“Apologia di Erri De Luca” di Socrate
Non posso promettere che questa sarà l’ultima storia di questo blog non inerente ai diritti umani, ma sentivo il bisogno di scriverla.
Il tutto nasce dalla condanna del pm Rinaudo nei confronti di Erri De Luca sulle pagine di Repubblica: «Le sue parole hanno un peso determinante soprattutto sul movimento. […] Nelle interviste rilasciate pubblicamente ha commesso incitazione a commettere il sabotaggio. È indiscutibile che si debba concludere arrivando alla penale responsabilità dell’imputato riconoscendo comunque le attenuanti generiche per il comportamento processuale e perché non si è mai tirato indietro rispetto alle domande dell’accusa e del giudice».
«Il sabotaggio della Tav è necessario ma nel senso di ostruire, impedire l’opera. Quando ho rilasciato le mie dichiarazioni all’Huffington Post non sapevo si parlasse di molotov, ero a conoscenza soltanto delle cesoie servite a tagliare le reti del cantiere. Le cesoie sulle reti illegali ripristinano soltanto la legalità […] “Io istigare? Nessuno mi ha mai attribuito questa responsabilità. Solo la procura di Torino… Posso istigare — ha aggiunto — alla lettura. O al massimo alla scrittura. Questo processo — ha detto De Luca uscendo — mette a repentaglio la libertà d’espressione contraria, quella favorevole e ossequiosa invece è sempre accolta a braccia aperte» (Erri de Luca)

Perché non provare a difendere la libertà di espressione è quella di avvalersene dello scrittore partenopeo riutilizzando degli estratti dell’Apologia di Socrate di Platone?

“Ma perché mai allora prendono diletto a trascorrere il loro tempo con me? Io ve l’ho già detto, o Ateniesi, con tutta franchezza: perché piace loro di vedermi esaminare quelli che si credono sapienti e non lo sono. E in effetti non è cosa spiacevole. Quanto a me, io ho il dovere di adempiere a questa missione commessami da Dio con vaticini, con sogni e con tutti quei modi di cui un divino volere si serve per ordinare cosa alcuna ad un uomo. Tutto ciò che dico, o Ateniesi, è la verità ed è facile darvene la prova. Giacché se è vero che io continuo a corrompere i giovani, altri ne ho già corrotti; e costoro, essendo venuti ormai avanti negli anni e riconoscendo che io ho dato loro quando erano giovani cattivi insegnamenti, avrebbero dovuto oggi presentarsi qui per accusarmi e vendicarsi. E supponendo che non hanno voluto farlo da sé, avrebbero potuto in loro vece farlo i loro familiari, padri, fratelli, congiunti che siano, se mai si fossero accorti che io ho fatto del male a un loro parente; certo se ne sarebbero ricordati e si sarebbero vendicati. Molti di loro sono qui presenti; io li vedo: primo fra tutti Critone, mio coetaneo e del mio stesso demo, padre di Critobùlo qui presente; poi Lisània di Sfetto, padre di Eschine, anche qui presente; e poi ancora Antifònte di Cefisia, padre di Epìgene; ed altri ancora, i cui fratelli hanno trattato con me, Nicòstrato figlio di Teozòdite e fratello di Teòdoto, il quale Teòdoto è morto e non può certo indurlo con il suo intervento a non accusarmi; e Paràlio, figlio di Demòdoco, del quale era fratello Teage; e Adimànto, figlio di Aristòne, di cui Platone, qui presente, è fratello; ed Eantodòro, del quale è presente il fratello Apollodòro; e molti altri ancora potrei nominare. E bisognava bene che Melèto nel suo discorso ne citasse qualcuno come testimonio; e se lo ha dimenticato, lo faccia adesso: lo autorizzo; ne dica il nome, parli. Invece, o Ateniesi, troverete tutto il contrario; troverete che tutti sono pronti ad aiutare me, l’uomo che li ha corrotti, colui che ha pervertito i loro parenti, come dicono Melèto ed Anito. E’ forse vero che quelli che io ho corrotto davvero avrebbero motivo di aiutarmi; ma i non corrotti, uomini già avanti negli anni, parenti loro, quale motivo hanno di aiutarmi se non la rettitudine e la giustizia? Essi sanno benissimo che Melèto mente, mentre io dico la verità.”
