L’ingranaggio inceppato dello “stellone”

L’emblema della Repubblica nell’epoca della sua irriproducibilità tecnica

La creazione di un “nation brand”, di un sistema simbolico cioè che rappresenti un’intera nazione, è oggi un processo che si avvale di una vasta letteratura e di numerosi esempi. Non era così quando, quasi settanta anni fa, fu creato il simbolo della Repubblica italiana. Oggi ripercorrerne la storia e i significati è un passo necessario per valutare la sua attualità ed efficacia di fronte alle nuove necessità della comunicazione.
La versione originale dell’attuale stemma della Repubblica italiana

Subito dopo la proclamazione della vittoria della repubblica al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il primo decreto emesso dal governo De Gasperi stabiliva che si procedesse all’istituzione di una commissione per dotare la neonata repubblica italiana di un proprio simbolo.
Era evidente a tutti che fosse urgente costruire un apparato simbolico in grado di rappresentare la nuova identità nazionale dopo il ventennio fascista, il disastro della guerra e il cambio istituzionale. Più prosaicamente si trattava anche di cambiare al più presto tutte quelle intestazioni sui documenti, carte intestate e telegrammi che ancora recavano stampati i fasci littori del passato regime e che avevano fatto più volte imbufalire l’ammiraglio Ellery W. Stone, capo della Commissione alleata, oltreché essere quotidianamente motivo di satira e ironia sui giornali.

Meno evidente era però cosa dovesse rappresentare il nuovo stemma. Il fascismo, con la propria ipertrofia iconografica, aveva già abbondantemente saccheggiato la simbologia romana (dall’aquila, ai fasci, al saluto) e la caduta della monarchia lasciava il tricolore privo dello stemma sabaudo che aveva rappresentato lo stato unitario. 
I simboli forti, quelli in grado di accendere animi e passioni erano fondamentalmente, nel 1946, quelli dei partiti: lo scudo crociato per la Democrazia Cristiana, la falce e martello per il Partito Comunista, il sol dell’avvenire per il Partito Socialista, la fiamma per il Partito d’Azione. 
La strada della commissione per il nuovo emblema era dunque tutta in salita, ma le cose andarono anche peggio di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

La storia di come si arrivò a definire l’attuale emblema è stata oggetto di diverse narrazioni (vedi a questo proposito la bibliografia a fine testo), la riassumiamo qui in estrema sintesi per quanto utile a capirne scelte e significati. La commissione incaricata si insediò il 27 ottobre 1946, costituita secondo competenze artistiche tradizionali — un pittore, un esperto di araldica, uno storico dell’arte, un medaglista, un ceramista —e bandì l’8 novembre un concorso aperto a tutti, con la scadenza, ravvicinata, del 25 dello stesso mese per presentare i bozzetti. Tra questi sarebbero stati scelti i cinque migliori concorrenti per la selezione finale. Il premio fu indicato nella modesta cifra di 10.000 lire.

Il bozzetto vincitore del primo concorso

Alla chiusura del bando si contarono 637 bozzetti realizzati da 341 concorrenti, la maggior parte dei quali disegnati da comuni cittadini e privi di un minimo requisito di qualità. Nonostante il deludente risultato la commissione decise di proseguire con la selezione della cinquina finalista (tutti artisti operanti a Roma), affidando loro, questa volta, una descrizione del contenuto dello stemma tanto dettagliata quanto vincolante e che lasciava ben poco margine al lavoro dell’artista. Il 13 gennaio 1947 la commissione indicò nel lavoro di Paolo Paschetto il bozzetto prescelto tra gli 11 presentati. Come da indicazioni ricevute, lo stemma rappresentava una cinta turrita sul mare, sovrastata dalla Stella d’Italia e circondata da una corona di ulivo. L’accoglienza, sia tra il pubblico, sia nel Governo e nell’Assemblea Costituente, fu estremamente negativa suscitando critiche e sarcastiche definizioni (la “tinozza”). Si era all’impasse. L’intero anno passò tra continui rimaneggiamenti del progetto e tentativi di trovare una soluzione. 
Il 22 dicembre fu approvata la Costituzione e l’Assemblea si avviò a ultimare i propri lavori, il tempo ormai stringeva e ancora non si vedeva all’orizzonte una soluzione per lo stemma. 
Il 19 gennaio del 1948 il presidente dell’Assemblea, Umberto Terracini, convinto che non si potesse rimandare la scelta, ottenne che venisse indetto un secondo concorso, a cui parteciparono, al termine della settimana di tempo concessa, 96 concorrenti con 197 proposte. Fra queste, fu selezionato un lavoro dello stesso vincitore del primo concorso, Paolo Paschetto, e sottoposto per l’approvazione all’Assemblea Costituente il 31 gennaio, l’ultimo giorno di attività prima dello scioglimento. 
Anche in questo caso il giudizio non fu entusiasmante e solo grazie alla ferma volontà di Terracini si arrivò a mettere ai voti il simbolo, considerando — furono le parole del presidente — che “se riteniamo che possa diventare emblema della Repubblica soltanto quell’opera che raccolga il cento per cento dei voti, la nostra Repubblica non avrà mai un emblema”. A maggioranza, si approvò infine quello che è l’attuale simbolo della Repubblica italiana.

