CUORE DI TENEBRA: DEREK RAYMOND E LA METAFISICA DEL NOIR

CUORE DI TENEBRA

Se il noir ha una funzione è quella di mostrare la vita attraverso gli occhi di quelli che sono stati privati di un’esistenza decente(Stanze Nascoste)

Derek Raymond è l’ex lege del noir, uno dei suoi rappresentanti più originali: mescolando crime novel e metafisica, Sartre e malavita, ponendo la vittima al centro dell’azione, ne ha disegnato una sua personalissima idea. I suoi romanzi non sono avvincenti, sono una discesa nell’inferno dell’uomo, dove l’unica certezza, una volta entrati, è la non possibilità di venirne fuori illesi.

LA METAFISICA DEL NOIR

Il Ciclo della Factory e Le Stanze Nascoste

Mettiamo un attimo da parte le cronologie da bibliotecari: il cosiddetto Ciclo della Factory sta a Raymond come La Trilogia Nera sta a Leo Malet o la quadrilogia di Los Angeles a James Ellroy. È essenzialmente qui, nei cinque libri che la compongono, che stanno le ragioni dell’originalità e del culto di cui parliamo.

Cinque libri, i primi quattro formidabili e senza scampo: E Morì A Occhi Aperti, Aprile È Il Più Crudele Dei Mesi, Come Vivono I Morti, Il Mio Nome Era Dora Suarez. Il quinto, Il Museo Dell’Inferno, sottotono.

Protagonista è un anonimo sergente della A14 — Sezione Delitti Irrisolti. La sezione d’indagine più marginale dell’intera Factory (il nome che designa la stazione di Polizia del West End, in Poland Street, a Londra).

Nel suo raggio d’azione infatti finiscono i cadaveri di serie B, quelli che le pagine di cronaca nera dei giornali liquidano in tre righe; i disperati senza un nome spendibile per una promozione o persino per una semplice spilletta da apporre sul petto rigonfio dell’investigatore.

“Il mio Sergente senza nome”, chiarisce Raymond nell’autobiografia, “non sa cosa sia l’indifferenza. Non cerca il successo, la promozione o il denaro.”

Questo ci porta, quasi sottotraccia, verso la grande particolarità di Raymond rispetto alla tradizione hard-boiled.

Non c’è Sam Spade, il detective di Dashiel Hammet, non c’è il Mike Hammer di Micky Spillane o il Philip Marlowe di Raymond Chandler. Potrebbe sembrare un particolare di poco conto, ma in verità c’è, ed è essenziale, una ragione per cui il Sergente resta anonimo. La vittima.

Ciò che accade infatti è che l’azione parta solo nel momento in cui vittima e detective diventano un’unica persona.

In altre parole i veri protagonisti dei libri sono le vittime stesse. Non i criminali, non il detective, non l’intreccio: le vittime.

Guardare coi loro occhi, respirare attraverso il loro fiato: non c’è redenzione, ma una necessità di giustizia e pietà nei confronti di chi ha perso, “mostrando al pubblico cosa si prova ad essere uno di loro”.

Perché a Raymond interessa raccontare la vita dal punto di vista di coloro la cui bellezza è stata stuprata sino alla morte dalla violenza cieca e irrimediabile della vita e della società.

Se la morte è ciò che comunemente consideriamo il punto di non ritorno, Raymond in questo modo resuscita i morti e permette loro, attraverso l’azione del detective, di avere giustizia. Sta qui la sua cifra lirica.

Non vi è granché spazio per i sofismi degli specialisti della psiche (vedi l’incipit di Come Vivono I Morti), non vi è spazio alcuno per le romanticherie da romanzo rosa, tantomeno per gli intrecci di colore giallo. Perché Raymond abbatte la logica del plot come mezzo e fine stesso del libro.

