Lezioni di social media nr. 3 – il Web è un luogo democratico?

C’era una volta una storiella che iniziava più o meno così:

Il Web è un luogo democratico…. (ilarità generale; qualcuno prende un fazzoletto per asciugarsi le lacrime; qualcun altro ancora ride; aspetta che laggiù in fondo c’è ancora qualcuno che crede che l’affermazione appena detta sia da considerare reale. Oltraggiato ,oltre che stizzito, lascia la conversazione).

Nei primi periodi di diffusione del web 2.0 qualcuno iniziò a riflettere sul fatto che la partecipazione, più attiva da parte del cittadino sul web, potesse essere riversata anche all’interno di un contesto informazionale, politico e decisionale.

Piccolo passetto indietro: conoscete la differenza tra web 1.0 e web 2.0? No? Nemmeno io!

E pensate che nemmeno chi ha inventato il termine conosce bene la differenza tra le due cose, ma lui non lo sa e procede tuttora con la sua attività di tech evangelist in giro per il mondo e guadagna migliaia di dollari a seminario.

Nella fattispecie il signore in questione è Tim O’Reilly, fondatore e proprietario della O’Reilly Media.

Il signor O’Reilly nel 2005, consapevole delle tendenze verso cui il web stava dirigendosi, pubblica un articolo dal titolo “What is Web 2.0”. Il succo del discorso — ve la faccio breve — era: il web si sta distaccando dalle basi tecnologiche che caratterizzano il suo antesignano, ovvero la tv e il sistema di diffusione Broadcasting; ora la produzione di contenuti può essere svolta anche dal basso e tutti i soggetti possono diventare non solo dei consumatori di informazioni, ma anche dei produttori. Il Web 2.0 aveva perciò portato, secondo O’Reilly, l’eliminazione di quei colli di bottiglia nella produzione dei contenuti che tutti i giorni consultiamo.

Questa cosa trovava fondamento, oltre che nei nuovi modi di far funzionare i protocolli di internet, in concetti come l’intelligenza collettiva

Chiunque oggi può produrre qualcosa, a selezionare l’informazione che più merita di emergere tra tutte le altre sarà l’intelligenza collettiva. Milioni di contenuti fluttuano nel underground informativo, ma solo alcuni vengono innalzati dall’intelligenza collettiva nell’olimpo della “viralità”; la cosa migliore emergerà perché in termini numerici avrà più apprezzamenti, like, retweet, condivisioni, letture, citazioni: “+++ AUTO DELLA POLIZIA DEVASTATA DA UN GRUPPO DI IMMIGRATI!!!11!1! +++ -ecco hai visto l’intelligenza?

Chi conosce Marx e Durkheim può ricollegarlo alla nozione del general intellect, ovvero quella conoscenza impressa nella società capace di trascendere l’individuo e far perciò acquisire capacità superiori.

Chi è appassionato di fantascienza e avesse letto uno tra i primi romanzi del genere, World Brain di H.G. Wells, potrebbe rimandare questo concetto a quello del World Brain.

Mentre chi è rincoglionito pieno fonda un partito e lo chiama Movimento 5 Stelle.

Il punto è che questa accelerazione sulle potenzialità del web 2.0, sostanzialmente creata a fini di marketing (lo stesso vale anche i nuovi concetti di Web 3.0 e internet of things), ha creato una schiera di mostri convinti che tutti possano realmente partecipare alla costruzione di qualcosa di monumentale e soprattutto proprio.

Ora il problema è uno, ma bello grosso eh! Pensare di poter creare qualcosa di eccezionale partendo dalla considerazione che tutti possono creare qualcosa. Non conoscere i propri limiti, senza alcuna organizzazione reale, ma poi sperare che questo qualcosa prodotto dagli utenti sia effettivamente eccezionale.

Ecco il problema! Come se Botticelli, ricevuta la commissione dai Medici di realizzare l’opera “La Primavera” fosse sceso in strada e avesse iniziato a chiedere:

B- Scusi devo realizzare una delle principali e più belle opere del rinascimento italiano, che potrebbe darmi una mano?

Tizio X- Ma certo!

B- Quali sono le sue capacità?

X- Io intingo il pene nel colore e poi lo utilizzo a mo’ di pennello sulla tela!

B- Interessante! Lei è assunto!

Ecco, immaginate?

L’esito possibile è stato realizzato grazie a complicatissime tecnologie, potete osservarlo nell’immagine di copertina. Ora non vi dico di immaginare una persona che dipinge utilizzando il proprio pene, anche se esiste e si fa chiamare Pricasso.

La cosa che Vi chiedo è di fare lo sforzo di pensare a una situazione in cui tutti agiscono individualmente per la creazione di qualcosa senza avere né una visione di insieme, né un piano comune e senza capire una sega di quello che sta facendo.

