PERSISTENZE e PERSISTENZA: come il fattore tempo ha cambiato il mio modo di vedere la fotografia

Giacomo Doni
May 7, 2018 · 4 min read
Foto di Andrea Pacini alla mia ultima mostra 40DI180 (2018)

Sono molto emozionato in questo caldo sabato pomeriggio, durante questa giornata di presentazione del mio libro Anime di Cartapesta.

Ci sono molte persone in sala, molte persone che conosco, non voglio che la mia voce tremi.

Un sorso d’acqua, avvicino il microfono, ringrazio per l’introduzione e comincio:

“come voi tutti ben sapete, sto portando avanti una ricerca storica sui manicomi dal 2006…” e poi continuo con la storia del Presepe contenuta nel mio libro.

Dal 2006.
12 anni di ricerca.
144 mesi.
4380 giorni.
Numeri molto grandi. Quanto tempo ci sta dentro 12 anni?

La presentazione prosegue, parola dopo parola e scatto dopo scatto fino al doveroso GRAZIE rivolto al pubblico. Sento il suono degli applausi. Mi sembra andato tutto bene. Ma la sorpresa più bella deve ancora arrivare.

Dopo la mia presentazione viene proiettato un documentario e io mi precipito a salutare alcune persone che non possono trattenersi fino alla fine. Esco dalla porta e dietro di me una persona che non vedevo da molti anni. Un vecchio amico fotografo. Una persona che mi diede un grandissimo consiglio. Emozione pura.

Andrea si occupa di fotografia di trasformazione urbana, è una persona molto impegnata e porta avanti un grande spazio di fotografia. Lo conosco da molto tempo Andrea e a lui devo un grandissimo insegnamento.

Voglio mettermi a nudo, non è semplice portare avanti una ricerca di questo genere. Mi occupo dal 2006 di un progetto documentaristico di tutela della memoria su gli ex manicomi in Italia. Spazi vuoti e complessi. Dobbiamo lottare contro troppi fattori, avere tantissima pazienza, sperare, resistere, credere.

Non sempre le cose vanno per il verso giusto e spesso, nonostante il lavoro, non vediamo nessun risultato.

Ricordo tutte le ore passate a fare editing, a fare ricerche, mail scritte la mattina prestissimo o addirittura nella notte, to-do-list che non finiscono mai nonostante si depenni qualche operazione, risposte che tardano sempre ad arrivare.

Ero impantanato. Non riuscivo a trovare una strada.
Era il 2012.
6 anni dall’inizio del mio lavoro.
72 mesi.
2190 giorni.

Foto di Andrea Pacini alla mia ultima mostra 40DI180 (2018)

Mi rivolsi ad Andrea con un portfolio di scatti e la voglia di fare un corso. Andai nel suo studio, guardammo insieme le foto.

Mi ricordo che gli domandai: “Andrea ma secondo te ne vale ancora la pena fare questi scatti?”

E lui mi interruppe:

“Certo. Tu non devi fare nessun corso. Va bene così”

Io rimasi di stucco, non capivo. Ero intrappolato in un imbuto e lui mi diceva che andava bene così.

“Devi solo continuare. Anche quando non vedi i risultati. Continua. Sempre. Perché solo continuando diventerai uno specialista nella tua disciplina.”

Mi guardò con il suo sguardo sereno, raccolse le mie foto che aveva disposto sul tavolo, mi mise un braccio sulla spalla e mi accompagnò all’uscita e mi disse di aggiornarlo.

Tornai a casa, ripresi tutto in mano e dal giorno dopo ricominciai a telefonare. E telefonare. E telefonare.

2190 giorni dopo quell’incontro lo trovo alla mia presentazione e sorridendo mi dice:

“Ti seguo silenziosamente sui social e volevo vedere cosa avevi fatto. Ti ricordi quando eri venuto da me a chiedermi se ne valeva la pena? Eccolo qua davanti a te il risultato. Hai visto che avevo ragione?”

E dopo l’ho abbracciato, emozionato e commosso.

In un certo senso mi ha guidato, mi ha fatto crescere. Mi ha fatto apprezzare il fattore tempo.

Il tempo è il valore aggiunto al racconto.

Dietro quella semplice parola, “continua”, c’è tutto il significato del tempo: raffigurare qualcosa che si trasforma ma che non perde la sua essenza.
Il tempo come elemento capace di conferire un valore unico alla testimonianza fotografica. Una fotografia è come mettere un segnalibro alla vita, fermiamo un attimo per poi riguardarcelo in seguito. Ed è proprio il tempo che regala un valore diverso a quell’immagine quando la guardiamo.
Mentre tutto va avanti, quell’attimo rimane immortale per riviverlo ogni volta che vogliamo. Tutto quello che trascorre dal momento dello scatto regala valore e riesce a far leva nelle nostre emozioni.

Come quelle volte che guardi le foto di te da bambino.
Come quelle volte che guardi i tuoi primi scatti.
Un viaggio nel tempo. E un’emozione nel cuore.

Nel 2006 ho smesso di fotografare edifici e ho iniziato a fotografare storie.
Nel 2006 ho iniziato a fotografare testimonianze umane. Che non si perdono nel tempo, ma si valorizzano.

Perché è proprio il passare del tempo che regala loro il profondo valore dell’esistenza.

Continuare per fermare più tempo possibile e avere sempre più materiale. Continuare. Sempre.

Un insegnamento che porterò sempre con me, perché non funziona solo nella fotografia.

Grazie Andrea Abati.

Non dimenticherò mai le tue parole e questo profondo insegnamento che mi hai regalato.

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