Come Johnny Cash sceglie il nero per raccontare le sue storie e come Clint Eastwood conosce l’ineluttabilità dell’esistenza. Eppure bisogna agire, assumersi responsabilità: “Ci sono altri modi di essere vili oltre a fucilare un ebreo contro un muro: puoi far finta che il problema non esista”, scrive in Stanze Nascoste. Questo spiega il suo disprezzo per gli Sherlock Holmes o Hercule Poirot di turno, per una letteratura, quella gialla, che trova nell’intreccio il suo peso specifico, come se un uomo lasciato morto a terra fosse solo un escamotage linguistico per divertire i lettori giocando a nascondino coi colpevoli.

La necessità di assumersi responsabilità, di cui parlava anche Sartre, è l’indice etico del Sergente. Più in generale dell’uomo e più nello specifico dello scrittore: “Che senso ha diventare uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose?”. In E Morì A Occhi Aperti, probabilmente il suo capolavoro, a un certo punto scrive: “Chiunque concepisca lo scrivere come una piacevole passeggiata verso una placida vita di agi è destinato a non scrivere che merda.” Che il Sergente sia l’alter ego letterario di Raymond è ovvio.

Ma c’è di più: “lasciarsi toccare dalle cose” è una frase con un valore assoluto, significa anche addentrarsi nella mente dell’assassino per scoprire quanto il male sia non solo vicino ma persino dentro di noi. “Leggete i miei libri: parlano di cosa fanno gli individui ai propri simili”.

E questo ci porta alla metafisica: una costante riflessione sul perché. Nei romanzi infatti domande e risposte non riescono a restare entro i binari della stretta logica (per converso, se volete, leggete Un killer tra i filosofi di Philip Kerr, Rizzoli) e non possono far altro che deragliare verso la metafisica. C’è un nocciolo filosofico dietro vittime e assassini: l’indagine sulle cause e i principi primi dell’essere, un’indagine che ci porta al di là di ogni esperienza possibile. Una costante riflessione sul perché.

Intriso nelle storie raccontate, a dettarne il ritmo, c’è poi uno stile semplice e conciso dove dialoghi serrati si alternano a resoconti, durissimi e sferzanti, dell’upper class che governa Londra e l’Inghilterra — che sono il fondale scenico dell’azione. Un sense of humour tanto cinico e tagliente quanto colto che fa ampio uso di sarcasmo e ironia, attraverso l’uso di antifrasi, calembour al vetriolo, allusioni, litoti, perifrasi e ossimori. Una scrittura piana, semplice e precisa, eppure estremamente efficace. Perché “lo scrittore di noir deve fare della disperazione la sua amante perché, come tutti i disperati, la mancanza di futuro è tutto ciò che ha.”

SULLA SCENA DEL CRIMINE — Intervista ai Gallon Drunk

Che c’entrano i Gallon Drunk con Derek Raymond? Non accade spesso, ma di tanto in tanto scrittori e artisti rock s’incontrano. È successo a Hubert Selby Jr ed Henry Rollins, ad esempio — nel 1989, tour europeo e cd con le registrazioni dello stesso. Per non dire del guru William Burroughs, con i Disposeable Heroes Of Hiphoprisy così come con Kurt Cobain — vedi il disturbato singolo ‘The Priest’ They Called Him.

Immagino non sia la vostra prima intervista su Raymond…

Johnston: “No, è già successo. In Francia, più volte, e in Inghilterra, ovviamente. In Italia invece è la prima volta in assoluto.”

Vi scoccia parlarne?

Edwards: “No, affatto. Magari ci sono alcune cose che ricordiamo poco o male, visto che è passato davvero tanto tempo.”

“Guarda”, gira sul retrocopertina il cd e indica la foto che vi campeggia, “Guarda le nostre facce, eravamo dei ragazzini!”

È stato lo stesso Edwards a ristamparlo nel 2008 per la sua etichetta personale, la Sartorial Records. In questa sua nuova versione, l’originale conteneva soltanto i crediti, c’è appunto una fotografia di tutti e tre, pescati dentro un pub di Soho, il Gerry’s, mentre bevono una pinta di birra o qualcosa del genere. Raymond, con l’onnipresente berretto sul capo, sta al centro, Johnston ed Edwards ai lati: sembrano aver bevuto ben più di un bicchiere, e il sorriso doloroso e caldo che si apre tra le rughe scavate sul volto dello scrittore esprime tutto il fascino e l’umanesimo, un umanesimo esistenzialista sulla scia di Sartre, dei suoi libri.