“Forse penserete che queste mie parole siano dettate da quello stesso sentimento di orgoglio cui feci cenno parlandovi delle lagrime e delle supplicazioni. No, o Ateniesi, non è così! Piuttosto è che io sono persuaso di non avere mai fatto torto a nessuno volontariamente; ma di questo non riesco a persuadere voi, giacché è poco tempo che conversiamo insieme. Se presso di voi fosse una legge, come è presso altri popoli, che imponesse di non terminare in un sol giorno un processo di condanna a morte ma in più giorni, sarei certo riuscito a persuadervi. Invece in così poco tempo non è facile dissipare così grandi calunnie. Convinto quindi di non avere fatto torto a nessuno, tanto meno voglio fare torto a me stesso col riconoscermi degno di patire la pena e assegnarmela da me stesso. E per quale timore dovrei fare ciò? Per timore forse della pena che Melèto ha proposto per me, e che io non so se sia un bene o un male? Per scegliermi in cambio una pena che so essere sicuramente un male? Dovrei propormi forse la pena del carcere? E perchè mai dovrei vivere in prigione, schiavo della magistratura degli Undici? Fissarmi allora un’ammenda e stare in carcere, perché denari non ne ho? Propormi l’esilio? Forse voi l’accettereste. Ma dovrei essere davvero preso da una cieca brama di vivere, o Ateniesi, se fossi così irragionevole da non comprendere che se voi, nonostante concittadini miei, non siete riusciti a tollerare la mia compagnia e i miei discorsi, divenuti tanto gravi ed odiosi da liberarvene, non riusciranno certo a tollerarli gli altri. E quale vita menerei io a quest’età, passando da una città all’altra, sempre d’ogni parte cacciato via? Perché so bene che dovunque andrò io terrò gli stessi discorsi e i giovani, come succede qui, mi ascolteranno. E se provassi ad allontanarli da me, loro stessi mi farebbero bandire dalla città, intercedendo presso gli anziani; se invece li richiamassi a me, mi caccerebbero via i loro padri e parenti preoccupati per i loro figli.
Ecco dunque, o Ateniesi, che per non avere voluto attendere ancora un poco avete dato adito a coloro che vogliono recare offesa alla città di accusarvi di avere ucciso Socrate, uomo sapiente; perché sapiente mi diranno, anche se non lo sono, allo scopo di diffamarvi. Mentre, se aveste atteso un po’ di tempo ancora, la morte sarebbe venuta da sè. Guardate infatti la mia età, come è già lontana dalla vita e prossima alla morte. E questo io dico non a tutti voi, ma solo a quelli che hanno votato la mia condanna. E a questi io voglio dire ancora una cosa. Forse voi pensate, o Ateniesi, che io sono stato condannato per mancanza di quei tali abili discorsi con i quali avrei potuto persuadervi se io avessi creduto che era necessario dire e far di tutto pur di scampare alla condanna. Niente affatto! Ciò che mi è venuto a mancare non sono stati gli argomenti, bensì l’audacia e l’impudenza e la volontà di non dire cose che vi sarebbero state gradevolissime ad udire, piangendo e lamentandomi e facendo altre cose indegne di me, ma alle quali altri vi avevano abituati. E come poco fa non credetti di fare cosa indegna per paura del pericolo, così ora non mi pento di essermi difeso così; anzi preferisco assai più volentieri essermi così difeso, e morire, che difendermi in quell’altro modo, e vivere. Giacché nè in tribunale, nè in guerra conviene a nessuno di noi far di tutto pur di sfuggire alla morte. Certo che in battaglia si scamperebbe a volte alla morte se si gettassero le armi o se ci si volgesse supplichevoli agli inseguitori; ed egualmente in tutti gli altri pericoli si potrebbe in molti modi sfuggire alla morte se si fosse disposti a dire o fare cosa indegna. Ma considerate bene, o Ateniesi, che il difficile non è evitare la morte quanto piuttosto evitare la malvagità, che ci viene incontro più veloce della morte. Ed ora io, come tardo e vecchio, sono stato raggiunto da quella che è più tarda ; i miei accusatori, invece, come più gagliardi e veloci, da quella che è più veloce, la malvagità. Ed ora io me ne vado da qui condannato da voi a morire; costoro invece condannati dalla verità ad essere malvagi e ingiusti. Io accetto la mia pena, questi la loro. Doveva forse essere così, e penso che così sia bene