Torna a casa Platone!

Il mito della caverna di Platone è abbastanza noto. Parla di una comunità di esseri umani condannati a vivere fin dalla nascita dentro una caverna, incatenati gli uni agli altri. Alle loro spalle arde un grande focolare. Lungo un muretto posto tra la schiena degli uomini e il fuoco passa senza sosta tutta una serie di oggetti, la cui ombra si proietta sulla parete verso cui gli abitanti della caverna sono rivolti. Per ognuno di loro quel susseguirsi di ombre è la realtà: ne discutono, cercano di rinvenire una qualche regolarità nel succedersi perpetuo di quelle immagini, stabiliscono leggi, danno vita a differenti scuole di pensiero.

Accade poi che un giorno uno degli abitanti della caverna riesce a liberarsi e trova il modo di uscire fuori. Abbagliato dalla luce del sole, fatica ad adattarsi al mondo esterno. Poco a poco però inizia a distinguere il profilo reale di quegli oggetti di cui fino a quel momento non aveva colto che l’ombra. La sua mente si eleva, il suo cuore si riempie di meraviglia.

Tutto molto bello, una metafora perfetta di ciò che Platone intende per filosofia. Si tratta per lui di abbandonare la schiavitù della semplice osservazione empirica e contemplare attraverso l’intelletto la vera natura delle cose, la loro essenza. Anziché limitarsi a guardare le diverse entità per come si presentano, bisogna coglierne la natura ideale. Solo così se ne capisce il vero significato e l’importanza.

Non è questo però il passaggio decisivo del mito. La parte fondamentale è il finale. L’uomo uscito dalla caverna, infatti, torna indietro e racconta ai suoi compagni del mondo là fuori. Facendolo, lo sa, corre un grande rischio. Molti lo prenderanno per folle, altri vedranno in lui una minaccia all’ordine costituito. Come può credere al sole chi non ha visto altro che ombre per tutta la sua vita? Tornare indietro e raccontare significa essere messi al bando, forse anche essere condannati a morte (l’esempio di Socrate era ancora piuttosto vivido nella mente di Platone). Questa però è la missione del filosofo. O almeno così stavano le cose un paio di millenni fa. Sì perché oggi, secondo me, la faccenda non andrebbe proprio in questo modo.

Nella nostra caverna 2.0 le ombre digitali proiettate sullo schermo in hd di fronte a noi sono troppo affascinanti. Il filosofo che torna e racconta di un mondo al di là delle apparenze non correrebbe più il rischio di fare una brutta fine. E questo non perché nel frattempo siamo diventati tutti più buoni. Il fatto è che nessuno se lo filerebbe manco di striscio. Quelle di chi parla di ideali da raggiungere, di una realtà da comprendere meglio e da cambiare sarebbero parole al vento. Occuperebbero la nostra coscienza giusto il tempo di un pop-up, noiosa finestrella da chiudere il prima possibile. Questo è il grande problema della filosofia contemporanea, più in generale di tutta la nostra cultura. Per significare davvero qualcosa, la filosofia deve tornare a minacciare il nostro stile di vita e il nostro presunto sistema di valori. Occorre svegliare le coscienze dal loro torpore. Serve un nuovo modo di comunicare, e alla svelta. La nostra caverna multimediale, con tutti i suoi comfort, rischia altrimenti di diventare la tomba dell’umanità.

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