Eccovi servito il World Wide Web! Il Web è il figlio del liberismo. E L’intelligenza collettiva è solo una mano invisibile 2.0.

Nel 1776 Adam Smith pubblicò “La ricchezza delle nazioni” in cui teorizzava che il sistema liberale, grazie all’influenza della mano invisibile, sarebbe riuscito a garantire la serenità per tutti, l’ottimizzazione delle risorse economiche e il continuo riassestamento degli scompensi finanziari, permettendo così a tutti i soggetti economici eguali possibilità. Duecento anni dopo 60 persone posseggono la metà della ricchezza mondiale. Grande Adam sei un fottuto oracolo! Hai previsto qualcos’altro? No perché magari me lo appunto.

Il web 2.0 è la stessa cosa. Se guardiamo le 4 categorie di attività più importanti: motori di ricerca, e-commerce, social networking, ed entertainment notiamo con felicità che 1.500.000.000.000 di $ – che per fortuna devo scriverlo altrimenti non saprei nemmeno pronunciarlo – sono ripartiti tra 4 società (1.500 MILIARDI comunque).

In realtà questa non è la cosa divertente. La cosa divertente è che Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, non ha un cazzo; cioè nel senso, non sta con le pezze al culo eh! Non è costretto a giocare tutti i mercoledì a calcetto nella speranza di avere il posto fisso! Però non è manco un magnate e soprattutto fa gli spot per la fibra di Telecom Italia “pe portasse la pagnotta a casa”… Se la mattina svegliandovi e preparandovi per andare a lavoro doveste pensare che la vostra attività non sia abbastanza remunerativa e credete di meritarvi di più, pensate a Tim Berners-Lee che fa la pubblicità della TIM per 350 €, pur avendo inventato una cosa dal valore non misurabile con gli attuali strumenti finanziari.

Il nostro Tim però diceva e dice tuttora:

“A radically open, egalitarian and decentralised platform, it is changing the world, and we are still only scratching the surface of what it can do.”

Stiamo raschiando la superfice e già 4 società hanno tutto. Cosa può succedere quando si andrà più a fondo?

Soprattutto mi soffermerei su di un aggettivo: Decentralizzato.

Decentralizzato significa che non vi è un nucleo centrale, che non vi sia alcuna forza attrattiva.

E invece non è vero, i nuclei ci sono. Eccome se ci sono!

Nel 1897 l’economista italiano Vilfredo Pareto scoprì, mentre stava allegramente sbucciando dei piselli -Pareto amava i piselli! -, che l’80% di questi proveniva dal 20% dei baccelli. Mi spiego? Solo il 20% dei baccelli che raccogliamo produce l’80% dei piselli che mangiamo.

L’80% delle informazioni circola sul 20% dei nodi, che le gestisce le rielabora e le ripropone, il restante 80%, quello che dovrebbe costituire l’intelligenza collettiva, si limita a recepire e assorbire le informazioni e produrne a loro volta solo il 20% — detto tra noi anche di scarsa qualità -.

Il 20% della giornata di Emma Watson è immortalato nell’80% delle foto che appaiono nel suo profilo Instagram, mentre il l’80% della sua vita privata è immortalato nel 20% delle foto che lei stessa carica su iCloud e puntualmente qualcuno entra e gliele sgama. Poi vallo a spiegare tu all’Hackerino di turno che le foto in cui Emma appare nuda vanno lasciate lì. — e poi che cavolo anche tu svegliati no?!?! -

Quella del web è forse l’ennesima visione radicale che cerca di riformare una tendenza, ahimè quasi del tutto inesorabile. La tendenza alla centralizzazione e a un’informazione, che vuoi per pigrizia, vuoi per comodità sembra ritornare ad assumere le caratteristiche di una diffusione dall’alto e non dal basso come alcuni speravano e tuttora sperano. Pensate a Tim Berners-Lee, immedesimatevi nel dramma umano di quest’uomo, che domani conclude di pagare le rate (a tasso agevolato) della sua Prius ibrida del cazzo e nel mentre pensa che metà Silicon Valley potrebbe comprarsi metà mondo fisico.

Chi ha più informazioni produce più ricchezza, chi ha più ricchezza può reperire maggiori informazioni.

Nel frattempo tutti gli hacker del mondo, russi, cinesi, americani e iraniani, con la loro filosofia di spaccare il web e riportare una reale democrazia virtuale sono concentrati su di una sola cosa: sgamare le foto hard di Emma Watson! Ovvero concentrarsi su quell’80%, quella parte che produce il 20% invisibile ai più, ma che esiste.

