sì.

Il mio primo ricordo di internet però arriva dopo, pochi anni dopo Syndicate — un videogioco meraviglioso del 1993, cui undicenne giocai per mesi — ma arriva relativamente molto dopo. Ricordo i CD allegati alle riviste di computer che comprava mio padre con allegato un mese di internet; mentre Veltroni allegava VHS a l’Unità, qualcuno alle riviste allegava internet. Internet era una cosa come una VHS. Metà ‘90.

Ricordo i numeri di Applicando in giro per casa: quando in un’orgia ingenua, spontaneista, ricorsiva, erano le riviste specializzate a spiegarti come un giorno avresti fatto a meno delle riviste specializzate. Vent’anni dopo, è andata esattamente così.

Sarà stato il 1998, forse prima ancora. Vent’anni fa.

Avanti veloce, FFWD: 2007, undici anni fa. Mi sono laureato, sono due anni che lavoro come inviato, non so scrivere, fotografo peggio, però al MiSex di quell’anno incontro Francesco Magnocavallo ed Eugenio Orsi. Uno oggi è dentro Hearst e fa belle cose, l’altro ha fondato Latte Creative e ha guidato campagne come Riparte il futuro.

Io sono lì per scattare foto a Maurizia Paradiso, la sto seguendo per illustrare la biografia scritta con Stefania Michela Vitulli, bel libro tra l’altro. Francesco ed Eugenio sono lì per Softblog, al tempo agli albori. Facciamo amicizia, e comincio a lavorare con loro. Sono avvantaggiato rispetto ai miei coetanei: perché internet per me è stata una cosa sempre in casa, normale, più normale di un microonde o di una lavastoviglie, elettrodomestici che non ho mai avuto né mai avrò. Poi il resto è tutto venuto da solo.

Io non ringrazierò mai abbastanza mio padre e internet per avermi dato quel vantaggio lì, senza neanche accorgersene, ma intuendo come andavano le cose, anche solo inconsciamente. Non è che c’era un ragionamento dietro.

Mio padre era curioso, tutto qui.

Internet è questa cosa qui.