Le grida silenziose del manicomio di Voghera

Un luogo ancora puro. Che non pensavo potesse esistere.

Capace di sussurrarti storie.
Come un amico in cui sei in confidenza che inizia a raccontarti i suoi segreti. Il suo passato. Questo è quello che fa il manicomio di Voghera con me.
E’ come se regalasse i suoi racconti solo a chi non lo ferisce.
E’ uno scambio: lui ti mostra racconti a patto che tu non li distrugga.

I manicomi mostrano racconti solo a chi non li distrugge

Ne hanno viste molte di cose le pareti di questo luogo, me ne accorgo quando passo in circolo dentro LA ROTONDA, l’inferno degli agitati, una corridoio circolare che ricorda molto il panottico del Conolly di Siena, con una serie di camere senza angoli dove venivano rinchiusi a scopo puramente punitivo.

Non avevo mai visto niente del genere. Isolamento e alienazione ai massimi livelli.

Brandelli umani.

Le pareti stanno cedendo alla natura che piano piano riesce a recuperare il suo spazio originale. L’assenza di angoli rende ancora più minimale l’ambiente. Più vuoto. Camminiamo nel vuoto umano. Ho la sensazione che gli angoli di una stanza fossero più del semplice perimetro di un’area, come se rappresentassero la dimensione di una pagina di un libro biografico del suo ospite. Qua non ci angoli. Come se volessero cancellare anche la storie di chi fosse stato dentro queste celle.

Cammino nel vuoto umano e mi fermo a scattare.

Le stanze sono libri biografici dei suoi ospiti

Continuo a camminare dentro queste mura e vedo una stanza con un disegno sulla porta: una stanza piena di polvere con una finestra al centro della parete frontale alla porta di ingresso con, sotto di essa, il classico termosifone, due vecchi tavoli sul lato destro e un vecchio divano color marrone sul lato opposto. E le pareti colorate per metà di bianco e per l’altra metà di senape spento.
Senza calore. Come la solitudine.

Scatto, anche se apparentemente non trovo dentro questo piccolo locale qualcosa di interessante. Cosa avrà di così importante questa piccola stanza?

“In questa stanza ci stavano Luigina e Mario…”

Ecco la frase con cui comincia questa storia. Anzi, questa lezione di vita:

Luigina e Mario erano due pazienti dell’ex manicomio di Voghera, hanno vissuto molti anni al suo interno, hanno visto cose orrende ma non abbastanza da farli dimenticare cosa fosse l’amore. Sfidando lo stigma e il pregiudizio e seguendo soltanto la voce del loro cuore, Luigina e Mario iniziano la loro storia d’amore.
Per effetto della riforma, la legge 180, il luogo del loro amore inizia sistematicamente a perdere persone, fino al punto di essere completamente vuoto.
Silenzio. Il mostro del manicomio aveva perso tutti i suoi pezzi.

Anche i due furono trasferiti ma non potevano rinunciare al luogo dove era nato il loro amore: in quei corridoi graffiati dalle grida di dolore c’è ancora nascosto il ricordo dei loro primi sguardi. Oltre al rumore del battito dei piedi c’è anche quello dei loro cuori.

E queste cose non potevano essere dimenticate.

Luigina e Mario ottennero le chiavi della struttura per poterci tornare a loro piacere. E quella stanza era il luogo dove passavano una parte del loro tempo.

Questa storia mi ha colpito in un modo unico, tanto da chiedere informazioni su dove fossero adesso i due innamorati di Voghera ma sono arrivato tardi: purtroppo sono entrambe deceduti.

La macchina fotografica diventa pesante e quella stanza acquista toni differenti: cosa cerchiamo noi nella vita? Cosa cercano dentro le loro vite quelli al di là del muro manicomiale, quelli definiti normali? La felicità si nasconde proprio dentro ogni luogo? Soltanto cambiando il nostro sguardo possiamo scoprire cose che prima non pensavamo potessero neppure esistere. Non riesco a non emozionarmi e per un attimo mi fermo a pensare: i matti ci hanno insegnato che bisogna avere coraggio.

i matti ci hanno insegnato che bisogna aver coraggio.