Questo è anche uno dei nuovi paradigmi della Net Economy, concentrarsi non più sul 20% di attività che producono l’80% di guadagni, ma anche sull’80% che non conta un cazzo. La «Coda Lunga» viene definita, l’andare a cercare profitti ovunque. Ah indovinate chi sono i maggiori persecutori di questa nuova tendenza?

  • Ebay
  • Amazon
  • Netflix
  • Yahoo
  • Google

eh ma allora!!!!

Bisogna aggiungere che sul Web la legge dell’80/20 si radicalizza ancora di più; uno si aspetta che all’interno di un mondo “aperto e democratico” la percentuale dei produttori di informazioni si infoltisca. E invece NO!

Sul web questa legge si acuisce e diventa 89–9–1: l’1 produce, il 9 contribuisce, l’89 consuma e fruisce (i così detti lurker).

Il non avere capacità digitali — e badate bene che il digital devide, cioè il gap di conoscenze, tra chi sa raccogliere e utilizzare al meglio le informazioni del web e chi non si è reso ancora conto di essere nel 2017 è sempre maggiore; ovviamente quasi sempre questo gap si radicalizza nelle fasce di soggetti più svantaggiate, donne, anziani e bambini. Se il mondo è un serpente che si morde la coda, abbiamo capito che chi non utilizza le informazioni nel migliore dei modi peggiorerà progressivamente il suo status digitale, ma anche quello sociale, quando (per gioia del nostro amico Tim Berners-Lee ) avremo finito di grattare la parte superficiale del web e saremo entrati nel succoso frutto. A patto che già non se lo siano mangiato e noi non ci siamo accorti di nulla.

Come sottolineava Pierre Lévy nel 1994: «internet offre una grande possibilità e un enorme intelligenza collettiva — perché esistono le basi e si potrebbe creare realmente — non saperla usare significa sprecare una grande occasione per la società» e avvantaggiare una schiera di entità che oramai sono diventati Totem. “L’1% dell’1% che gioca a fare Dio”. L’intelligenza collettiva funzionerà! Dicevano. Se l’intelligenza fosse realmente da considerare tale potremmo prevedere che la massa maggiore inizi a spingere più per l’elevazione di essa, piuttosto che ad una sua progressiva marginalizzazione, ma infatti non è proprio da considerare tale…

Il signore nella foto, che a prima vista potrebbe sembrare un rollatore in classe A++ impiegato nel settore del commercio al dettaglio di cilum pressa la Montagnola di Bologna, è in realtà Jaron Lanier.

Jaron abbandona presto l’istruzione convenzionale e inizia a programmare videogiochi; questa esperienza lo porterà ad essere uno dei pionieri della realtà virtuale, termine che lui stesso ha coniato.

Un esempio di quello che fa? Ha inventato un guanto speciale «Data Glove» utilizzabile per la telechirurgia. Un chirurgo residente a New York potrebbe operare un soldato americano in Iraq, grazie a un guanto e alla rete.

Il buon Jaron, il quale ovviamente lavora alla Microsoft, nel 2011 pubblica un libro. You are not a gadget. In questo saggio Lanier parte proprio dalla considerazione che l’intelligenza collettiva non sia un sistema in grado di coadiuvare l’uomo nella sua realizzazione, bensì un nuovo precetto filosofico che evidenzia come oramai la tecnologia evolve e comprende sempre di più tutti gli aspetti umani. Il problema è che la tecnologia evolvendo riesce a comprendere le dinamiche umane meglio di quanto gli uomini riescano a capire se stessi, mentre gli esseri umani non capiscono la tecnologia; per dirla breve, disponiamo di oggetti sempre più SMART e noi lo diventiamo sempre meno.

A causa degli eccessivi strati di astrazione, l’intelligenza collettiva diviene mente alveare e l’essere umano si pone sempre più in balia degli eventi della tecnologia, senza capirla, senza controllarla e senza riuscire a ridurre quel gap con l’1%

E a noi cosa resta? A noi resta una simpatica metafora! A dire la verità è una metafora tristissima disegnata da un altro esperto, questa volta italiano: Fabio Metitieri.

Gli utenti del web che non sono in grado di emergere all’interno del mondo digitale, riuscendo a guadagnare un valore aggiunto per sé e la società, vengono paragonati ai Lemming. I Lemming sono quei simpatici roditori norvegesi, i quali, dopo la stagione degli accoppiamenti, numerosissimi vanno ad affollare i fiordi scandinavi e concludono la loro vita in un inesorabile suicidio collettivo gettandosi dalle scogliere; questo accade perché questi lemming presi dalla foga partecipativa non riescono a muoversi in maniera ordinata e razionale e perciò precipitano, muoiono e diventano cibo per i gabbiani. Ora io no dico di diventare i gabbiani, ma almeno smettiamola di fare i lemming e di dire che il web è un posto democratico.

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