Il pragmatismo degli imperi anglofoni fino a Trump (1/2)

Che sia l’egemonia anglofona il faro guida del progresso occidentale è fuori di dubbio. Da almeno 200 anni, con l’impero britannico prima, e con l’economia americana poi, la cultura anglofona si è irradiata con prepotenza non solo in occidente dov’è riuscita a garantire ormai un secolo senza conflitti (la nota Pax Americana), ma in tutto il mondo. Presentiamo brevemente quei movimenti storici e sociali con i quali Gran Bretagna e Usa hanno conquistato e poi pragmaticamente conservato l’influenza politica economica e militare a livello globale. Infatti, essendo l’egemonia l’obiettivo, libera da sempre da remore idealiste, la politica GB e Usa è stata ad ogni crisi più o meno rapidamente capace di uscire da contingenze distruttive.

Uno degli individui più amareggiati per la vittoria di Trump sono sorprendentemente io. Non per il risultato elettorale, sono contento non abbia vinto Hilary-Mrs. Fridge-Clinton, ma perché credevo di avere più tempo per raffinare l’analisi di quel sentimento anti-liberale che ha letteralmente invaso il pensiero occidentale nel post-crisi dei subprime. Quel sentimento di cui parlano ormai da tempo gli accorati ammonimenti del Bersani, sarà da domani un fatto main-stream di cui non parleranno solo i razzisti e gli xenofobi, i complottisti o i catastrofisti ma ne parleranno, obbligati ora dalla democrazia, anche gli altri, i moderati. Parleranno di deregolamentazione da Bruno Vespa, di compressione salariale dalla D’Urso, parleranno delle paure che quel sentimento nutre.

Le ‘paure’ su cui Trump durante la campagna ha fatto leva, della povertà, dell’invasione di forza lavoro e capitale estero, di un’America privata di un solido comparto industriale e di tutte le conseguenze a cui questi fenomeni portano, non sono paure nate nel 2016, sono le paure che i cosiddetti catastrofisti anche negli USA avevano agli albori della crisi finanziaria. Ammansiti i catastrofisti il partito democratico e il leader Obama raggiungono il potere (due mesi dopo il fallimento di Lehman Brothers, sacrificata per la causa), la gestione delle risorse, ed attraverso questa gestione tentano di minimizzare gli eventuali effetti sull’economia reale del disastro finanziario statunitense. E’ vero, le botte più forti le sentiranno le industrie europee ma i dati su bancarotte e delocalizzazione del secondario americano sono impietosi e con loro, investiti dalla corrente, diventano impietosi i dati della disoccupazione, della deprivazione materiale, della povertà e dei suicidi. Dopo 8 anni di queste premesse, la campagna elettorale di Trump si costruisce da sola.

La Brexit e Trump saranno in continuazione tirati in ballo nell’arena dell’opinione, saranno etichettati come quelli shock che fecero capire ai politici e, ancor più importante, a media ed elettorato un paio di cose. Primo che non fu più possibile snobbare o comprimere il sentimento anti-liberale perché ciò portò alla disfatta politica (vedi Cameron e Clinton). Secondo che non può essere un caso che proprio i paesi anglofoni, i nostri leader, i padri della maggior parte di quella cultura che oggi chiamiamo pop (perché se la chiamassimo popolare ne si intuirebbero le contraddizioni intrinseche) per primi mostrino al mondo la via per la ritirata. Ritirata dal liberismo, dal globalismo, dalla competizione pluridimensionale nelle relazioni internazionali; la si può leggere in molti modi ma se la via ce la mostrano loro è perché si tratta del ritiro dall’egemonia mondiale di un ideologia (non ancora di stati/imperi).

Quella dell’impero anglofono è una storia vecchia, ma non lunghissima. Analizzando il successo del libero mercato non si può non citare il fatto che nel 1913 l’impero britannico vantava un estensione territoriale di 31 000 000 km quadri, era l’impero più esteso della storia umana. Nello stesso 1913 il Federal Reserve Act, nuova costituzione della banca centrale americana di stampo liberista, da il via al ricambio generazionale che porterà l’industria americana a sostituire la corona inglese. Un padre in decadenza ed un edipico figlio che non tentenna nell’adagiarsi moderatamente sull’ereditaria fortuna del padre.

Nel 1929 implode la più grossa bolla speculativa fino ad allora collezionata (comunque non la prima, anche nel 1913 avvengono shock simili che portano alla citata riforma della banca centrale), attimi di panico che investono non solo il paese guida nell’industria, ma chiaramente tutti i guidati o quasi (Giappone e Germania in testa, la produzione industriale tedesca dal 29 al 32 scese del 46%! poi se volete parliamo delle riforme di quel governo, a dir poco inquietanti).

Questo è un momento importantissimo, dove si nota, ancora meglio che nel passaggio al neoliberalismo Friedmaniano, lo stretto legame ideologico che lega padre e figlio. Tutti conosciamo il New Deal del 1933, ma in pochi sanno quel che succede appena prima in Gran Bretagna. La crisi investe qualsiasi settore dell’economia nazionale, un economia già in ritardo rispetto agli altri paesi avanzati a causa della decadenza imperiale e delle continue rivoluzioni operaie ed indipendentiste nelle colonie. Il governo laburista di Mac Donald, di sedicente partito progressista, per qualche ragione non riuscì a mantenere le sue promesse elettorali e intensificò sia lo sfruttamento delle colonie che la deprivazione (materiale, salariale, civile) operaia. Nel 1931 ad esempio il banchiere May propose misure straordinarie di “austerity” e in primo luogo una riduzione delle spese per le assicurazioni sociali e l’aumento delle imposte indirette; ciò portò alla crisi di governo e alla spaccatura del partito. Mac Donald formò il Partito nazionale laburista riuscendo a riconquistare il posto di premier e gettandosi definitivamente nelle grazie dei conservatori. I conservatori, con l’esperto supporto di un commediante professionista, rimangono al potere e la società civile per poco non conduce alla guerra interna. Dal 1930 al 1933 vi furono 1430 sospensioni dell’attività lavorativa andando ad intaccare, contando i lavoratori coinvolti, circa 18 milioni di giornate lavorative. L’impero vacilla, la crisi perdura ed è più acuta che per gli altri potenti del mondo: si concedono alle colonie e ai paesi semi-dipendenti (dominions) diritti formali di indipendenza su questioni di politica estera, interna ed economica, con lo scopo di rafforzare i circoli elitari locali e renderli affidabili soci nella lotta ai movimenti operai e di liberazione nazionale nelle colonie. Viene anche creata un area di moneta unica (GB, le colonie britanniche e i dominions, i paesi scandinavi, il Portogallo e l’Argentina) e, dopo questa, vengono ora abolite le leggi del libero commercio a favore di un austerità allargata (nel 1932 alla conferenza dei dominions a Ottawa vennero conclusi accordi sull’introduzione del sistema delle tariffe doganali preferenziali per l’importazione dei prodotti britannici nel mercato dei dominions e viceversa, nell’intento di ostacolare la penetrazione nell’impero britannico delle merci degli altri Stati, in primo luogo di quelle degli STATI UNITI: una classica faida familiare).

Queste misure alleviarono i dolori, ma non li fecero sparire, furono oppio puro. Gli scontenti apparentemente sedati continuavano a crescere, ora non all’interno dell isola britannica, ma all’interno di qualsiasi suo possedimento o semi-possedimento. Poi i pazzi tedeschi, i debitori statunitensi, ed una guerra demoniaca, affossano quel che era rimasto dell’economia britannica rendendo ora inevitabile la dissoluzione dell’impero, la decolonizzazione.

[continua…]