Storia di un divano

Le cose che possiedi alla fine ti raccontano una storia.

“Prego, si accomodi. Vuole una China Martini?”

Neanche ho chiamato l’AMSA, ho fatto tutto online. È stato rapido, freddo. Ho prenotato un “ritiro al piano” — il 5°, dove vivo — che per la somma di 41 euro mi porterà via dal terrazzo il divano, quel divano. Ma a quel divano io sono davvero affezionato, e ho aspettato anni, anni, per decidermi a fare quel che andava fatto. Non perché sia un indeciso cronico, per niente: ma perché quel divano non è un divano come tanti altri.

È un pezzetto, un pezzetto di storia mia e di tante altre storie.

Ve ne racconto un po’.

Quel divano è stato fatto nel 1971, ed è rimasto per decenni in salone a casa di mia nonna, dal 1971 al 2005, per esattamente 34 anni. Ci si è seduta mia madre da ragazza, mio nonno e mia nonna più anni di quanti ne abbia vissuti Gesù o Jimi Hendrix, di sicuro quel divano ha visto qualche riunione di condominio di un palazzo a Milano nord, magari una sera di ottobre del 1976, e qualche altro parente che ora non c’è più si è seduto lì a far due parole, si è andati avanti così, passato un anno, passati trentaquattro. Su quel divano, con la gatta in braccio — Lola — i miei nonni avranno seguito migliaia di Tg1 in bianco e nero, poi a colori, poi assistito alla nascita di Rai3, poi magari festeggiato capodanno del 1979 davanti alla tv, poi festeggiato mondiali del 1982, poi visto puntate di Telemike, poi ospitato me neonato a partire dal 1982, poi ospitato me per tutte le scuole elementari, al pomeriggio, quando avevo finito di fare i compiti, e sul quel divano mi sono seduto, ho letto numeri di Topolino, un sacco di libri di Jules Verne quando avevo l’influenza, ho pisolato, non credo studiato, mi ci sono fatto di nascosto anche le prime seghe su quel divano. Non c’è da vergognarsi, eddai.

“Let me entertain you”

Quel divano, quel divanetto da tre posti che oggi ha un copridivano arancione sbiadito dalla pioggia e dal sole, è stato per decenni a vivere in un bel salone, un bel salone a un piano alto, con l’argenteria in vetrina, un bel televisore a tubo catodico Telefunken, vicino a un tavolo circolare in legno massello scurissimo e sedie che ricordo nere, pesanti, tappeti persiani rossastri sotto a un tavolinetto in vetro e legno anch’esso nero, tutto quello che compone il quadro di una casa come tante altre tra gli anni sessanta e ottanta.

Parlando d’altro, sapete, nella mia famiglia c’è una certa ossessione per rinnovare, per non dico cancellare il passato, quello no, ma risolverlo — cambiando arredi, con ristrutturazioni, buttando via cose, facendo pulizia, tenendo quel che serve e non di più — che in parte apprezzo, ma non sempre. Intendiamoci, non sono un accumulatore seriale, ma sono sempre cauto quando c’è da buttare qualcosa, qualcosa di grosso, di importante e che magari funziona ancora bene.

A un bel momento infatti era deciso, quel divano andava buttato via. Era una decina d’anni fa. E ricordo che per quanto attempato il divano stava benissimo, per nulla intimorito da decenni di riunioni condominiali avvenute incuranti del crollo l’URSS o del muro di Berlino. I mondiali di Italia ’90 me li ricordo anche e soprattutto da quel divano. Le grafiche della Rai, lo stadio di San Siro, una partita in cui la palla era finita sugli spalti in faccia a qualcuno e quel qualcuno piangeva dal male. Ma non gliene fregava niente al divano, lui stava lì, bello tranquillo, sereno.

Dal liceo in poi sono passato poco da quella casa, dalla casa dei miei nonni, ci passavo per qualche pranzo la domenica, ma ogni anno, ci passavo il giorno di Natale, dove finché mio nonno era vivo, si festeggiava.

