Antonio Candreva e la gnosis

Gianluca Didino
Oct 24, 2019 · 6 min read

Antonio Conte, si sa, ha il tocco di Re Mida, è capace di trasformare i metalli comuni in oro: storicamente le sue sono squadre formate da giocatori tuttalpiù discreti (i Matri, i Pellè, gli Zappacosta) che sotto la sua guida rendono al massimo delle possibilità. La proprietà dell’Inter credeva in questo suo talento quando ne ha fatto l’allenatore più pagato della Serie A e, almeno finora, è stata ripagata dell’investimento. Ma nessuno poteva ragionevolmente sperare che Conte facesse quello che ha fatto ad Antonio Candreva, che in questi mesi all’Inter sta vivendo quella che ha tutta l’aria di essere una seconda giovinezza.

Più lo guardo giocare, domenica dopo domenica, un turno infrasettimanale dopo l’altro, e meno credo ai miei occhi: quello che solo un anno fa sembrava un giocatore sulla via del tramonto, uno stipendipo pesante di cui doversi liberare in qualunque modo possibile, è tornato a essere uno degli esterni più forti del campionato, capace di dire la sua anche su palcoscenici importanti come la Champions League, come ha dimostrato l’ottima prestazione contro il Borussia Dortmund. Ma a guardarla bene quella di Candreva, più che una rinascita, sembra una scoperta: la scoperta della luce che ha sempre posseduto dentro di lui, una constatazione che fa del suo percorso una perfetta parabola gnostica.

Nella fase di picco della sua carriera Antonio Candreva era semplicemente un ottimo giocatore. Con 44 gol e 45 assist nei tre anni giocati alla Lazio, dal 2013 al 2016 (una media di un gol o un assist ogni 2.15 partite) e medie Whoscored sopra il 7.10 per i match di Serie A, era un tassello irrinunciabile delle squadre di Reja, Petković e Pioli come della Nazionale. La sua identità era chiara: un giocatore rapido, perfetto per il contropiede, bravo nel cross e con una propensione per entrare nell’area avversaria e cercare il gol, che giocasse ala nel 4–3–3 della Lazio o esterno di centrocampo nella Nazionale.

Antonio Candreva dopo il gol con il Lecce

Passato all’Inter nel mercato estivo della tragica stagione 2016/2017, che vide avvicendarsi sulla panchina nerazzura ben quattro allenatori (Mancini, che non iniziò nemmeno la stagione, De Boer, Pioli e infine il tecnico della Primavera Vecchi), Candreva sembrava aver iniziato una lenta ma costante parabola discendente: persa la brillantezza degli anni d’oro, era stato in grado di segnare ancora 6 volte nella stagione 2016/2017, realizzando 11 assist. Ma nonostante le statistiche che lo incoronavano giocatore con più cross del campionato, sembrava ovvio che il momento migliore della sua carriera fosse alle spalle.

La conferma era arrivata nella stagione successiva, quando nel 4–2–3–1 di Spalletti i suoi numeri erano precipitati vertiginosamente: 0 gol e 8 assist per un giocatore che, nell’idea del tecnico toscano, doveva essere una delle due fonti di gol a supporto dell’unica punta Icardi. Sotto Spalletti Candreva era scivolato in una spirale di inefficienza e ripetitività che non l’aveva relegato in panchina soltanto perché nel ruolo di ala destra l’Inter non poteva schierare nessun altro. Ma nel cuore dei tifosi Antonio era diventato tra i giocatori peggio sopportati della rosa.

Alla fine dell’era Spalletti guardar giocare Candreva era uno strazio per la mente e per il cuore. Incatenato come da un incantesimo a un gioco sempre uguale a sé stesso, Antonio sembrava essere in grado unicamente di arrivare sul fondo e tentare un cross che andava immancabilmente a spegnersi sulle natiche del terzino sinistro avversario. Nel gioco di Spalletti, che chiedeva agli esterni di tenersi molto larghi, l’area di rigore era diventata per Antonio una terra proibita. La scarsa confidenza con il gol sembrava averlo spento al punto da inficiare anche le sue capacità decisionali: nella stragrande maggioranza dei casi, quando aveva la palla finiva per fare la cosa sbagliata, crossare nel nulla, tirare quando c’era un compagno smarcato o tentare passaggi arzigogolati quando aveva una linea di tiro.

