Quotidianità 2.0

Giornate tipo nel 2017

7.20: sveglia. L’iPhone è partito con quel podcast che volevi ascoltare da settimane, ma hai ancora troppo sonno per comprendere anche solo una parola, e decidi di rimandare ancora mentre metti su il caffè. Pensi fra te e te che a 27 anni passati dovresti passare al ginseng o qualcosa di più salutare come ti suggerisce l’amica di mamma nutrizionista – altrimenti ai 50 non ci arrivi più al giorno d’oggi eh!

Scorri un po’ di articoli che avevi in messo in coda di lettura su Pocket, ma ti rendi conto di avere ancora un occhio mezzo chiuso e senti di non avere la lucidità mentale per capirne mezza frase; opti allora per scorrere un po’ la timeline di Facebook, sorseggiando il tuo caffè, ovviamente amaro – perché lo zucchero fa male anche quello – e addenti la tua fetta di pane ai cereali spalmato di marmellata ultra-bio, pensando che la suola di una scarpa potrebbe avere a tutti gli effetti lo stesso sapore.

Metti un paio di like a frasi postate da gente che non sai bene se hai mai neanche incontrato, e al buongiorno dell’amico in after che non vedi da un paio d’anni. Il selfie della coppietta di amici che litigavano la sera prima condito di hashtag pucciosi ti conferma che ora è tutto a posto, ma una notifica della mail del capo ti fa esclamare un “cazzo è tardi” e voli sotto la doccia.

Ti vesti indossando la prima cosa semi-sgualcita che ti capita a tiro, pensando che dovresti rifornire un po’ il tuo guardaroba, ma ti viene in mente che, come non hai avuto il tempo di farlo negli ultimi sei mesi, non ne avrai neppure nei prossimi e pensi che, forse, in fondo il box di Zalando non è poi così una brutta idea.

Accarezzi la Kia comprata l’anno scorso con talmente tante rate che non ti ricordi nemmeno quando finirai di pagarla e tra le prime notifiche di Slack ti immergi nel traffico, in compagnia di un conduttore radiofonico che secondo te dovrebbe parlare meno e scegliere in maniera un po’ più accurata la musica, perché Despacito piace a tutti, ma almeno quando sei in macchina da solo puoi anche dirlo che ti ha rotto il cazzo.

Ripassi mentalmente il keynote per il meeting mentre cerchi di farti venire un’idea per la cena di stasera, ma il tizio dietro ti risveglia con un clacson perché non sei partito entro 20 millisecondi da quando si è acceso il verde del semaforo.

8.20: entri in ufficio dopo aver girato almeno 15 minuti per cercare parcheggio. Molli la borsa alla scrivania e ti raduni alla macchinetta con i soliti colleghi, augurando nel frattempo il buongiorno alla tua dolce metà su Whatsapp, e ti presti al solito rituale:

– weekend? 
– bene grazie, tu?
– bene, bene. 
– grande

Mentre sorseggi quella broda dal colore strano che la Selecta si ostina a chiamare con indecente presunzione caffè e scacci di nuovo l’immagine dell’amica nutrizionista di mamma, il capo passeggia parlando di team building, e di come il rafting o il paracadutismo di gruppo rendano le aziende dei posti fantastici in cui lavorare. Come gli altri ti chini sul telefono pensando che la Silicon Valley sia decisamente una terra che esiste solo nei libri fantasy.

Dopo un paio di like su Instagram a un piatto con il contenuto di un cappelletto e una spiaggia chissàdove che sai che non vedrai mai, sei in postazione. Mail del cliente incazzato. Mail del capo incazzato perché il cliente è incazzato. Seconda mail del cliente ancora più incazzato perché non gli hai risposto alle 21:42 di domenica sera. Stringi il tuo anti-stress da tavolo, che non hai ancora capito se funzioni, ma costava solo 1,95€ su AliExpress compresa spedizione, e abbozzi una soluzione al problema che sai già che comunque non soddisferà nessuno. Ma per i miracoli non c’è tempo, devi recuperare ancora una ventina di task arretrati dalla settimana scorsa.

13.00: pranzo. Fai una foto all’insalatina vegana da caricare sul tuo Instagram. Sai che tra mezz’ora avrai di nuovo fame, ma così fai contenta la mamma e la sua amica nutrizionista e poi tanto l’ulcera da stress non ti farebbe digerire nient altro comunque. Messaggio su Whatsapp. Messaggio su Telegram. Cerchi di triturare al meglio con i denti le foglie di lattuga cercando di ricordare quando hai fatto l’ultima pulizia ai denti e senza ottenere risposta scorri la tua timeline su Twitter.

Elon Musk scava tunnel sotto Los Angeles e madreinformata82 assicura i suoi follower di quanto i vaccini facciano male e il latte materno sia sufficiente a tutto. Localizzi e defollowi l’autore del retweet in 2 millisecondi e ti ripeti che sei nel Paese sbagliato e dovresti andartene. Ma alla fine sai che non ne avrai mai il coraggio e che – soprattutto – non vuoi dare un dispiacere a mamma. Ti appunti fra le tue 653 note su Keep di cercare case a Londra e tiri una lunga boccata di vapore alla liquirizia e mentolo dalla tua sigaretta elettronica. E mentre espirando crei la nebbia in val Padana, e sai che in fondo rimpiangi le tue Marlboro rosse, ti ripeti che questa non ti uccide. O almeno dicono.