Riavvolgiamo il nastro, dunque.

Anno Domini 1993: da Portobello Road, Londra, la Clawfist records, sussidiaria della Vynil Solution, pubblica uno spoken word record sul testo di I Was Dora Suarez, il romanzo cult per eccellenza di Raymond e quarto capitolo della serie della Factory. Il sergente anonimo della A14 Sezione Delitti Irrisolti, si trova dinanzi al corpo di una prostituta, straziato e bestialmente oltraggiato dall’assassino. Dora. Nel momento in cui entra in possesso del diario della ragazza, inizia la sua personale discesa nei luoghi oscuri dell’esistenza e dei suoi perché, in cui male, bellezza, amore e morte si combinano in un gorgo emotivo e psicologico talmente violento da non lasciare scampo. Nessun’altra scelta se non la vendetta, e con questa la parola Risolto da apporre al caso.

Il disco s’intitola come il libro, I Was Dora Suarez. Protagonista ne è lo stesso autore, che con la sua voce nasale da lui stesso paragonata a quella di un “pappagallo di ferro”, nell’argot di chi è passato da Eton, ne legge alcuni stralci sopra un soundscape di drone industriali e torbido blues ambientale suonato, per l’appunto, da James Johnston e Terry Edwads. Assieme suonano come il nonno di Johnny Rotten e i Gallon Drunk. Così il cerchio si chiude: inciso su un corpo di vinile rotondo, nero come la sostanza dei libri di cui parliamo. Del 2008 la ristampa della Sartorial, che aggiunge ottime note e una sezione in più, Roatta. A distanza di quasi diciotto anni, con la popolarità di Raymond in ascesa, finalmente, anche in Italia, e la recente pubblicazione dai tipi di Meridiano Zero di Incubo di Strada e, soprattutto, dell’autobiografia Stanze Nascoste (The Hidden Files nell’originale), siamo andati a sentire i due musicisti, approfittando di un loro tour italiano insieme a Lydia Lunch, che promuove il recente Big Sexy Noise.

Com’è nata l’idea del disco?

J.: “Non è stata nostra, e neanche di Robin (Cook, vero nome di Derek Raymond, ndr). Tutta farina di Geoff Cox.”

Chi è?

J.: “Un amico comune di Londra, all’epoca coinvolto nella produzione di film.”

E.: “L’ufficio di Geoff era vicino alla sede della nostra etichetta, fu lui a suggerirlo a Nick Brown, che era la persona che si occupava della Clawfist.”

J.: “Assieme a Geoff, anche Cathi Unsworth, una scrittrice inglese (ma anche giornalista rock per il Sounds a fine anni ’80 e per il Melody Maker agli inizi dei ’90, ndr) che spesso collaborava con Geoff, ha avuto un ruolo determinante.”

È la stessa persona che si è occupata del documentario su Raymond (Passages in Black: Three Days with Derek Raymond, diretto da Agnes Bert, la quinta moglie di Raymond, ndr)?

J.: “Esatto, è lei. Tutti e due avevano sentito From The Heart Of Town (secondo album di inediti della band, anch’esso del ’93, ndr) e pensavano che le atmosfere di quel disco fossero perfette per Raymond e Dora Suarez. Anche Raymond lo aveva ascoltato e ci esortò a inventarci la soluzione giusta per il nostro lavoro seguendo quella scia e infatti la direzione ce la indicò una di quelle canzoni, Paying For Pleasure. Anche se tutto fu molto molto veloce, all’inizio né noi né lui avevamo idea di come fare.”

E.: “Non avevamo mai lavorato a un progetto di questo tipo, l’unica cosa che avevamo chiara era di non legarci a un qualche tema musicale predefinito, non so: “Il Tema del Sergente”, “Il Tema del Killer”. Quello che volevamo cogliere era un senso di minaccia nascosta.

Quindi non seguiste un metodo di lavoro preciso?