Antonio Candreva dopo il gol con il Borussia Dortmund

Nei momenti più drammatici mi ricordava il Cooper di David Lynch tornato al mondo dopo decenni passati nella Loggia Nera: privato di una volontà propria, sembrava destinato a una coazione a ripetere della quale non poteva liberarsi (correre in fondo alla fascia, crossare sulle cosce del difensore, tornare a difendere, correre in fondo alla fascia ecc.). La luce che aveva negli occhi ai tempi della Lazio era stata rimpiazzata da una strana assenza, un abbattimento morale che si riflettevano senza pietà sul suo gioco sterile e inefficace.

Nelle parabole gnostiche c’è sempre un momento in cui il possessore ancora inconsapevole della gnosis si rende conto dell’orrore del mondo materiale che lo circonda. E’ il momento in cui, letteralmente, sprofonda nella materia, ci si immerge fino al collo. Per rimanere a Twin Peaks di quel grande gnostico che è Lynch, è il momento in cui Cooper si rende conto di essere stato “fabbricato”, e che tutto l’universo che lo circonda non è altro che l’invenzione folle di un demiurgo fuori di senno.

Nel caso di Candreva la “materia” non potrebbe essere più letterale: barbuto, appesantito, Antonio sembrava correre nel campo come attraverso la melassa, i movimenti erano faticosi, il pensiero rallentato. Nella sua ristretta area d’azione i difensori avversari sembravano moltiplicarsi, una selva di cosce e natiche che sembravano messe lì apposta per bloccare i suoi cross. In quanto al demiurgo pazzo… che dire, tutti seguivamo le conferenze stampa di Spalletti.

Un’altra immagine di Candreva dopo il gol con il Borussia

L’arrivo di Conte ha coinciso per Candreva con il momento in cui, attraversata la discesa nella materia, l’adepto scopre di essere in possesso della gnosis e si illumina. All’ingresso durante la partita con il Lecce Candreva è sembrato esattamente questo: illuminato. Dimagrito dieci chili e sbarbato è parso, letteralmente, un uomo che si è liberato dal peso della materia per assurgere a un mondo di puro spirito, in cui a muoverlo era la potenza divina.

E infatti in quella partita (un match in cui tutta l’Inter ha giocato come non faceva da anni, con l’esclusione di qualche exploit passeggero durante la tormentata guida di De Boer), Candreva ha corso novanta minuti per il campo, sfornato cross perfetti e giocate di classe, coronando una prestazione maiuscola con un gol incredibile. L’espressione iconica nel momento del festeggiamento rimarrà nella storia dell’Inter di Conte: un misto di incredulità auto-riflessiva (sono davvero io questo?) e quella che potrei definire soltanto come pura estasi nello stesso senso in cui i mistici sono in estasi quando vengono posseduti dalla divinità.

Il dio della luce che si è impossato di Candreva non l’ha ancora lasciato, e tutti noi tifosi dell’Inter speriamo che non lo faccia mai. Come la discesa nella materia aveva spolpato l’essere umano della sua identità, trasformandolo nel ricettacolo vuoto di una nevrosi (nello stesso modo in cui il Cooper di Lynch non riesce a far altro che moversi attonito per il mondo e ripetere le frasi di chi gli sta intorno), così la gnosis che lo illumina dall’interno ha fatto di Candreva qualcosa di diverso e di più del sue vecchio sé umano: una versione aumentata, perfezionata, del giocatore che è stato.

Forse per questo ogni partita che passa Antonio assomiglia sempre di più alle icone dei mistici cristiani medievali, un’immagine replicata quasi alla perfezione dopo il bellissimo gol che ha chiuso la partita contro il Dortmund: scavato in volto, con negli occhi una luce che arde come un incendio, il corpo nudo e asciutto, le braccia alzate come un santo che i protende verso il proprio dio nel cielo. A me questa versione di Cadreva esalta, più ancora che piacermi razionalmente, e non posso che ringraziare Conte di aver compiuto questo piccolo miracolo pagano.

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