Questa è la mia missione

Giacomo Doni
Jun 29, 2018 · 3 min read
Origami di Marco Cavallo

“ La tua non è una semplice passione, credo che la tua sia una vera e propria missione”.

Le parole di Sabrina mi lasciano di stucco e mi creano un grande senso di stupore. Misto responsabilità. Misto gioia. Misto serietà.

Questa è la mia missione.

Un ruolo. Uno scopo ben definito. E mi chiedo da dove nasca questa mia missione.

Forse è nata quando ero piccolo. Molto piccolo. Ho un ricordo nitido di me in piedi nell’ingresso di casa a fissare una vecchia foto in bianco e nero appesa al muro in una cornice di vetro a vista. Nell’immagine erano raffigurate alcune persone che non conoscevo. E che non avrei mai visto.

Mi ricordo mia nonna che mi indicava i nomi e i gradi di parentele e poi fissava per qualche secondo in silenzio quei volti prima di inizare un nuovo discorso. In quei 3 secondi di silenzio un viaggio nel passato, nei ricordi, nelle emozioni.

Io non ricordo i nomi e neppure il grado di parentela di quelle persone, ma sono rimasto colpito di come quella stampa avesse abbattuto le barriere del tempo e dello spazio.

Poi gli anni sono andati avanti, sono arrivate le prime polaroid che hanno immortalato alcuni momenti della mia vita. Sono arrivate le prime macchine a pellicola 35 mm. e sono continuati ad arrivare ancora altri momenti. È arrivata la scuola con la camera oscura ma quell’immagine per me rimaneva insuperabile, aveva un qualcosa di “magico”.

Tutti dicono di partire con un “perchè”, con un motivo e con un piano, io non l’ho fatto quando ho cominciato a fotografare manicomi. Non scattavo da molto e l’idea di scoprire fotograficamente un mondo che non conoscevo mi intrigava da morire.

Non avevo un perchè. Fotografavo perchè volevo semplicemente scoprire e dentro di me ripetevo che quella cosa doveva essere fatta e che magari un domani avrebbe avuto un senso. Che un domani la Vita mi avrebbe suggerito il motivo. Andare avanti senza un perchè.

Era una cosa da fare e non mi sono mai chiesto dove mi avrebbe portato. Ho scelto il cuore. L’emozione mi ha guidato. Fotografavo tutte quelle cose avrei raccontato alle persone più vicine a me. Senza uno scopo. Pura emozione.

Ma gli anni continuano a passare. E le foto diventano più complesse da realizzare ma inizia a diventare più semplice legare con le persone che hanno vissuto quei luoghi.

Narrazione pura. Mischiare racconti a fotografie. Creare le ossa e l’anima di una storia. E negli sguardi delle persone la gioia di raccontare la storia della loro vita. Perdersi nei luoghi e nelle parole delle persone che hanno vissuto gli spazi manicomiali, così pieni di dolore, mi ha fatto toccare con mano un calore emotivo che non pensavo esistesse.

Un’umanità silenziosa che ogni giorno, lontano dagli occhi addormentati e distratti di chi vive la routine, vive e lotta per qualcosa di umano. Di incredibile. Ricordo gli inviti al ballo di alcuni degenti di una RSA, del pranzo con gli infermieri nel manicomio di Cogoleto dove due utenti hanno brindato con un bel bicchiere di vino rosso la presenza dell’ospite che veniva da fuori Liguria. Ricordo le lacrime che ho versato nel salutare alcune persone che non so se riuscirò mai a rivedere, ma ricordo anche la gioia di aver conosciuto tutte quelle persone che prima di essere un volto erano un gruppo di pixel a forma di nome su internet.

Sono le emozioni il motore. E il cuore il radar. Ed è proprio quando mi sono perso dentro le emozioni ho scoperto cosa c’era dentro quei 3 secondi di silenzio di mia nonna mentre guardava quel vecchio scatto appeso al muro: c’era la sua infanzia, c’erano i primi sorrisi, i primi litigi, i primi “ti voglio bene”, i primi sentimenti, i primi passi, i primi colori, i primi desideri.

C’era la vita, rinchiusa in 3 secondi di silenzio.

In una stampa erano rinchiusi attimi indimenticabili che potevano essere rievocati con soli 3 secondi di silenzio.

La fotografia non salva solo luoghi e momenti. Salva le emozioni e le rende eterne.

Condividere emozioni è la mia missione.

E questa è la mia storia.

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