J.: “Robin si era occupato delle letture, in un secondo momento a queste noi incastrammo la musica. La sua voce fu registrata in un appartamento, difatti di tanto in tanto se ascolti le registrazioni ti accorgi di sentire degli uccelli che cantano. Noi invece utilizzammo lo stesso studio in cui avevamo registrato From The Heart Of Town.”

Quanto tempo impiegaste?

J.: “Abbiamo avuto bisogno di qualche giorno per preparare il tutto, la registrazione in sé invece fu abbastanza veloce, tre giorni o poco più. Seguivamo il nostro istinto, senza che nessuno mettesse bocca su ciò che l’altro stesse facendo.”

Ricordi qualcosa, aneddoti?

J.: “Fondamentalmente quello che ricordo sono un sacco di risate.”

Dal disco tiraste fuori anche uno show, al National Film Theatre: come funzionava dal vivo?

J.: “Realizzammo un paio di pieces: Roatta, che trovi nella ristampa Sartorial, è una di queste, e probabilmente è anche la migliore. Nulla di complicato: reading dal vivo mentre io e Terry suonavamo, poi un breve set dei Gallon Drunk e alcuni nostri video di Geraldine Swayne. Fu una grande esperienza, lo show registrò il tutto esaurito e funzionò in maniera meravigliosa. Col senno di poi vorrei lo avessimo registrato, Dio solo sa quello che facemmo dopo, quella sera.”

Nel senso che eravate belli sbronzi?

E.: “Beh, abbastanza….”

Conoscevate già il Raymond scrittore al momento del disco?

J.: “Sì, avevo letto alcuni suoi libri sotto il consiglio di mio fratello Ian.”

Che se non sbaglio è l’autore di un libro biografico su Nick Cave, Bad Seed.

J.: “Sì. Lui è sempre stato un fan appassionato dell’opera di Raymond.”

E.: “Io invece non avevo mai letto nulla, per cui andai a recuperare i suoi libri per capire chi diavolo fosse e di cosa si parlasse.”

Come ti è venuta l’idea di ristampare il disco?

E.: “Stavo ristampando la discografia dei Gallon Drunk, non poteva restare fuori. A quel punto ho deciso di aggiungere Roatta, che non stava sul disco per le questioni di minutaggio del vinile.

Siete rimasti in contatto con lui anche dopo?

J.: “Ci siamo visti un po’ di volte terminate le registrazioni, era diventato ottimo amico con un po’ di gente che conoscevamo che lavorava a Soho facendo le stesse cose che faceva lui negli anni ’60.”

A quali lavori ti riferisci?

E.: “Essenzialmente sexy shop.”

J.: “Il 1994 fu un anno in cui rimasi in giro per tantissimo tempo, in pratica ero sempre in tour. Quando seppi della sua morte ero al Lollapalooza coi Bad Seeds. Per cui il nostro “dopo” è durato davvero poco.”

E: “Era uno a cui piaceva molto la musica; ascoltava un sacco di classica, specialmente Chopin, ed era un grande fan dei Pogues, di cui cantava spesso anche le canzoni.”

I Pogues?

J.: “Pogues e poche altre band.”

In effetti ci sta tutto, avrebbero formato una bella coppia lui e McGowan…

E.: “Adorava Shane McGowan, lo riteneva un grandissimo autore.”

J.: “Raymond era soprattutto uno a cui piaceva raccontare storie. Molte riguardavano il suo passato, che in quel momento aveva ben vivo in testa, visto che stava ultimando The Hidden Files. Era invaso da un profondo dolore interiore e in quel momento della sua vita sembrava felice di avere l’occasione di potersi distrarre da quello che si portava dentro. Considera che era uscito dalla scrittura di I Was Dora Suarez, che lo aveva stremato, e dalla sua autobiografia. Penso che sentisse la necessità di prendersi una pausa da sé stesso.”

Che impressione vi fece: personaggio o autentico?

J.: “Assolutamente un personaggio, e sembrava contento di presentarsi come tale. Dopo un po’ la persona finisce per diventare quello che finge di essere e quello che fingi di essere si trasforma nella tua persona.”

A riassumerlo in un aggettivo?