Approvato senza alcun entusiasmo, l’emblema repubblicano — tecnicamente non è uno stemma, mancando dello scudo — è stato relegato a una presenza un po’ in sordina, con la sua apposizione su carte da bollo, insegne dei tabacchi e sigilli ufficiali. Di certo, in questi decenni, non è diventato un simbolo identitario, ma la sua riproduzione è ormai una presenza quotidiana cui abbiamo fatto l’abitudine. 
Al di là dei suoi requisiti simbolici, però, l’emblema sconta da sempre una difficoltà di riproduzione che nasce dalla sua struttura pittorica e realistica, dove i piani sovrapposti, le cromie e le minuziose fronde costituiscono un grattacapo irrisolvibile per chiunque ne tenti la semplificazione grafica. Il risultato di questo peccato originale si può vedere nella gran varietà di applicazioni sulle intestazioni ufficiali dello stato che mettono in luce le tante problematiche che si porta appresso.

Alcune applicazioni dell’emblema della Repubblica italiana su intestazioni ufficiali

Al centro dell’emblema campeggia la “Stella d’Italia”, l’astro luminoso di Venere, il simbolo associato alla penisola fin dai tempi dei greci. La “stella bianca a cinque punte”, secondo la descrizione, nelle versioni al tratto diventa però spesso multicolore a seconda del fondo su cui viene posizionata: nella versione, introdotta nel 2004, del logo ovale di Palazzo Chigi appare, ad esempio, in grigio.
Sul piano sottostante giace una ruota dentata, a simboleggiare il lavoro su cui si fonda la Repubblica, ma che, unita alla stella, dona all’emblema un vago sapore comunista. È su questa — forzata— interpretazione che Francesco Cossiga nel 1992, allora Presidente della Repubblica, ne propose addirittura l’eliminazione. La ruota dentata è forse l’elemento di più difficile riproduzione dell’intero emblema. Parzialmente coperta dal serto, la ruota era dipinta in color acciaio (colore inesistente in araldica) ed è generalmente riprodotta in due toni di grigio, o con due diversi tratteggi, rendendola quasi del tutto inintelligibile. 
Sulla ghirlanda formata dai due rami di ulivo (pace) e di quercia (solidità) già si erano appuntati a suo tempo gli strali della commissione araldica che intravedeva nella sostituzione del tradizionale serto di alloro (vittoria) un riferimento alla poco auspicabile “pace eterna”. Il complesso intrico del fogliame ne rende difficile il riconoscimento quando l’emblema non sia riprodotto a colori.
La scritta Repubblica italiana, inserita nel nastro rosso a chiudere la ghirlanda, risulta infine sempre di difficile lettura quando utilizzata a dimensione ridotta.
Negli ultimi anni, con l’uso sempre più esteso della comunicazione online da parte della pubblica amministrazione, i problemi di riproducibilità a schermo dell’emblema sono divenuti, se possibile, ancora più evidenti e costituiscono una seria ipoteca per qualunque progetto che intenda costruire un’immagine più coerente dello stato.

Lo “stellone” è una presenza costante a cui ogni cittadino è ormai abituato ed è difficile anche solo ipotizzare una sua sostituzione. Già nel 1987 ci provò l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi che indisse un concorso, aperto a tutti, per un nuovo simbolo della Repubblica. Furono presentati oltre 200 progetti, nessuno dei quali (in commissione sedeva anche Umberto Eco) fu però ritenuto degno di essere preso in considerazione per mandare in pensione il lavoro di Paschetto.

Il povero emblema, abbiamo visto, non ha mai suscitato entusiasmo, ma possiamo dire che, dopo settant’anni, si è guadagnato sul campo la sua autorevolezza. Quello di cui necessita è piuttosto un aggiornamento, una remise en forme per rispondere efficacemente alle necessità di comunicazione di un’amministrazione pubblica sempre più (si spera) digitale. Non è il primo caso di uno stemma nazionale sottoposto a restyling e sicuramente non sarà l’ultimo.

Qualche riferimento bibliografico

Geoffrey Briggs, National Heraldry of the world, Dent and Sons, London 1973.

Gianna Fregonara, Nel 1948 quel simbolo fu pagato cinquantamila lire, in “Corriere della Sera”, 27 marzo 1992, p. 3.

Il concorso per l’innovazione dell’Emblema della Repubblica Italiana, in “Linea Grafica”, n. 1, gennaio 1988, p. 49.

Giovanni Lista, La Stella d’Italia, Mudima, Milano 2011.

Lo Stellone della Repubblica, in “Socialdesignzine”, 9 giugno 2004, reperito da http://sdz.aiap.it/notizie/5258.

Aldo Ricci, Uno stemma per la Repubblica, in AA.VV., Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, a cura di Mario Ridolfi, Bruno Mondadori, Milano 2003, pp. 240–255.

Aldo Ricci, La Repubblica e il suo stemma, in Giuseppe Galasso (a cura di), Simboli d’appartenenza, catalogo della mostra, Gangemi Editore, Roma 2005, pp. 103–112.

Mario Serio, I due concorsi per il nuovo emblema della Repubblica in Archivio centrale dello Stato (a cura di), La nascita della Repubblica: mostra storico-documentaria, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, 1987, pp. 344–352.