Vorrei essere un poeta

Da grande vorrei essere un poeta, o uno scrittore, uno bravo, però. Non uno di quelli che basta fare una rima per chiudere una strofa. Per quello sono bravo, mi assolvevano per scrivere messaggi di Natale, che poi non è facile perché fa rima con poche cose, a parte gli auguri al mio amico Pasquale, ma poi si entrava in conflitto con la festa della resurrezione per cui cercavo rime alternative del tipo «anche quest’anno il mio estro di penna vuol ricordare una slitta e una renna che porta nel cielo un barbuto signore che con i suoi doni rallegra ogni cuore»… e cose così. Ma poi la rete ha spezzato sul nascere ogni tentativo velleitario di comporre rime su richiesta. No, vorrei essere un poeta o uno scrittore, uno bravo. Uno di quelli che riesce attraverso una operazione tipo medium da seduta spiritica (si quello con la voce rauca e con gli occhi chiusi, magari con testa all’indietro) a dissipare la matassa dei pensieri che si annoda nel cervello, a trasferire con la penna i colori, i suoni, gli odori che ogni giorno percepisco, uno di quelli che si sofferma davanti un quadro e che riesca a descrivere una emozione, o un lutto, o un orgasmo. Penso che chi abbia questo dono scrive per se stesso, piuttosto che per gli altri. Diventa una terapia psicoanalitica che mira a fare ordine nel caos della propria vita. Se è vero che un artista trae la propria ispirazione da una delusione, da una sofferenza, insomma da un fatto brutto, ebbene ora sarebbe il momento giusto per scrivere qualcosa. Unisco le mani ben aperte su un tavolino, spengo tutte le luci, magari lascio accesa una candela, non una di quelle americane tutte colorate al cedro del Libano con un aroma di bergamotto biologico; una di quelle classiche, bianche, con la cera che forma morbide stalattiti e proietta la tua ombra sulla parete, quelle che fanno paura, insomma. Chiudo gli occhi ed aspetto di essere posseduto da un poeta d’altri tempi, magari non D’Annunzio che credo mi avrebbe posseduto volentieri!! Mah, non ci ho mai creduto alle sedute spiritiche. Quando da ragazzo nelle piovose serate di provincia non si sapeva che minchia fare, si facevano anche quelle, così come si andava al cimitero, sempre di notte, sempre mossi da quel desiderio inconscio di essere pervasi da un brivido, da una emozione. Che poi succede sempre qualcosa, è chiaro, fa parte di un copione. Così come i cancelli che non chiudono mai bene, a volte aperti, i cipressi mossi dal vento ed il solito idiota che si nasconde dietro una lapide per farti cagare sotto. Il più delle volte ci riesce. Non ho mai capito se era un trucco quella volta che entrammo di soppiatto e la prima lapide che illuminai portava il mio nome, e pure il cognome, giuro. Dovrei tornarci in quel cimitero ma ho il terrore di vedere la data di morte, meglio evitare. Stavolta sono solo, però, e voglio che succeda qualcosa, me lo aspetto. Eccolo. Nel trans del viaggio mistico mi appare Marino Moretti. E certo, un crepuscolare, non poteva essere altrimenti, magari di ascendenza ermetica. Ma pure io che me le cerco, co sta candela, tutto buio! Un po’ mi porto sfiga da solo. Spezzo la catena, quella che se la interrompi si diceva che sarai dannato in eterno, ma non ce la faccio. No, Moretti no. Ha anche la voce flebile, il tono smorzato, avrei preferito qualcosa di più allegro, non dico Friedrich Schiller sulle note della 9 sinfonia di Beethoven (Inno alla gioia), ma almeno un Pascoli dei tempi migliori. Per curiosità sono andato a cercare La Felicità di Pascoli, che inizia così «Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia, discende le lucide scale e svanisce; ecco dietro la traccia d’un fievole sibilo d’ale,…»; in rima? Si, in rima, ma baciata ABAB come ci insegnavano al liceo. Me la sarei potuta giocare ai bei tempi degli SMS dopo il panettone e lo spumante, e non escludo di averlo fatto. Vabbè non è giornata, oggi niente catene, candele e quant’altro, oggi non è proprio la giornata giusta. Il poeta che cerco dentro di me deve aspettare.

Oggi c’è il sole, un sole limpido, uno di quelli che comunque lascia il cielo azzurro, non lo brucia. I boschi del Matese sono rigogliosi, sulla cima più alta c’è ancora la neve, ma solo nelle gole, nei solchi, nelle sue rughe segnate dal tempo. La primavera è così, un inizio. L’inverno serve per salire, per inerpicarsi attraverso sentieri curvi, ripidi, a volte non battuti. Poi raggiungi la vetta, a fatica e guardi il mondo dall’alto, scruti l’orizzonte cercando di capire dove andare, cosa ti aspetta, quale percorso affrontare. Ma vedrai sempre una montagna più alta da scalare, e poi un’altra ancora. Ed ora che faccio? Salgo? Scendo? Meglio fermarsi un po’, sedersi ed aspettare. Si, meglio aspettare, ma non troppo, l’inverno arriva in fretta.

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