Nemmeno un capello

Gianfranco Massa
Aug 27, 2017 · 4 min read

Voglio raccontarvi di questa breve, ma significativa esperienza.

Qualche tempo fa - non molto a dire il vero - sono stato in un centro medico piuttosto conosciuto nella mia città (che è Milano) per sottopormi a una visita dermatologica.

Motivo preciso di questa visita - volendo far pubblico sfoggio dei fattacci miei - è che da qualche tempo a questa parte mi si stanno diradando i capelli.

Niente di grave in sé - il diradamento, infatti, è poca cosa - ma ho voluto fare questa visita ugualmente, visto che avevo bisogno di ricevere da un medico qualche semplice e coerente (direi scientifica) indicazione su come evitare che il diradamento si aggravasse. Ammesso abbia intenzione di aggravarsi. Ammesso che esista qualche possibilità che il verbo aggravare abbia qualcosa a che fare con un fenomeno che, almeno per i maschietti, riveste carattere quasi fisiologico: carattere, dunque, che più che associarsi alla gravità verrebbe da abbinare al concetto di normalità.

Ad ogni modo, dopo aver effettuato la visita in questione con una dottoressa appena appena straordinaria (calma, dolce, rassicurante, simpatica, mora, napoletana) e aver ricevuto una serie di ottimi consigli (mischiati con qualche modesta prescrizione medica di cui avrei fatto sinceramente a meno, ma ok: dovrò, cioè, prendere per un po’ di tempo degli integratori alimentari a base di zinco e melone), sono infine ritornato alla reception del centro medico per prenotare un nuovo controllo, concordato con la dottoressa, per gli inizi del prossimo mese di ottobre.

Senonché proprio alla reception ho avuto questa interessante e modesta illuminazione. Che è, tuttavia, il motivo unico (a discapito della sua modestia) per cui vi racconto di questo episodio.

Dietro di me, appena uscita da una stanza dove doveva aver da poco terminato non saprei dirvi che genere di visita, se ne stava un‘anziana signora molto piccola di statura, col viso simpatico, acuto e … Con una gobba gigantesca e perfettamente cubica dietro le sue spalle.

Sì.

Avete capito.

Un‘anziana signora. Subito dietro di me. In fila. Alla reception. Per prenotare un nuovo controllo. Una nuova visita medica. Dietro di lei una gobba apocalittica e perfettamente cubica. Uno di quei promontori geometricamente ineccepibili che si ergono dall’inizio delle scapole per arrestarsi con una perfetta curvatura all’altezza del tratto dorsale della colonna vertebrale.

Come ho già accennato nelle righe precedenti, quello che mi ha subito colpito era che l‘anziana signora sembrava serena, placida e a suo agio. Di certo preoccupata, come ciascuno di noi, dalle moltissime cose che compongono la sua inimitabile quotidianità, ma niente affatto triste.

Ciò che non poteva non destare stupore (e affetto) era l’assenza nell’anziana signora di qualunque tentativo, anche solo accennato, di nascondere quella gobba rigogliosa. Nessun rimedio nemmeno accennato. Né, ribadisco, alcuna mortificazione o percepibile soggezione.

È stato lì, allora, osservando quest’anziana signora per il tempo che mi era dato senza sconfinare nella maleducazione, che sono tornato con attualità a riflettere su due concetti antitetici coi quali tutti facciamo continuamente i conti.

La realtà nella quale viviamo e operiamo tutti insieme ogni giorno e la fantasia che dipingiamo individualmente e per conto nostro ogni istante.

Già.

Perché la gobba, diciamolo pure, è, alla pari della maleducazione, dei furfanti, dei banchieri disonesti, delle calamità naturali, dei politici corrotti, dell’Unione Europea che non funziona eppure sarebbe così semplice farla funzionare ma proprio non ne vuole sapere nessuno di fare un bel cavolo di niente per aggiustarla e, ancora, dei furti di bicicletta e delle scoregge puzzolenti fatte da lazzaroni impuniti dentro vagoni sovraccarichi e mal areati delle metropolitane di tutto il mondo, una parte di quella realtà che nelle fantasie che dipingiamo e rinnoviamo in un luogo immaginifico tutto nostro non ha alcuna ragion d’essere.

Senza voler (nemmeno per sbaglio) demonizzare questa fantasia profonda che scorre dentro ciascuno di noi e senza la quale la realtà rimarrebbe sempre uguale a sé stessa, finendo col frustrarci se non addirittura deprimerci, mi sono chiesto però a quale fatica esponiamo le nostre giornate ogni qual volta questo piano fantastico diventa preponderante ..

A discapito, cioè, della realtà.

Già perché, se da un lato, è senza dubbio lodevole farsi carico d’immaginare un mondo senza gobbe mostruose, ladri, corruzione e flatulenze sotterranee, dall’altro lato, questa deviazione appassionata verso una dimensione fantastica dove queste cose non ci sono, rischia di affaticarci e, alle volte, di lasciarci un briciolo impreparati davanti a una realtà che come un biscazziere suonato e nemico ci serve carte sgradite e somiglianti.

E allora?

E allora, in conclusione, concedetemi di elogiare l’anziana, vispa signora felice e gobbuta e di muovere una critica leggera ma incoraggiante al giovane cittadino che sono. E che per una lieve scapigliatura occorsa nel mondo reale, ha subito avvertito il bisogno (comprensivo di non poco affanno) di riparare nel mondo ideale dove, nemmeno a dirsi, ha trovato più d’una conferma alla teoria abbondantemente falsificata per cui a un ragazzo nel pieno degli anni non può mancare proprio un bel nulla di nulla.

Nemmeno un capello.

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I am 35, I am an Italian civil lawyer. I love reading when I love to do that. I love writing exactly the same way. Here I will write in ITA and ENG (sometimes)

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