Capitolo Uno

Alla terza volta non hai neanche bisogno di girarti. Sorridi sornione al suono di una jazz band anni ’20 e calcoli mentalmente la distanza tra te e lui. Il vecchietto dei Navigli. Un tizio che avrebbe trecentomila cose da raccontare, se non fosse per quel carretto che si porta dietro, con un altoparlate montato sopra, che spara suoni ormai di un’altra era ad un volume sconsiderato.
E va avanti ed indietro, sempre alla stessa ora - beh, in realtà non ho mai controllato l’orologio ma scommetto sia così -, sempre con la stessa musica. A prima vista può sembrare un mendicante o un’artista da strada, ma in realtà lui se ne frega proprio. Passa indifferente tra la gente, occhi socchiusi, capo leggermente chino e resta perso in chissà quali pensieri. Darei dieci euro per sapere a cosa pensa.
Stavolta però lo incontro all’altezza del Libraccio, il negozio di libri. Ed in quel preciso momento realizzo che è un quadro perfetto per uno scatto d’autore: lui con la sua musica, sullo sfondo libri usati, con luce calda che filtra dalle vetrine ed il sapore di un tempo lontano, che in bianco e nero renderebbe benissimo. Click.

Ed allora entro. Entro ed all’inizio non capisco niente. Mi aspetto degli scaffali luminosi, adesivi colorati ad indicare le offerte, cataste centrali di best seller sotto una luce pseudo-divina, ed invece no. La luce basta a malapena per guardare dove metti i piedi ed i libri sono raccolti in cataste infinite senza alcun nesso logico, genere, età, autore. Sembrano quasi messi lí a caso ma magari una logica c’è. Ed allora decido di cercarla.
Prendo tomi a caso, sfoglio, ripongo e passo avanti, cercando qualcosa di familiare. Sguscio tra persone che cercano solo un buon affare ed intenditori di libri mai visti (lo dicono la barba e gli occhialoni spessi) ed infine entro in una stanza secondaria, in cui si vede solo il soffitto, tanti sono i tomi sulle pareti e sul pavimento.
C’è una ragazza intenta a salvarne uno dall’ultima posizione in griglia di partenza, in fondo a tutti, schiacciato dal peso della cultura, come si dice. E ci parla anche.

<Oh andiamo, vuoi venire fuori?!?>
Sorrido.
<Per quale motivo dovresti rimanere qui nascosto solo perchè ti hanno messo così in fondo?>
Che mi verrebbe quasi da rispondere ma faccio finta di cercare qualcosa e la lascio fare, sperando segretamente che combini il disastro.
SBADABAM! Appunto.
Si ritrova a terra catapultata dalla sua stessa forza di trazione con una trentina di libri sparsi intorno, tipo campo di battaglia. Ed io rido, mentre faccio per avvicinarmi ed aiutarla a rialzarsi, preparando un banale ma sempre onesto “ti sei fatta male?”.
Tendo la mano in segno di gentilezza ed enuncio fiero la mia battuta quando a metà mi interrompo, e noto un libro aperto per terra, pagine giallastre e spiegazzate, con un font che sembra dipinto a mano ed una sottolineatura calcata con forza. E passione. E mi blocco.
<Beh, mi volevi aiutare?> insiste giustamente lei, spiazzata sul più bello dal mio fermo immagine.
<Eh? No scusa, avevo visto questa frase…>, e come un ebete la indico, ancora travolto dai pensieri.
<Quale?>, aggiunge lei.
E con improvvisa lucidità, gliela declamo come giusta risposta alla sua domanda: <”Perdonami, perchè ho lottato solo per te”>.
Resto ancora un secondo a fissarla, poi mi giro verso di lei. Mi fissa.
<Dove l’hai vista?>
<Laggiù, vedi quella sottolineatu…>
E non faccio in tempo a finire che si catapulta sul libro, lo prende e rilegge la stessa frase, a bassa voce, segnando col dito tutto il percorso delle trentatrè lettere attraverso le due righe che la contengono. La legge lentamente, di un lento che sembra infinito. Poi si gira nuovamente verso di me.
<Era questo il libro che stavo cercando>
<Quello che ti ha fatto combinare il disastro?>
<Si>
<Bene, ora è salvo>. Sorridiamo.
<Perchè questa frase?>, chiede lei.
<Dimmelo tu, sei tu che lo hai aperto a quella pagina>
<Ma io non l’ho aperto! Si è aperto da solo quando sono… si, insomma… scivolata?>
<E’ una domanda??>, farfuglio, mentre riprendo a ridere.
<Dai smettila! Capita, no? Comunque, lieta di aver reso divertente la tua ricerca>.
<Di cosa?>
<Di quella frase>
<Sarebbe a dire?>, domando incuriosito.
<Beh, la gente qui entra per cercare libri, offerte, ricordi. Io entro per cercare emozioni. Sensazioni chiuse in pagine sovrapposte e schiacciate da mille altre, scritte cento anni fa e lette mille altre volte. A volte è solo il colore sbiadito della copertina, a volte è una frase sottolineata. Come quella che hai trovato tu>.
<Cercavamo la stessa cosa, quindi?>
<Già, può darsi>.

