Il pragmatismo degli imperi anglofoni fino a Trump (2/2)

[…] Se l’estensione imperiale inglese poteva darci ancora qualche dubbio, dopo il New Deal e il fatto di aver combattuto la guerra fuori casa gli Stati Uniti emergono come la definitiva guida occidentale. Sfruttando sapientemente il contrasto capitalismo-comunismo gli Usa ricominciano a colonizzare finanziariamente le desolate lande orfane della regina, e senza neanche troppa fatica dato che in queste lande capivano quello che dicevano, quello che mostravano, quello che facevano ascoltare. Dietro la maschera della social-democrazia keynesiana (benedetto Keynes avranno pensato) gli Usa si fanno amare da tutto il mondo, persino dagli scettici europei (leggermente corrotti dal piano-Marshall).

Il trionfo imperiale è quasi ultimato mancano un paio di punti: prima di tutto il socialismo di stato sovietico deve smetterla di rappresentare un’alternativa credibile nella questione di governare uno stato; secondo, strettamente collegato al primo, bisogna far in modo che esaurito l’effetto piano Marshall le social-democrazie europee di stampo Keynesiano (maledetto Keynes avranno pensato adesso), non scadano nel fascino del socialismo. Bisogna rendere indipendente il sistema economico da quello politico-amministrativo, perché, sostengono i Friedmaniani, altrimenti il popolo non conoscerà mai la libertà. Però le social-democrazie funzionano, l’inflazione cresce stabile, il salario anche, il PIL pure e la società dell’informazione produce un integrazione che era impensabile solo vent’anni prima. Ma non funzionerà tutto bene per sempre e noi liberisti saremo li, pronti a cogliere il rimbalzo e a restituire quella che chiamiamo ‘libertà’ ai nostri cittadini. Proprio nostri. Negli anni 70 l’instabile situazione mediorientale porta alla crisi energetica, ad un inflazione che struggeva le famiglie e alla migrazione di massa. Nel 73 la si affronta alla Keynes, Nixon impone il controllo dei prezzi e dei salari, in Europa chi può svaluta la moneta; ma quando lo shock torna, nel 79, è il momento perfetto. La gente e gli esecutivi smettono di credere a Keynes, smette di credere in generale, la passione ideologica e il senso pratico di giustizia non sembrano mai portare a risultati, non hanno portato risultati a Rousseau, ne a Marx, ne a Keynes. Seguendo deliranti la retorica kantiana del crediamo solo alla nostra ragione l’elettorato si dimentica di guardare chi è il professore di economia politica della Tatcher o in quali ambienti cresce il giovane Reagan. Se solo avessero interpretato meglio quel Kant si sarebbero accorti che non si può avere razionalità senza ideologia, ma non c’è problema, oggi lo sappiamo. La struttura imperiale ora c’è ed è solida, la caduta dell’URSS rimane una formalità, una questione di tempo, ormai sono troppo piccoli e troppo soli per resistere al mondo disegnato da Friedman. Trattati di libero scambio, privatizzazioni di enti pubblici, autonomia del comparto economico e finanziario e il mondo sarà finalmente libero. La questione diventa ora guadagnare consenso politico, sostenere cautamente un’ideologia e tapparne i buchi, il premio (come in qualsiasi reality che si rispetti) è il denaro, quindi il potere, quindi l’egemonia.

Milton Friedman, influente economista statunitense

Quello a cui gli Usa guidano l’Europa e il resto del loro impero dal’89 al 2016 lo sappiamo tutti. Non è il mondo peggiore della storia quello del neo-liberalismo occidentale, non credo, ma va ricordato che questo sistema impone una competizione falsata, affetta da casi di doping, fatta di asimmetrie politico-economiche (cosa sapete della slealtà?), di illusioni di merito, di bisogni indotti e mai soddisfatti. Va ricordato che è un sistema di accentramento del capitale, non di redistribuzione capillare, e che più si accentra il capitale più la democrazia è impossibile, illusoria, diventa la mazza ricoperta di spugna di elettorati stremati ed oppressi. Insomma in Francia, in Danimarca, in Irlanda, in Grecia! le mazzate gli elettorati hanno provato anche a darle, ma non hanno fatto male a nessuno.

La mazzata prova a darla anche il sistema elettorale americano, ma che male farà? Gia il giorno dopo l’elezione Limes ci avvertiva che l’elezione di Trump si sarebbe dipanata in un effetto dirompente ma non rivoluzionario, come i più si divertono a sostenere. Va ricordato che il presidente degli Stati Uniti pur essendo tra i maggiori detentori di poteri al mondo non è l’unico o il più privilegiato decisore degli USA. Congresso, pentagono, Cia e altri corpi d’Intelligence, più tutti i rappresentanti di corporazioni contribuiscono a stabilizzare quegli equilibri di potere che rendono un paese ordinato, o meglio stabile. L’obiettivo economico-militare internazionale per Trump è lo stesso di ogni amministrazione Usa degli ultimi 70 anni almeno: evitare l’affermarsi di una potenza egemone in Eurasia, posizione che Putin persegue da tempo e che la Cina, per l’isolata posizione geografica, difficilmente si prenderebbe la responsabilità di assumere. Gli Usa non solo non si isoleranno del tutto, non si isoleranno per niente, ne a livello commerciale ne a livello militare perché, se pur questa ritirata fosse voluta da Trump, il presidente non sarebbe l’unico amministratore ad interpretare gli interessi del paese. Ciò che possiamo augurare agli elettori e ai lavoratori americani è che il deturpato equilibrio politico statunitense ritrovi presto stabilità e proceda in una direzione definita in sinergia pena un ridimensionamento definitivo del potere a stelle e strisce e perdita di leadership transatlantica.