Come diventare testimonial di una campagna pubblicitaria, senza saperne nulla e senza guadagnarci una lira.


Questo post nasce dalla pubblicazione di questa foto su Facebook:

Quello che segue è il racconto degli eventi che mi hanno portato ad essere testimonial di una pubblicità (poster, giornali, web) senza saperne nulla e soprattutto senza beccarci una lira.


Spulciando vecchie scatole in attesa che la centrifuga facesse il suo lavoro, mi sono imbattuto in una ingiallita pagina di giornale con il mio faccione su di essa stampato. Ah, bei ricordi….N0. Flashback.

Tutto ha inizio nel 2004 o giù di li (i ricordi sono un po’ vaghi lo ammetto). All’epoca facevo teatro, un laboratorio teatrale per la precisione. Un giorno una delle ragazze del corso mi viene a dire che stanno cercando un paio di facce per fare delle foto:

“Che tipo di foto?”

“Foto…”

“Mi sembra sufficiente come spiegazione, ci sto”.

Qualche giorno dopo mi ritrovo nello studio di un fotografo. Una stretta di mano, quindi ci viene detto (a me e alla ragazza presa per il lavoro) che sarebbe stato necessario dare un cambio al look, provare un po’ di vestiti e compagnia bella. Provo un orribile camicia colorata, faccio come per dire “non usiamo questa giusto?”

“Perfetta. Usiamo quella”.

Facciamo un po’ di scatti. Sono un po’ imbarazzato. Non ho mai fatto una cosa del genere ed è del tutto diverso dal recitare. Faccio un po’ di “facce” e a quanto pare funziona. Qualche volta vengo ripreso, ma in linea di massima sembrano soddisfatti.

A fine giornata gli chiedo a cosa serviranno queste foto. Mi viene detto che probabilmente verranno pubblicate in un book d’agenzia, come una sorta di catalogo di foto da proporre in giro. “Fico”, mi dico, “Col cazzo”, avrei dovuto rispondere, ma quest’ultima frase è un inception del Giacomo di qualche tempo dopo. Quel Giacomo continuò con il suo “Fico” di seguito firmando una liberatoria in cui praticamente c’era scritto in alto, con il sangue: “I OWN YOU” con tanto di simboli massonici e un’altra scritta “LEGGERE PRIMA DI FIRMARE E COMUNQUE NON FIRMARE…MAI”.

Precursore di quella che oggi è la prassi (accettare termini di servizio senza leggere nulla su quello che stiamo autorizzando) firmo e prendo il mio assegno da 200 euro (con tanto di “Yuhu” alla Homer Simpsons).

Passano gli anni, Giacomo nel frattempo cambia 80 lavori, fa il servizio civile, lascia il teatro e viene preso a Current Tv.

E’ il 2010 (o forse 2011). Ricevo un messaggio da un amico: “Oh, t’ho visto! Grande so contento per te! Che combini?”. Rileggo il messaggio più e più volte ma non riesco a trovare alcun senso. Dopo pochi minuti ecco un altro messaggio “Grande! Ma stai a lavorà!?”

C’è qualcosa che non torna. Squilla il telefono (potrei aver compresso lo svolgersi degli eventi NDR), è un mio amico del liceo. E’ stato allo stadio:

“Oh grande! T’ho visto…”

“Ok…questa storia deve finire, sono due giorni che sto a casa, dove diavolo mi avresti visto?”

“Sul giornale!”

Ripasso a mente lo svolgersi delle mie ultime giornate: cane fuori, playstation, libro, film, serie tv. “No senti è impossibile, non esco di casa da giorni e comunque non ricordo di aver rilasciato interviste”

“No, la pubblicità, sei nella pubblicità del giornale!”

“Molto divertente.”

“Ma scusa, non lo sai?”

“Cosa?”

“La pubblicità della Piaggio”.

“Portami il giornale”

Lentamente il mucchio di messaggi ricevuti cominciano a prendere senso. Il mio amico mi consegna, ridendo, la pagina. Sul retro del giornale si staglia un essere incredibilmente simile al sottoscritto.

“Incredibile, è uguale a me…Identico”

“No Già, sei tu, non è uguale, sei tu.”

Rido. Quindi riguardo la foto. Due gocce d’acqua. Però…c’è qualcosa…

“Aha! Le mani, non sono le mie. E che sono diventato improvvisamente Gianni Morandi”

Il mio amico avvicina gli occhi alla pagina. Mi guarda. Guarda la pagina. Mi guarda. Guarda la pagina.

