Capitolo Duemilaquindici

Questi posti sono riservati ai bambini, dice una traduzione non fedelissima del corrispettivo inglese. Del resto, a prescindere da quale sia la lingua di partenza, una traduzione è sempre un pò una riduzione, un compromesso, un’illegittima scelta fatta sulla base di un vocabolario personale e di culture differenti. Diciamo che da una traduzione si può capire da dove viene una persona, dimmi come traduci e ti dirò chi sei.

La metro ferma a Massaua, un’enorme slargo in cui confluiscono diverse strade e da cui si vedono benissimo le Alpi. Sistemo le mie cose nell’appartamento al numerocinque e ritorno nei bassifondi metropolitani per un’altra corsa sottoterra, direzione centro città. I tunnel sembrano ricavati da un qualche videogame interspaziale, pieni di luci ai lati che sfrecciano e cunicoli adiacenti usati per ispezione, anche se giurerei di aver visto una porta rossa con la scritta “Bar”. Mi piace spostarmi come fanno tutti gli altri, prendere in affitto un appartamento e sistemarci le mie cose, per ricordare i tempi passati.

Scendo a Lingotto, e mi dirigo tra le vie interne. Mi imbatto in una 500 bianca che cerca disperatamente di parcheggiare in un posto millimetrico, che poi ce la farebbe pure se non fosse per l’angolo di attacco troppo acuto. Od ottuso. Non ricordo mai la differenza, che pure è fondamentale. Anche solo di un grado, che magari all’inizio sembra un niente: man mano che ti allontani dal centro dell’angolo, quel grado crea una distanza enorme tra te e la traiettoria prestabilita. Ed allora, in fondo, non importa se acuto od ottuso: hai scelto una direzione che piano piano ti allontana da ciò che sei, inesorabilmente e senza possibilità di ritorno.

Fatto sta che la 500 decide di parcheggiare alla cazzo di cane, per usare un concetto di trigonometria che rappresenta perfettamente un angolo del tutto sballato, e ne escono due ragazzi. Lei al posto di guida, ancora incerta sull’esito della manovra, che risplende con i suoi occhi chiari ed un sorriso abbagliante, mentre il ragazzo passeggero che la tranquillizza sulla bontà del parcheggio usando inflessioni da profondo sud. Il chè in effetti spiega la sua visione dei posteggi automobilistici.

Se ne vanno poco dopo trotterellando, qualche metro davanti a me, tenendosi per mano. Giriamo lo stesso angolo, ed io non riesco a staccare gli occhi dalle loro sagome. Lei forse è più alta, forse cammina a dieci centimetri da terra, billabong-styla andante, lui è più composto ma non riesce a non seguire quel ritmo, come un serpente incantato dalla sua musica.

<Mi scusi, mi sa indicare se questa è…> e passa via senza fermarsi. Già, che stupido, dimentico sempre che la gente non mi risponde mai.

Devo fare una consegna al numero cinquantaquattro. Il capo mi ha erudito sulla missione con insolita mancanza di particolari. <Devi consegnarlo alle persone che lo meritano>. Mah. E come faccio a capirlo? Inizio a guardarmi intorno, osservo gente che passa, che parla, che compra la frutta a tre passi da me. Arrivo al numero civico giusto, guardo i cognomi sui citofoni, nessun indizio. Giro intorno all’isolato, due persone si guardano negli occhi ma non sono loro, ne sono certo. Continuo a cercare disperatamente. Ritorno ancora a destra, facendo quadrato, rivedo la 500 sbilenca fare capolino sulla via e sorrido, pensando che sta lì a dimostrare che sta in fila, ma in un modo tutto suo. Irriverente, al limite della legalità.

Poi m’illumino. Forse sono loro. Come ho fatto a non capirlo prima? Corro velocemente verso l’automobile ed appoggio la mano sulla fiancata. E vedo.

Vedo due valigie enormi che diventeranno una sorpresa.
Vedo una Cadillac gialla su un viale pieno di palme.
Vedo un caffè con acqua calda mentre fuori nevica.
Vedo una spiaggia su un’isola nel Mediterraneo.
Vedo bambini prodigio vestiti di tutto punto per un evento memorabile.
Vedo una fattoria in mezzo al nulla con prati verdi intorno.
Vedo due mani che si stringono e non si lasceranno mai più.

Mi sposto nuovamente verso il numerocinquantaquattro ed aspetto. A questo punto so che sono loro. La ricordo perfettamente la mia vita precedente. Lei aveva ragione, esistono le vite precedenti, esistono dei collegamenti e delle emozioni che superano il tempo e lo spazio, e si perpetuano per sempre, in ogni nuova nascita e dopo ogni morte. Avevi ragione, Cri.

Escono dal portone, li affianco ed ascolto un pò i loro discorsi. Li conosco a memoria, come se fossero i miei, come se fossero i nostri. Stanno per risalire in macchina ed un attimo prima che lo facciano, appoggio la mia mano su di loro. Ecco, ho compiuto la mia missione. Quell’amore potrà ancora vivere attraverso loro, e da oggi loro ne saranno custodi. Capiranno pian piano che questo sentimento viene da molto lontano e che merita di essere vissuto fino in fondo.

Li guardo andare via in macchina un’ultima volta, con l’espressione malinconica per aver lasciato il premio più grande ad altre due persone, ma con la sicurezza che ne faranno buon uso e saranno per sempre felici.

Guardo in alto e scorgo il sorriso del capo. <Credo di aver scelto bene>, sussurro, e lui risponde a suo modo, scoprendo la luna da dietro le nuvole. Chiudo gli occhi e ritorno sù, in mezzo agli altri angeli, aspettando le prossime due anime da far innamorare.