E.: “Dolce.”

J.: “Raffinato. È quello che ho pensato la prima volta che ci siamo incontrati.”

Bibliografia

Di seguito le opere di Raymond tradotte e pubblicate in Italia, tutte per Meridiano Zero.

IL CICLO DELLA FACTORY

E morì ad occhi aperti (1984) Il più toccante dei libri di Raymond. Charles Staniland è stato massacrato e non ha mosso un dito per difendersi. Il Sergente scopre gli appunti lasciati dalla vittima e scoperchia la più atroce e folle delle verità. A questo libro è ispirata Fratello Gentile di Cesare Basile (in Hallequin Song). *****

Aprile è il più crudele dei mesi (1985) Violenza, ironia e cinismo. Un uomo tagliato a pezzi, bollito e impacchettato in cinque sacchi della spazzatura. Meglio non indagare più di tanto. Marciume e corruzione vanno a braccetto con la follia umana. Il titolo è un prestito dalla Terra Desolata di Eliot. ****

Come vivono i morti (1986) Amore, compassione, morte, abbrutimento e corruzione vengono qui a comporre il romanzo del dolore assoluto. L’indagine si svolge in provincia, alla ricerca di Madame Mardy, che pare scomparsa nel nulla. *****

Il mio nome era Dora Suarez (1990) Il romanzo cult per antonomasia di Raymond, la sua Dalia Nera, è anche la sua opera più cruda e violenta. Discesa in un abisso di oltraggi bestiali e offese alla vita. Una prostituta morta, uno psicopatico in azione. Il libro che segna il punto di non ritorno per Raymond. ****

Il museo dell’inferno (1993) Una misteriosa serie di donne scomparse apre lo sguardo all’orrore contorto che si nasconde dietro la normalità. “L’unico modo di scampare all’inferno è diventarlo.” Peccato che il Male resti tale, oltre e al di là di ogni teoria. **

LE OPERE GIOVANILI

(inizialmente pubblicate con il vero nome Robin Cook)

Atti privati in luoghi pubblici (1967) Londra, fine ’60: attraverso i tre cugini Viper, Mendip e Lydia, la cui nobiltà, specie d’animo, è andata in rovina, Raymond racconta di un’Inghilterra sepolta dall’arrogante inettitudine dei privilegiati e dall’incapacità di reazione, anche solo morale, delle classi proletarie. Tutto avverrà in un fine settimana nella villa di famiglia. **

Gli inquilini di Dirt Street (1971) Lord Eylau, nobile 40enne senza qualità, scivola nel mondo del vizio, tra orge, speculatori del sesso, donne assetate e ingenui preti di paese traditi dalla vita. Riuscirà ad instaurare un rapporto di solidarietà col mondo, ma non riemergendo dal fango: non si sarà salvato, avrà soltanto imparato a guidare la corrente del male. ****

GLI ULTIMI ANNI

Incubo di strada (1988) Parigi. Kleber sbattuto fuori dalla polizia è il bersaglio perfetto per quella criminalità che ha combattuto per anni e che gli ha portato via Elenya e Mark. Tutto è perso, nulla è più possibile, se non la morte. Ricorda vagamente il marsigliese Izzo, ma romanzo non riuscito per ammissione dello stesso autore. **

Quando cala la nebbia rossa (1994) Gust, classico solitary man, ex detenuto in libertà vigilata, si ritrova in un giro di passaporti falsi che però conduce a ben più ampi e corrotti giochi di potere, che coinvolgono KGB, Factory, servizi segreti e mafia russa. La vita è ineluttabile, il destino del criminale è comunque segnato e non c’è scampo. ***

Stanze nascoste (1992) Il romando definitivo di Raymond non poteva che essere l’autobiografia: del resto, rubando le parole a John Giorno, Life is a killer. Qui è proprio la sua esistenza pericolosa, per stile e abito mentale indossato, il protagonista. Dai giorni ad Eton, passando per le vigne di Francia e il ritorno a Londra. Le sue idee sulla letteratura, il giallo, il nero, la metafisica. *****

Pubblicato su Rumore #232 Maggio 2011

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