Sii libero.

In questi ultimi giorni ho recuperato un disco uscito ad ottobre dello scorso anno, Outsiders di Jesse Malin. Jesse Malin è un mio vecchio — e breve, devo ammettere — pallino. Negli anni Novanta ha fatto parte di una intensa e rapidissima cometa glam punk chiamata D-Generation: in quel periodo di riflusso (e rifiuto) per il rock and roll erano uno di quei due-tre gruppi (con Demolition 23 e Wildhearts) che in modo fiero applicavano il loro — bellissimo — esercizio di stile per gli affezionati. Dopo quell’esperienza Malin ha proseguito con una carriera solista che l’ha portato più volte ad incrociare per strada un personaggio come Ryan Adams, amico e produttore. Ha inciso svariati album in studio, qualche live e qualche altro progetto collaterale. Ciascuno di questi lavori avrebbe dovuto spalancargli le porte del successo, quello grande. Ogni volta finiva invece che il successo rimaneva lì, solo sfiorato; i suoi dischi li comprava — e li compra tuttora — solo chi, genericamente, ama l’alternative rock americano un po’ trendy e un po’ no (proprio à la Ryan Adams), e i nostalgici dei D-Generation. Entrambe queste due categorie amano molto i dischi di Jesse Malin per un motivo molto semplice: ci si può crogiolare. Sono dischi in cui si sta bene e ci si sente parte di qualcosa: raccontano storie nelle quali chiunque può riconoscersi, con l’aggiunta di una certa coolness che qualche sociologo serio dovrebbe indagare come uno dei fattori chiave del successo del rock and roll. Qualcuno dice che Jesse Malin si lamenta da una quindicina d’anni; è un bel lamentarsi.

In Outsiders c’è un pezzo ad un certo punto che mi è suonato subito famigliare. È la traccia numero sette, ‘Stay free’, e si presenta come una delicata e malinconicissima ballata per chitarra, piano e voce che racconta la tipica storia di amicizia tra due compagni di classe. L’ho ascoltata per due giorni, sempre sospettoso per quella famigliarità troppo forte con qualcosa che conoscevo bene ma non riuscivo ad afferrare.

‘Stay free’ è l’ottavo brano di Give ’em enough rope dei Clash, il loro secondo disco del 1978. Un disco bellissimo, ma che ha due problemi non da poco: una produzione tra le migliori produzioni punk dell’epoca — in regia c’era Sandy Pearlman, che aveva prodotto tra gli altri i Blue Oyster Cult: motivo per cui il disco fu accusato di strizzare un po’ troppo l’occhio alle sonorità hard rock –; ma, soprattutto, l’essere arrivato dopo quella bomba colossale che era stato il loro disco di debutto dell’anno prima. Personalmente ho simpatia per i dischi outsider all’interno delle carriere dei gruppi: quei dischi cioè che musicalmente hanno tanto da dire ma che, spesso solo per essere stati incisi nel momento sbagliato, vengono considerati dei figli minori da rinnegare alla prima occasione. Give ’em enough rope non è quella tipologia di disco all’interno dell’intera discografia dei Clash: lo sarebbe Cut the crap, sebbene nessuno si sognerebbe mai di trovarci qualcosa di realmente valido (anche se…); potrebbe esserlo Combat rock se escludessimo Cut the crap dall’elenco. Ma Give ’em enough rope sarebbe il disco outsider dei Clash se fermassimo la discografia dei Clash a Sandinista!.

Per un lungo periodo, Give ’em enough rope è stato il mio disco preferito dei Clash.

Mick Jones e Robin Crockers si conobbero sui banchi della prestigiosa Strand School di Londra. Un giorno furono richiamati dal preside dopo che si erano azzuffati: non essendo riusciti a mettersi d’accordo su chi fosse superiore tra Bo Diddley e Chuck Berry, avevano fatto decidere ai pugni. Come ha raccontato lo stesso Crockers in un’intervista al Guardian, quel momento fu rivelatorio per entrambi: diventarono amici e, soprattutto, persero qualunque forma di rispetto per l’autorità e chi la rappresentava. Si persero poi di vista per un periodo: l’uno a fare punk rock, l’altro a provare la strada del giornalismo per poi soggiornare nella cella di un carcere dell’isola di Wight: l’avevano beccato, insieme ad altri, a rapinare una banca.

Quando sono uscito dal carcere, Mick aveva fondato i Clash. Una sera si presentò da me con una chitarra acustica e mi suonò ‘Stay free’. Qualcuno una volta mi ha detto che è la più eccezionale canzone d’amore eterosessuale che un uomo ha dedicato ad un altro uomo, il che è molto vero. È il ricordo di un gruppo glorioso, di un periodo glorioso e di una gloriosa amicizia. Sfortunatamente non rimasi libero per molto tempo. Feci una rapina a Stoccolma e mi beccarono di nuovo.

C’è il lieto fine da qualche parte: Robin Crockers — nel frattempo ribattezzato Banks, chissà se per via dei suoi vizi — per un periodo è stato roadie dei Clash, mettendo tra l’altro a serio rischio la produzione del disco che conteneva la canzone che Jones gli aveva dedicato. Alla fine del gennaio del 1978, prima che i Clash iniziassero a lavorare a Give ’em enough rope, il produttore Sandy Pearlman si presentò ad un loro concerto. Banks, non riconoscendolo, non voleva farlo entrare nei camerini e, mal sopportando l’insistenza di Pearlman che da produttore designato esigeva d’incontrare il gruppo, gli scagliò un paio di sberloni all’ingresso del backstage. Finì comunque bene, con il manager dei Clash Bernie Rhodes chino a pulire il sangue dal volto del produttore e io qui, quasi quarant’anni dopo, a vergognarmi per averci messo due giorni a riconoscere nel brano di Jesse Malin la cover di ‘Stay free’ dei Clash.