SocialPd

Gianni Sinni
Jun 8, 2017 · 3 min read
Immagine da Vice

Più volte in questi ultimi giorni ho desistito dallo scrivere sulla piega che ha preso la comunicazione social del Pd, un po’ perché ne hanno già parlato altri (qui e qui ad esempio) in maniera approfondita e un po’ perché per me è motivo di malinconia. Ma come si sa alle tentazioni si può solo cedere, per questo cercherò di elencare abbastanza schematicamente quelli che sono, a mio avviso, i gravissimi errori di comunicazione in casa Pd, con una premessa.

Premessa
Nessuna morale. Parliamo di comunicazione nel senso della sua efficacia. Se fosse vero che pubblicare foto di gattini portasse a un maggior consenso popolare, ben vengano. Ma dobbiamo avere la certezza che sia proprio così.
La comunicazione politica, leggi propaganda, deve essere funzionale allo scopo, vale a dire a convincere delle proprie ragioni quella maggioranza che serve a governare. Per raggiungere quest’obiettivo, la comunicazione politica deve perciò impiegare tutti gli strumenti, i linguaggi e i registri necessari (se invece siete tra quelli convinti che politica debba essere solo testimonianza, beh, allora non avete problemi di comunicazione).
La strada della propaganda politica però è lastricata di cadute di stile che si sono trasformate in drammatici effetti boomerang, e nessuno, in questo territorio, può considerarsi vergine: vi ricordate della clip bersaniana Smacchiamo il giaguaro o del lato b della Lista Tsipras?

Cambiare cosa?
Quando si perde, si cambia. Non c’è dubbio che la sconfitta referendaria pesa come un macigno, anche psicologicamente, sulla leadership Pd. Il problema è cosa cambiare. Cambiare il registro comunicativo è la cosa forse più semplice (è come cambiare il logo dell’azienda quando cambia l’amministratore delegato), ma significa anche fare il più classico degli errori: sopravvalutare il potere della comunicazione. La comunicazione di per sé non ha un valore taumaturgico. Senza un reale, e faticoso, cambio di contenuti la propaganda appare solo come una fastidiosa recita.

È il linguaggio giusto?
Abbandonare il registro istituzionale per il linguaggio tipico dei post grillini (frasi a effetto decontestualizzate, spesso vere e proprie fake news) non sembra avere una grande efficacia. Soprattutto perché sembra sottintendere la necessità di combattere sullo stesso terreno della propaganda grillina per contendersi un target in grado di capire solo messaggi semplicistici e approssimativi. Ma l’elettorato del M5s è tutto meno che incolto (vedi ad esempio l’ottima analisi di Dino Amenduni). Insegnanti e studenti ne compongono una buona parte. È così che si pensa di ingraziarseli?

Dove combattere?
Nella propaganda utilizzare gli stessi mezzi (o gli stessi temi!) dell’avversario significa riconoscergli il valore di aver compreso prima quali sono le giuste scelte. Significa ridursi a dei semplici follower. Quando i messaggi sono indistinguibili uno dall’altro (caratteri giganti, pessimi fotomontaggi, iperboli e punti esclamativi) chi ci guadagna è solo colui che è riconosciuto come l’iniziatore di quel tipo di comunicazione (in questo caso Grillo). La teoria dei frame di George Lakoff descrive chiaramente questo meccanismo cognitivo: rileggersi ogni tanto il suo Non pensare all’elefante! sarebbe d’aiuto per ogni responsabile della comunicazione. È già successo quando tutti i partiti, qualche anno fa, si adeguarono alle grandi affissioni elettorali di Berlusconi. Se il cavaliere appariva a suo agio sugli spazi pubblicitari, si poteva affermare lo stesso di, per dire, Diliberto o Di Pietro? Perché mi dovrei accontentare dell’imitatore se posso scegliere l’originale?

Siamo convinti?
Esiste una propaganda “intelligente”? Non lo so. Quello che so è che molto difficile trovare un equilibrio che tenga insieme persuasione, passione, contenuti, sincerità e, perché no?, autoironia. Di queste caratteristiche mi sembra che la principale si possa individuare nell’autenticità, nell’essere se stessi, perché il pubblico, come i cani che annusano la paura, è in grado di percepirlo immediatamente. Se mi vergogno di quello che sto facendo e lo disconosco, difficilmente sarò in grado di essere convincente. Insomma, parafrasando Eraclito, nella lotta nel fango vincono i maiali.

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