Soggetti pericolosi: sulle tre ragazze arrestate a Calais

Edit 27/1 h22: le tre ragazze sono state rilasciate e tutte le accuse, per ora, sono state ritirate, compreso l’ordine di allontanamento dalla Francia.

Cito dal rapporto di polizia notificato a una delle tre ragazze detenute al Centre de Retention Administrative di Lille, arrestate durante la manifestazione di sabato 23 a Calais:

“L’azione alla quale [Valentina] ha preso parte s’inscrive in una lunga serie d’azioni, quali degradazioni e furti di beni privati da imputare agli attivisti ‘no borders’, ben noti per mantenere un clima d’insicurezza nella zona di Calais; [i quali] procurano ai migranti gli strumenti necessari per opporsi alle forze dell’ordine […] incita[ndo] da numerose settimane alla ribellione e partecipa[ndo] a degli assembramenti seguiti da violenze…”

Secondo la polizia francese, “il suo comportamento costituisce una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave,” da giustificarne l’espulsione dal paese. Bisognerà aspettare ancora per sapere cosa ne pensa un giudice.

Valentina - non so le altre, ma credo valga lo stesso discorso - non è una ‘no borders’. Un po’ perché non ha mai fatto parte di quel giro, un po’ perché la definizione che i poliziotti danno dei ‘no borders’ nel loro rapporto è simile a quella che i giornali danno dei ‘black bloc’: una specie di figura mitologica, che gli agenti identificano con una serie di fatti non provati né provabili. Un’etichetta. Le etichette stanno sui vestiti, piuttosto che sulle persone.

Questi presunti nemici dell’ordine sarebbero colpevoli di incitare alla ribellione, di instaurare un clima d’insicurezza… Come se quest’ultimo non fosse dovuto, per dire, ai chilometri di filo spinato che circondano la giungla o ai checkpoint quasi-militari intorno al porto.

Una piccola parte del muro di Calais. Via Le Figaro

Dunque, al di là di eventuali reati che potranno essere contestati in tribunale, al di là di prove reali o immaginarie che siano, le autorità di polizia sembrano soprattutto soffrire una preoccupazione ideologica: stabilire che le tre ragazze, studentesse a Parigi, siano effettivamente delle rappresentazioni della suddetta etichetta ‘no borders’, perché in quanto tali, sarebbero una minaccia per la società francese. Sono abbastanza certo che se anche i famigerati ‘no borders’ non esistessero, i problemi di più di 4000 persone bloccate tra una tendopoli e una spiaggia sarebbero gli stessi.

Quello che è successo alle tre ragazze poteva succedere a chiunque. Era un momento complicato: mentre un gruppone di migranti forzava un ingresso nel porto, la polizia stava intervenendo con gas lacrimogeni e cariche di alleggerimento. In quel frangente, non era proprio facilissimo capire se era meglio seguire il gruppone o aspettare l’arrivo della polizia in assetto antisommossa.

Nel frattempo, han deciso di rinchiuderle. Avrebbero potuto lasciarle a piede libero, ma non l’hanno fatto. Se le tengono finché non passeranno davanti a un giudice. E l’impressione è quella di una mezza vendetta: perché Calais non è un porto qualunque, ma una delle zone più calde della Francia, carico di simboli e di tensione; e perché questo non è un periodo qualunque, ma è il tempo dello stato di emergenza e dei divieti di manifestazione.