Caso Donnarumma: ecco perché le squadre di calcio dovrebbero avere una social media policy

Il Milan poteva tutelare meglio il suo portiere dalle insidie dei social

Nella giornata odierna è balzata su tutte le cronache la vicenda dei post di Gianluigi Donnarumma sul suo profilo Facebook, che ironizzavano contro Conte, la Juventus, Totti ed Allegri. Parliamo di post scritti quando il giovanissimo portiere ormai titolare del Milan aveva 12/13 anni (è del 1999, compirà 17 anni il prossimo Febbraio).

Non mi soffermerò ad analizzare ciò che in quei post è stato scritto. Sbirciando tra qualche screen e l’altro, potremo notare sicuramente battute scherzose su quanto successo nella vicenda calcio scommesse con Conte o qualche sfottò in pochi caratteri verso l’Inter.

Personalmente, tuttora, io stesso faccio fatica a leggere, provo leggero imbarazzo ed elimino con disinvoltura quanto scrivevo su Facebook qualche anno fa, quando ero un po’ più giovane, io che nel pieno del mio essere nativo digitale ho mosso i primi passi sul social network nel 2008.

Ma passiamo al dunque: com’è ovvio che sia, tutti i media sportivi italiani, e non solo, hanno dato grande attenzione a questi post, riportando tanto di screenshot delle battute del giovane portiere. Ne ha parlato inizialmente Libero (che adesso ha cancellato il post, chissà perché), a seguire hanno ripreso la notizia un po’ tutti, pagine satiriche di calcio comprese, quelle che fondamentalmente hanno dato il via alla condivisione degli status sui social.
Giusto per la cronaca, ecco uno screen di quanto ci appare cercando informazioni su Donnarumma su Google News.

Sicuramente è un colpo basso per il ragazzo, che seppur motivato dall’esordio giovanissimo da titolare nel Milan, reggerà con poca fatica la pressione mediatica che si sta generando nelle ultime ore. In particolare riguardo Conte, oggi commissario tecnico della nazionale italiana: qualcuno avrebbe già insinuato che l’allenatore potrebbe fargli pagare caro quanto scritto, data la sua ferrea linea riguardo il codice etico. Chissà, magari solo insinuazioni per qualche click in più.

In molti lo stanno difendendo: in primis la sua squadra, con questo comunicato apparso stamane su acmilan.com.

È una delle poche certezze della vita. Non essere mai uguali a se stessi. Crescere significa sbagliare, rimediare, migliorare. Guardate Gigio e guardatelo bene: ma non le sue parate. Guardate il suo sorriso. Tenero, aperto, appena accennato: in quel sorriso c’è scritto che ha sbagliato ma che non perseverera’. Dietro una tastiera c’è sempre una ottava di goliardia in più. A qualsiasi età e soprattutto a quella in cui, 13–14 anni, Gigio canzonava questo e quello. Certo che ha sbagliato, ma a quell’età che altro si fa?

Poi sui social, un po’ tutti. “Era un adolescente come tutti gli altri”, scrive qualcuno, “ha scritto minchiate sui social come facciamo tutti noi”, grida qualcun’altro.

https://twitter.com/PirataPantani10/status/665198200962293761

Non posso esimermi dall’associarmi alla frivolezza del caso scoppiato, ma non posso però non attribuire le colpe di tutto questo caos alla sua società.
Non pretendo infatti che un ragazzo di 16 anni, salito alla ribalta mediatica per le sue talentuose prestazioni agonistiche, abbia la premura di sapere che quando diventi così importante, tutto quello che scrivi sui social ti si potrebbe ritorcere contro. Cosa che invece, chi cura la comunicazione di una grande società come il Milan, dovrebbe saperlo. E allora mi chiedo, come tutela il Milan (ed estendo la considerazione a tutte le altre società di Serie A) la crescita e la protezione dall’assalto dei media dei suoi calciatori, in particolare i più giovani e vulnerabili alla social-dipendenza? Quali policy vengono adottate?

Ritengo importante, in questo periodo dell’era digitale, dove i social ed internet guidano e dettano la maggior parte delle notizie che finiscono poi anche sui giornali cartacei, far si che ogni società abbia una social media policy da far seguire ai suoi calciatori: ogni società dovrebbe tutelarli e tutelarsi a sua volta, chiarendo quali sono i profili social ufficiali da seguire, comportandosi da consulenti quando qualcuno posta un aggiornamento, proteggendo dunque ogni giocatore e la società da qualsiasi manipolazione mediatica di un’informazione, evitando caos comunicativi come questi. Alla fine dei conti, i calciatori sono liberi di pubblicare qualsiasi opinione, ma sono anche rappresentanti e voci ufficiali della squadra, pertanto è giusto che questi si attengano al controllo di chi cura la comunicazione e gli interessi della società.

Ecco perché, in questo caso, il Milan ha sbagliato. Avrebbe dovuto proteggere maggiormente il suo calciatore. Avrebbe dovuto consigliargli di settare la privacy al suo profilo Facebook, evitando tutta questa escalation e pressione mediatica, che, io per primo, spero non gli porti difficoltà nell‘esprimersi al meglio sui campi di calcio.

Parliamone su Twitter se vi va.
Mi trovate su @giannilabbate.

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