Coraggio nel vedere oltre quello che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, che anche nel luogo peggiore del mondo si possa nascondere una cosa magica capace di farci vibrare l’anima. Perchè la vita ci stupisce sempre. Anche se a volte sembra averci intrappolato in qualcosa di macabro, la Vita riesce sempre a sorprenderci e a farci capire che quello è proprio il nostro momento.

I matti ci hanno insegnato che è grazie alle cose semplici che rendiamo la nostra vita ricca. Che un ricordo splendido può trasformare qualsiasi luogo oscuro in una dimora raggiante. I matti ci hanno insegnato che l’amore esiste.

E ogni volta che cammino in questi scopro sempre qualcosa di nuovo, di inaspettato. Sto leggendo pagina dopo pagina il libro del manicomio. Cammino accompagnato dal silenzio in stanze vuote e fredde. Polvere e intonaco. Mattoni e ancora silenzio. E mi soffermo a guardare fuori da una finestra il paesaggio. Il silenzio mi accarezza. Perchè il silenzio del manicomio ci isola dal mondo? Che sia la sua caratteristica?

Silenzio. Come il grido che possiamo ascoltare dai teschi didattici che sono ancora conservati in una teca degli uffici sopra il manicomio. Un grido silenzioso che non parla alle orecchie ma all’anima.

Se prima il suo silenzio non faceva ascoltare le grida disparate dei suoi ospiti adesso ci protegge dal mondo esterno. Ci scava dentro. Nei nostri timori. Nella nostra immaginazione. Lo strumento del silenzio per farci ascoltare la nostra anima.

A terra vecchia mobilia che sembra stia lottando con chi le vuole far abbandonare il luogo. Aggrappate al pavimento. Ma è vero che i luoghi ed i suoi oggetti hanno un’anima?

Cammino e trovo la stanza del calzolaio, forse una delle migliori: dentro macchine e scarpe ancora in lavorazione. Me lo sono sempre chiesto il motivo di queste persistenze e non mi sono mai saputo dare risposta. Perchè gli oggetti sono rimasti come se fossero ancora in lavorazione? Perchè sembra che tutti siano andati via da un momento all’altro, lasciando tutto quello che avevano? Forse perchè questi oggetti vogliono che si racconti la loro storia?

I luoghi abbandonati hanno un’anima?

Continuo per corridoi polverosi ed entro in una stanza vuota, colore verde “istituzionale”, deambulatore davanti ad una finestra. Solo questo. Come se fosse uno spettarore. Camminiamo ancora nel vuoto umano. Ancora corridoi e ancora stanze vuote. Guardo fuori da una finestra di questa stanza e trovo il labirinto. Una decorazione floreale a libirinto, classica nei giardini italiani, parzialmente coperto dalla vegetazione. Immginarmi come fosse ai tempi del manicomio è quasi automatico.

Labirintoterapia o metafora della nostra mente?

Continuando in alcune stanze trovo strumenti medici ovunque. Libri. Siamo sempre più dentro il vuoto umano. Una stanza vuota con delle scarpe. Abbandonate in un angolo. Testimonianze dell’oblio. La stanza è buia, scatto con molta difficoltà. La foto è cupa, scura, in ombra. Proprio come la realtà che stavo vedendo. Un momento buio della nostra storia. Residui umani abbandonati in una stanza. Il cuore batte forte e penso ai passi trascorsi da quelle suole. E a tutti i passi trascorsi dalle altre suole. E vero che gli oggetti nascondono un anima, oppure vogliono soltanto che si racconti la loro storia?

E non può venirmi in mente chi il manicomio vero e proprio l’ha visto: Gianni Berengo Gardin, l’autore di “Morire di Classe”. Abbiamo fotografato insieme dentro il manicomio di Voghera nel 2015. Lui era alla ricerca di storie. Voleva rivedere cosa fosse rimasto di uno di questi luoghi dopo la riforma. Perchè il suo lavoro sui manicomi, che documentava la drammatica realtà a cui i pazienti erano sottoposti, era statto fatto prima della riforma.