Il momento successivo potrebbe essere durato vent’anni, per quanto ne so.

<Quella frase mi ha fatto pensare>, aggiungo.
<A cosa?>
<Al fatto che l’amore non è vero amore se si lotta totalmente per una persona, solo per lei, solo per il suo bene, anche fosse fatto in buona fede. L’amore richiede che si lotti per entrambi. L’amore pretende di essere acceso da due passioni, vissuto da due cuori, consumato da due anime, reso eterno da due pazzie>.
<Wow>
<Wow cosa?>
<Che non ci avevo pensato, ma credo tu abbia ragione>, aggiunge lei chiudendo finalmente il libro e rivelando una copertina blu scuro con i bordi consumati ed il titolo che si legge a malapena.
<Posso?>, faccio io, allungando la mano verso il libro.
Me lo porge in silenzio, quasi stessimo scambiando una reliquia, simbolo di un momento magico.
<Te lo regalo!>, dico di fretta mentre mi giro velocemente e punto l’ingresso.
Faccio due passi in una direzione ma mi rendo conto che è il corridoio sbagliato.
<Lì ci sono solo trattati di astronomia che hanno più anni delle piramidi e dicono che la terra è piatta>, pontifica lei, sull’uscio della stanza delle reliquie, a braccia incrociate con occhio di sfida.
<Mmmmh allora ne prendo uno>. Certe cose mi fanno brillare gli occhi: <Ma ci pensi? Un libro che dice che la terra è piatta… voglio sapere come argomentavano la cosa!>
<Fai pure>, aggiunge, sfilandomi il libro dalle mani e scappando via.
La inseguo per qualche metro, quando finalmente giungiamo alla cassa. Il vecchietto dall’altro lato ci scruta, sistemandosi un cappello da capitano del Titanic e masticando una pipa spenta dal novantadue che <Maccheddiavolo la tiene a fare se…> <Sssssh, ti sente!>, dice lei sottovoce.
<Solo questo?>, tuona il nostro Capitan Barbanera. Sarò io, ma a me sembra di stare in un romanzo d’altri tempi da quando quel vecchietto dei Navigli è apparso.
<Si, grazie>, faccio io e metto venti euro sul tavolo.
Lei mi guarda impertinente, evidentemente intenta a soffocare i tentativi di rivolta, ma sa benissimo che con un tizio così alla cassa non avrebbe avuto speranze.
<Grazie>, mi dice sorridendo, mentre prende il libro e lo stringe al petto.
Usciamo. Restiamo per un attimo in silenzio pensando a cosa dire per congedarci, quando d’un tratto lei aggiunge: <Ti va se ci sediamo sulla darsena e leggiamo qualche passo insieme?>
Che domande.
<Certo. In fondo Cime Tempestose è il mio libro preferito>.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Gianlu’s story.