(ab)Bracciolo

Il pranzo, ogni anno, con agnolotti al brasato, fatti in casa. Si mangiava nel salone, quello con il tavolo e le sedie scure e pesanti, e il divano era un approdo sicuro dopopranzo per mangiare i datteri. Ricordo questi datteri, da mia nonna, ogni anno, alla fine di ogni Natale.

Anche all’università sono passato poco da quella casa, ma intanto il divano restava lì, tranquillo, gli cadevano davanti sul tubo catodico le Torri Gemelle e scoppiavano guerre.

Lui rilassato, nel suo bel salone identico da ormai 34 anni, mia nonna seduta lì sopra a leggere il Corriere della Sera. E siamo arrivati al 2005.

Quando nel 2005 fu arredata la casa dove vivo oggi, ci portai quel divano. Non credo di avercelo portato io fisicamente, o magari con l’aiuto di mio padre, non ricordo, penso che qui l’abbiano portato dei traslocatori. In ogni caso l’abitazione dove vivo oggi rimase affittata a un dirigente d’azienda fino al 2009, fu lui a godersi il divano in quegli anni. L’inquilino era un tipo simpatico, quarantenne, mi pare suonasse anche la chitarra, aveva una compagna deliziosa, era nato vicino a Latina, e credo sia ancora oggi un grandissimo appassionato di Pink Floyd, gruppo di cui possedeva ogni reliquia. Di tanto in tanto passavo a trovarlo e mi mostrava i suoi cimeli, bootleg introvabili, vinili, di tutto.

Nel 2009 venni a vivere in questa casa, nella casa del divano. Presi anche due gatti, sempre quello stesso anno, erano due, maschio e femmina, fratello e sorella, oggi ne è rimasto uno, il maschio, l’altra è caduta dal balcone anni fa, e questa casa, dicevamo, è al quinto piano.

I due gatti presero d’assalto il divano, riducendo i braccioli a brandelli, prendendo come una missione quotidiana farmi trovare sempre nuovi strappi nel tessuto o direttamente schegge di legno della struttura. Era una missione che eseguivano con grande zelo, devo ammetterlo. C’era bisogno di coprire il divano. Ogni sei mesi dovevo comprare un copridivano nuovo, sempre arancione, sempre identico, perché quello precedente era andato macerato dai felini di casa.

Fessure

Qualche amico, finché è stato in casa, in questi anni ci ha dormito su quel divano, una coppia di amici credo siano anche stati gli unici a goderne nella prestigiosa trasformazione in divano letto. C’era una rete arrugginita e un meccanismo di estrazione del letto singolo geniale, me lo ricordo, ora che mi è tornato in mente vorrei rivederlo ora quel meccanismo a molla. D’estate ricordo che non riuscivo a dormirci su quel divano, buttava fuori troppo, troppo caldo, sudavo sempre.

Ci sono un sacco di foto però in cui dormo su quel divano.

Finché a un bel momento, l’anno scorso, ho deciso di comprare un divano nuovo. Un divano preso online, carino, comodo, dove non si suda, trattato in maniera tale che per qualche misterioso motivo il gatto non lo attacca, lo ignora, al massimo ci dorme sopra.

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Non avevo cuore allora di buttare il divano vecchio. Lo spostai in terrazza. Da allora ha preso mesi di pioggia, ci si sono seduti amici, ha resistito comunque. Ora sotto il copridivano sbiadito dal sole e dalla pioggia si vede una colata di umido, è marcio. Il legno è andato, non è recuperabile, e mi rendo conto che ogni giorno che passa è come tenessi un cadavere di qualcuno in casa per paura di separarmene. Ma sono fatto così.

A quel divano ho sempre voluto un gran bene, e questo qui è una specie di lunghissimo epitaffio, perché venerdì 13 novembre un camion dei rifiuti ingombranti dell’AMSA verrà a prenderselo, e guadagnerò sì spazio in terrazzo, dove l’ho sistemato da quando ho un altro divano in sala, ma perderò un sacco di ricordi.

Li ho voluti fissare qui e spero che non vi dispiaccia.