La mano del maestro scorre sulla sua Leica alla ricerca di quelle testimonianze che sono rimaste dell’uomo. E mi colpisce la frase che mi ha detto “il manicomio, con le persone dentro, era molto forte.” Il silenzio non ti isolava dal mondo come oggi. Quando forti dovevano essere i rumori manicomiali? Guardo i corridoi vuoti e penso ai passi scomposti, le grida, le parole da dietro le porte. Quelle a cui cerchiamo di dare un volto ma che spesso non abbiamo il coraggio di vedere.

Non riesco ad immaginarmi quali immagini potessero passare nella testa di Gianni Berengo Gardin nel camminare di nuovo nel manicomio. E’ come accendere l’interruttore dei ricordi.

Grande esperienza anche fotografica, non solo umana. Pellicola in bianco e nero e una storia da raccontare. Quello che deve essere la fotografia. Strumento di comunicazione.

La fotografia cerca una storia da raccontare

Ma le stanze non finiscono, ed entro dentro una che mi fa paura. La sezione dei bambini. Un corridoio in cui la zona vecchia si trasforma in nuova. Il cuore batte forte. Le mani tremano di fronte a quella scena. Tutto era stato abbandonato. Biciclette. Scarpette. Sogni. Speranze. E mormoravano in quel corridoio. Lo percorro tutto fino ad arrivare in una stanza.

Di fronte a me una bicicletta per bambini illuminata solo da un fascio di luce che viene dalla finestra. Fra me e lei solo il pavimento pericolante. Come avere di fronte un bambino che ti tende la mano e tu non puoi afferrrarla. Scatto col cuore in gola. Con la consapevolezza di non riuscire a raggiungerla. Ma almeno di averla fotografata.

Esco da questa sezione e mi dirigo verso l’esterno, al muro del pianto e al muro della morte. Dietro al nome del primo, uguale alla famosa struttura in Israele, si cela un muro in cui è stato inciso questo nome e, vicino, note musicali. Musicoterapia. Mentre nel secondo, che forse prende il nome dalla frase incisa paura della morte per la parola MORTE che è ben visibile, troviamo sempre il nome inciso accanto alla frase CRISTO E’ RISORTO, sempre incisa. Come per non avere paura della morte. Speranza. Coraggio.

Dopo questi penso di aver visto tutto quando mi dicono “Aspetta, hai ancora un’altra stanza”. Ancora emozioni. Bulimia di storie. Ci mettiamo in cammino e attraversiamo i freddissimi e silenziosi sotterranei.

“Siamo arrivati, apri la porta”.

Con immensa emozione giro la maniglia, non mi sarei mai aspettato di trovare questa stanza di fronte a me.

Immersa in un asfissiante odore di muffa, eccola, in tutto il suo splendore: la stanza delle feste.

Non credo ai miei occhi, la sala dei festeggiamenti con ancora i festoni appesi. E qua il cuore comincia a battere più forte. Non riesco più a definire quest’emozione, se è paura, ansia o emozione. Cammino lentamente in questa stanza guardando i suoi colori carichi. Saturi. Guardo gli addobbi. Scatto. E penso alle danze, ai sorrisi. Alle speranze. Quanti amori saranno nati durante queste feste? Quanti sorrisi avranno soppiantato momentaneamente la sofferenza? Mi prendo il mio tempo per pensare, per immaginare la gloria di questa stanza. Il rumore dei tacchi, forse anche di quelle scarpe che ho visto poco prima nella stanza calzolaio, il roteare di chi balla, le sigarette fumate da chi stava a guardare. E cala il sipario sulla tristezza.

Perchè que doveva esserci solo gioia. Che festa avranno festeggiato con quei drappeggi appesi? Chissà quante storie potrebbero raccontare se potessero parlare.

L’aria è irrespirabile ma questa stanza è un riscatto, un lezione di vita: dobbiamo trovare l’energia dentro di noi per resistere alle sofferenze, dobbiamo trovare il coraggio di sorridere perchè quella è la nostra più grande risorsa, trovare il coraggio di vivere la gioia anche se rinchiusa nella perentesi di una festa. Dobbiamo abbandonarci alla musica, al mondo. Abbandonarci alla vita. Essere leggeri.

Proprio come un passo di danza.