Lo stato dell’identità dello stato

Il curioso caso dell’immagine istituzionale dell’Italia

Gianni Sinni
Jul 1, 2018 · 3 min read

Alla fine del 2015 fu pubblicata la versione alfa delle Linee Guida di design per il web della publica amministrazione congiuntamente con i primi due siti che ne applicavano le indicazioni, quello della Presidenza del Consiglio e quello del Ministro per la Pubblica Amministrazione. A tre anni di distanza può essere interessante valutarne gli sviluppi.

Da una rapida ricognizione dei siti ministeriali — ci limitiamo qui a prendere in considerazione solo l’amministrazione centrale dello stato — si può notare come una metà abbondante di questi [Fig. 1.] sia migrata verso la struttura indicata dalle Linee Guida (nel frattempo evolute a una versione più stabile e completa sotto la gestione del Team Digitale).

Fig. 1. Le homepage dei siti della Presidenza del Consiglio, Ministro per la Pubblica Amministrazione, Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Ministero dello Sviluppo economico, Ministero dei Trasporti, Farnesina e Ministero dell’interno, adeguate alle Linee guida (giugno 2018).

L’altra metà dei siti ministeriali [Fig. 2] presentano invece una struttura ancora difforme dai dettami delle Linee Guida. Dato che tali indicazioni non sono prescrittive non c’è da meravigliarsi del passaggio graduale — non potrebbe essere diversamente — verso la nuova impostazione; impostazione che, è bene ricordarlo, non riguarda la sola veste grafica della UI, ma con un’ampia serie di Tool Kit si estende a comprendere il service design, il progetto della UX , la redazione dei contenuti e tutto quanto collegato.
No, quello che mi sembra degno di nota qui è invece un altro aspetto di questo processo.

Fig. 2. Le homepage dei siti del Ministero dei Beni Culturali, Ministero della Salute, Ministero della Giustizia, Ministero della Difesa, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dell’Ambiente, non ancora adeguate alle Linee guida (giugno 2018).

L’identità dello stato italiano non ha mai brillato per coerenza. La mancanza di un’immagine coerente ha caratterizzato infatti tutta la comunicazione pubblica governativa della Repubblica e ancora oggi lo stato si presenta con quell’intestazione calligrafica ottocentesca che evoca un potere paternalistico dello stato che possiamo ritenere ormai inadatto alla nostra società.

La debolezza simbolica dello stesso emblema repubblicano (lo “stellone”) ha permesso la moltiplicazione di loghi di ogni foggia e colore (ad esempio quelli per il Ministero dell’Interno, Ministero dell’Ambiente, Miur, Mibact, Ministero della Giustizia), dove ciascun ministro pro tempore si è sentito autorizzato a creare una propria autonoma identità in competizione con gli altri titolari di dicastero, a tutto svantaggio di una percezione unitaria dell’apparato governativo da parte dei cittadini.

Si può notare come questi veri e propri “brand” ministeriali costituiscano la maggior parte dei siti non trasmigrati all’impostazione delle Linee guida —quasi a sottolineare un’irriducibilità a una comunicazione coordinata —, mentre in un caso, il Ministero dell’Interno, il logo ministeriale si è trasferito nel nuovo header a tutto discapito dell’emblema repubblicano.

Nonostante un numero sempre maggiore di paesi si siano confrontati con la riorganizzazione della propria comunicazione istituzionale (Germania, Canada, Olanda, Svezia, Regno Unito, Estonia, per citarne alcuni) il governo italiano non si è mai preoccupato di mettere in agenda un progetto, anche minimale, di identità visiva coesa. Cosicché lo stesso processo di digitalizzazione del paese e dei servizi, che sottintende una particolare attenzione alla user experience del cittadino e che in altri paesi, come il Regno Unito, ha agito da volano per coordinare la comunicazione pubblica, è stato portato avanti in Italia, con il progetto delle Linee guida, senza intraprendere alcuna iniziativa in questa direzione.

Ma in questo contesto di digitalizzazione dello stato, imperniato sull’esperienza dell’utente, anche l’attività di branding assume un nuovo, e meno discutibile, significato. Il coordinamento visivo dell’identità infatti diviene qui un elemento funzionale al miglioramento dell’esperienza dell’utente, inquadrato nel necessario processo di semplificazione percettiva dell’emittente. Non rappresenta più, insomma, un’autoreferenziale scelta grafica a cui spesso si è limitato il nation branding. Nel service design il design dell’identità e delle informazioni non sono in contraddizione, bensì operano con un elevato grado di interdipendenza nell’alveo di una comune pubblica utilità.

Sarebbe infine il tempo che anche in Italia ci si ponesse la questione di un’immagine coerente dello stato.

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    Gianni Sinni

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