17.00: esci dal meeting. Ti convinci che, in fondo, questa volta non è andata così male. Hanno prestato attenzione per almeno 2 minuti prima di rimettersi a fissare il Macbook o l’iPhone, e alla fine fra le decisioni c’era un ricordo di un mezzo punto di quello che avevi proposto. Chiedi a Siri di rimandare gli altri 12 meeting che avevi in concomitanza dell’ultimo e che ovviamente doveva durare 35 minuti, e fai sosta alla macchinetta.

Broda. Messaggio su Messenger. Articolo sharato dal capo su blog inedito sul perché dovremmo usare un nuovo tool di gestione dei task in azienda. Articolo su Medium sul perché non dovremmo usare quel tool di gestione dei task in azienda.

Ritorni in postazione, scrivi due righe di codice per sistemare un problema che è li da due anni in quelli che pensi siano 30 secondi. E’ passata un’ora e mezza. E non solo quello che hai scritto non risolve il problema, rompe in maniera incontrollata altre 20 cose. La chiami una giornata di lavoro e te ne vai in palestra.

Il classico odore di sudore e piedi di sconosciuti ti accoglie in tutta la sua fragranza. Pensi che stai pagando centinaia di euro l’anno per respirartelo e per avere di fianco una persona che ogni volta ti insulta per quanto fai pena a fare attività fisica.

Con il pensiero mandi a fare in culo il personal trainer e decidi di uscire a fare jogging li attorno. La playlist che hai scelto su Spotify ha un ritmo che con la corsa non c’entra assolutamente nulla, e pensi che forse dovresti iscriverti a un corso di jazzercise. O treadmill. O un’altra di quelle parole a caso che mettono sui volantini della palestra e che non hai mai capito cosa siano. Ma una notifica del tuo Fitbit che porti sempre al polso ti ricorda che hai il battito cardiaco troppo alto e non dormi abbastanza bene anche solo per fare una passeggiata in spiaggia.

Mandi a fare in culo anche il Fitbit e ti fai un selfie nel tramonto urbano con le tue Nike costate quanto l’affitto e la posti su Facebookhashtag workout. Poi doccia, ti immergi di quel profumo terribile che però piace così tanto al tuo lui o alla tua lei, e ti dirigi verso casa sua.

Provi ad abbozzare una ricetta letta il giorno prima su GialloZafferano mentre ascolti della discussione che la tua metà ha avuto con un collega sulla differenza tra chiodo e aviator, e capisci dal tono della sua voce che dovresti assolutamente sapere la differenza e quindi ti accingi a un piccolo cenno di assenso col capo. Noti ben presto che l’abbozzo non è nemmeno un vago ricordo del risultato che avevi visto. Ordini giapponese su JustEat e poco dopo siete sul divano davanti a Netflix, a guardare una puntata dell’ennesima serie a caso. Alla fine le trovi un po’ tutte uguali, o forse le confondi, non ne sei sicuro.

Approfitti del poco interesse per la puntata per aprire il tuo Facebook e notare con disappunto che il tuo scatto ha preso solo 3 like. La foto dell’amica del liceo in canotta ma iper-truccata, stesso hashtag e Gatorade in mano, 453. Ti rendi conto che quelle tette non le ha mai avute nella vita, e ragioni su quanto il push-up sia un’invenzione del demonio. Alla fine le metti like per par condicio.

Finita la puntata decidete di comune accordo che la serata è buona per fare un po’ di sesso. 20 minuti dopo avete finito. Forse è stato noioso, quasi aveste fatto anche quello per par condicio. Decidi che se parlaste di cosa vi piace a letto sarebbe tutto più semplice e anche appagante, ma non ritieni quello il momento giusto per farlo e ti limiti a salutare con un bacio casto.

23.30: casa. Ti rendi conto per l’ennesima volta di quanto l’appartamento che doveva solo essere temporaneo e ti costa troppo non ti piaccia nemmeno. Annoti su Keep di cercare un altro appartamento e ti butti a letto, aprendo Medium sul tuo iPhone. Articolo su come dovresti tracciare il tempo che impieghi a lavoro su ogni task per lavorare meglio. Articolo su come non dovresti preoccuparti del tempo che impieghi su un task per lavorare meglio. Articolo di un tuo ex compagno di università sul suo viaggio fra templi in Giappone. Sospiri.

Auguri la buonanotte, di nuovo, alla tua metà su Whatsapp. Appoggi il telefono sul comodino, mentre pensi che in fondo sia la persona giusta. Che magari sarebbe ora di vivere insieme. E poi chissà magari un figlio. Poi pensi che nemmeno tu hai capito questo mondo e di certo non saresti in grado di spiegarlo a un bambino. Ti viene il mal di testa solo al pensiero.

Ti stendi. Il Giappone. Sarebbe una figata. O forse no.

Forse basterebbe una passeggiata. Senza Whatsapp. Senza Facebook, Instagram, le foto di sconosciuti, le parole a caso scritte da chiunque ovunque, il cazzo di Fitbit. Senza notifiche.

Il display del tuo iPhone si spegne.

Forse basterebbe respirare. Nel mondo, là fuori. Col mondo.

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