“In effetti…la proporzione non torna. Però il resto sei tu”

“E’ impossibile. Ci deve essere un errore, io quella camicia non l’ho mai indossata in vita mia…me lo ricorderei…”

La parola “camicia” comincia a rimbombare nella mia testa. Piano piano i ricordi affiorano. Mio padre che mi dice di mettere una camicia. No. Non era il ricordo giusto. Una camicia orribile…dove…non può essere. Riprendo in mano la pagina di giornale. Era QUELLA camicia orribile.

Rispondo ai messaggi ricevuti chiedendo prove delle loro parole. Ricevo foto della stessa pubblicità, alcune da giornali, altre da veri e propri poster. Merda.

Prendo la macchina, quella stessa macchina che un giorno, prima di abbandonarmi, avrebbe “recitato” in una serie di nicchia sulla vita precaria nella città eterna.

Nel traffico, completamente perso nei miei pensieri mi sento battere sulla spalla. E’ il mio amico. Gli avevo detto che l’avrei riaccompagnato a casa.

“Che c’è…”

“Ora non voglio renderti più nervoso di quanto già non sia, però….”

“Ci stai riuscendo…Cosa…”

“Beh…Ecco…quello sei tu?”

Mi volto di scatto. Inchiodo. Un muro di auto si ferma dietro la mia. I clacson partono istantanei. A volte penso che a Roma il clacson funzioni al contrario. A rilascio. Tenendo premuto lo si tiene silenzioso, lasciando la mano parte immantinente. E’ l’unica spiegazione per il suo utilizzo sconsiderato. Guardo fuori dal finestrino. Fermo al centro di un incrocio c’è un camion con un grande cartellone 6x3. Le mani giganti cercano di forzare le sbarre/strade che mi imprigionano.

“Prigionieri del traffico?”

Strizzo gli occhi, sperando in un caso incredibile di “miopia temporanea”. Niente da fare. Sono io. Da dietro mi arrivano un mare di insulti.

“Ao! Ma te voi levà! Che stai a mette su casa!”

Mi appunto l’ultima frase quindi riparto.

Sono passati un paio di mesi. Parlo con un avvocato che mi spiega che forse qualcosa si può fare: se l’agenzia non ha conservato la liberatoria, c’è modo di rivalersi. Un sorriso compare sul mio viso. “Tu ce l’hai la liberatoria no?”. Torno serio. “Potrei averla persa….Potrei.”. Per fortuna non è così. Trovata la liberatoria chiamo immediatamente il numero dell’agenzia che mi aveva scattato le foto. Non mi risponde nessuno. Decido allora di chiamare la comunicazione della Piaggio. Lascio un messaggio del tipo “Sono nella vostra pubblicità e non ne sapevo nulla”. Immediatamente mi richiamano. E’ estate e mi viene detto che non c’è nessuno che possa assistermi. Insisto. Alla fine mi viene dato il numero del raparto comunicazione. Da qui riesco ad ottenere il numero dell’agenzia. Il nome però non torna. Vado a cercare su internet. E’ un’agenzia canadese. Richiamo la vecchia agenzia. Ancora un buco nell’acqua. Decido di chiamare la ragazza che mi aveva proposto il lavoro. Trova il nome del fotografo. Lo chiamo e mi spiega che l’agenzia ha chiuso i battenti e venduto tutto a un’agenzia canadese. Tutto torna.

Riparlo con l’avvocato. A questo punto secondo lui le possibilità si sono moltiplicate. Se l’agenzia canadese non è in possesso della copia della liberatoria (magari perduta nel passaggio) allora le cose possono cambiare.

Mando un messaggio all’agenzia canadese chiedendo notizie riguardo ai diritti di immagini utilizzati per la campagna Piaggio. Mi rispondono molto gentilmente che si, hanno lavorato per quella campagna. Decido di fare la mia mossa. Richiedo la liberatoria. Per qualche giorno l’agenzia tergirversa prendendo tempo. Poi alla fine, il colpo di scena.

I maledetti avevano tutto. E la liberatoria era inattaccabile.

“In effetti, stando alla liberatoria, ci dovrebbe dare 10 euro, ma facciamo finta di niente, stessa cosa per lo IUS PRIME NOCTIS, per questa volta lasciamo passare.”

Attacco il telefono. Sospiro. E’ tutto finito. Sono stato il testimonial per una campagna nazionale, senza saperlo e senza beccare una lira, e non c’è niente che possa fare al riguardo.

THE END.

PS. non ricordo alla perfezione gli eventi, li ho un po’ romanzati e in alcuni casi cambiati. C’ho ficcato dentro un po’ di Product Placement (Sfrattati) la cui ispirazione ha avuto ben altre radici che un clacsonatore pazzo in mezzo alla strada. Per il resto, è tutto vero.

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