Le app di messaggistica saranno la strada per la comunicazione umanitaria?
Le applicazioni di messaggistica — come WhatsApp, Viber e Facebook Messenger — stanno diventando la modalità primaria di comunicazione per molte persone in tutto il mondo, incluse le popolazioni colpite da conflitti e disastri.

Oggi, più di 2,5 miliardi di persone usano questa tecnologia (cifra che dovrebbe aumentare a 3,6 miliardi entro il 2018). Poiché queste app diventano sempre più popolari, il loro utilizzo in fasi di emergenza è aumentato: le comunità colpite da catastrofi naturali, guerre e spostamenti forzati fanno sempre più affidamento su queste piattaforme per mantenersi in contatto con i propri cari o semplicemente per rimanere informati.
Un nuovo rapporto dell’ICRC, Humanitarian Futures for Messaging Apps, sostiene che in molte regioni queste applicazioni di messaggistica istantanea sono diventate così diffuse da essere considerate come strategiche nella pianificazione dell’intervento umanitario. La relazione, in collaborazione con Engine Room e Block Party, osserva come tanto i gruppi colpiti da crisi umanitarie quanto gli operatori che cercano di porvi rimedio stiano attualmente utilizzando queste app di messaggistica come tool fondamentali della loro sopravvivenza/lavoro, tenendo traccia non solo delle opportunità che sono in grado di aprire ma anche dei rischi in cui si può incorrere quando impiegate dalle organizzazioni umanitarie.
Come vengono utilizzate le applicazioni da parte delle comunità colpite dalle crisi?
Stando alla relazione sono disponibili dati parziali e disaggregati su quali applicazioni le persone utilizzano e come vengono adoperate in situazioni di crisi. La maggior parte riguardano il Medio Oriente (in particolare i profughi siriani).

A livello globale l’utilizzo di smartphone e di applicazioni di messaggistica è in aumento; tuttavia non si può supporre che questa tendenza si applichi a tutte le comunità e a tutti i contesti. Ad esempio, una ricerca dell’UNHCR indica che per quanto riguarda i rifugiati questi hanno circa il 50% di probabilità in meno di possedere uno smartphone rispetto alla popolazione globale nel suo complesso. A livello di genere, sono maggiormente gli uomini a possedere smartphone nella gran parte dei paesi osservati.
Per gli addetti ai lavori del settore umanitario è di fondamentale importanza considerare che utilizzi viene fatto di questi servizi di messaggistica istantanea dalle diverse popolazioni , partendo in primis da una chiara comprensione dell’ecosistema informativo locale dell’area di riferimento per conoscere, in secondo luogo, in che maniera specifica usufruire dei vantaggi provenienti da queste piattaforme e come contestualizzarli in maniera ad hoc (evitando di aggravare le disuguaglianze già esistenti al momento dell’intervento umanitario).
Tra le popolazioni colpite dalla crisi che hanno accesso alle applicazioni di messaggistica, le ragioni alla base del loro utilizzo sono diverse, a seconda del contesto e della situazione. Ad esempio, secondo le recenti ricerche del Danish Refugee Council, i rifugiati ed i migranti che cercano di raggiungere l’Europa sono probabilmente in grado di utilizzare app per svolgere compiti come la ricerca di dati, destinazioni o per accedere a servizi web riguardanti la sicurezza informatica o il transito di denaro. Al contrario, in situazioni di disastro naturale, le persone utilizzano applicazioni di messaggistica principalmente per contattare amici e familiari o per accedere a informazioni accurate sulla situazione contingente. In generale, il rapporto indica che le popolazioni colpite dalle crisi spesso scelgono di utilizzare applicazioni di messaggistica rispetto ad altri canali di comunicazione “più convenzionali” grazie ai tassi di risposta rapidi e allo stile di conversazione offerto da queste app.
L’uso di applicazioni di messaggistica umanitaria
Mentre la maggior parte delle organizzazioni intervistate nell’ambito del rapporto hanno indicato che “non utilizzavano applicazioni di messaggistica in alcun modo ufficiale/ufficioso”, altre hanno riferito di essere in fase di sperimentazione di queste tecnologie per due scopi principali:
- Comunicare con persone colpite da crisi;
- Coordinazione interna all’organizzazione.



Basti pensare che nel 2014 la BBC World Servic ha utilizzato applicazioni di messaggistica istantanea per la trasmissione di informazione sulla salute pubblica in Africa Occidentale riguardo il virus Ebola (raggiungendo 19.000 abbonati in svariate lingue locali) o al largo utilizzo che ne è stato fatto in Yemen dalle popolazione colpite dalla guerra (che hanno contattato il Comitato Internazionale della Croce Rosa utilizzando WhatsApp per segnalare eventi a rischio sicurezza o per richiedere assistenza urgente sul campo) per capire il potenziale di queste piattaforme.
Il rapporto del CIRC su un punto è sincero: le applicazioni di messaggistica — a prescindere dalla situazione — sono in grado di aiutare le organizzazione nella loro raccolta di informazioni dagli individui appartenenti alle comunità affette da crisi di svariato tipo, soprattutto in situazioni in cui, causa sicurezza, restrizioni ufficiali o difficoltà di movimento, è problematico recarsi in logo per raccogliere materiale fondamentale per stilare un piano d’intervento.
Nonostante la veridicità di tutto ciò sia comprovata dall'esperienza empirica, l’utilizzo di queste nuove piattaforme non è ufficialmente testato, motivo per cui le organizzazioni umanitarie non dispongono ancora di codici di condotta, standard da rispettare o quadri etici concordati per la loro implementazione ufficiale all’interno dei sistemi di raccolta di informazioni convenzionali.
È evidente che, in questa fase, le applicazioni di messaggistica non saranno appropriate in ogni situazione umanitaria. Come per qualsiasi tecnologia, queste piattaforme possono esacerbare le disuguaglianze associate a genere, età, alfabetizzazione, accesso agli smartphone e alla connettività di rete. Tuttavia, le applicazioni potrebbero offrire un modo per contattare individui altrimenti impossibili da raggiungere dagli addetti ai lavori. Le agenzie umanitarie inevitabilmente dovrebbero, prima di includere tali sistemi nei loro strumenti standard di aiuto umanitario, procedere per steps volti ad affrontare svariati problemi (legati all’utilizzo dei dati, ai diritti sull’accesso alle tecnologie e alle reti telefoniche) strutturando un canale che rispetti tutto ciò senza venire meno alle questioni inerenti la privacy, come la possibilità di usufruire dell’anonimato nelle comunicazioni o la modalità crittografica end-to-end che limiti la capacità di terze parti di intercettare le comunicazioni tramite l’applicazione stessa.

Il potenziale di queste applicazioni è grande, ma per far si che il suo impatto sia realmente positivo devono essere soppesati i pro ed i contro, le opportunità ed i rischi, per sviluppare in modo responsabile, efficace e sicuro un’ app che sia in grado di soddisfare le esigenze di persone coinvolte in conflitti armati, sfollati, rifugiati e migranti, risultando altresì, per i professionisti dell’aiuto umanitario, come un valore aggiunto e non un intralcio burocratico aggiuntivo.
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