Il Massimo

Maestro Lucio Fabbri, direttore. Walter Martino, batteria. Saverio Porciello, chitarra. Dino D’Autorio, basso. Maurizio Camagna, tastiere e programmazione computer Apple Macintosh. Feiez, sassofono. Io, pianoforte. Tutti pronti a suonare, forti delle tecnologie del momento tra cui il moderno click per andare a tempo in luogo dell’obsoleto metronomo. Col moderno click è più semplice sovrapporre le tracce: il suo affidabile tic–tac non cambia mai velocità. Se qualcuno sbaglia qualcosa e gli altri no, non è un dramma ri-registrare la propria parte e metterci una pezza. Ai bravi batteristi non serve il click perché vanno a tempo di per loro. Walter Martino è fra questi. Gesto autorevole, suono caldo e uniforme. Quando ho un dubbio guardo lui e Dino D’Autorio, sincroni come le gemelle Kessler, solidi, garanzia di qualità, convenienza e cortesia.
Queste le premesse di una giornata che non dimenticherò, complice l’ingresso in studio di un ragazzo che, senza saperlo, 16 anni prima aveva provocato il casus belli fra me, che vestivo i colori di Milano, e mio padre il visconte di Calò Brianza.
Ma essendone appunto ignaro, il ragazzo attraversa la sala della musica salutando tutti e chiedendo: “Dov’è l’orchestra?”. Bella domanda. Non so.

Enrico Simonetti

A Canzonissima l’orchestra c’è, e pure diretta da Enrico Simonetti, il re dei pianisti, uno che riesce a suonare conversando. Mi fa impazzire, è un musicista prodigioso con uno humour stellare.
Io nel 1972 ho PCMI: Poche Certezze Ma Incontrovertibili. E la PCMI n. 1 è che a Canzonissima stasera c’è Massimo Ranieri. La sua canzone nuova si chiama Erba Di Casa Mia. La seconda PCMI, quant’è vero Paperino, è che io stasera mi guarderò anche un pezzo di telegiornale nazionale per non perdermi Carosello, e già un po’ godo. Dopodiché, soprattutto e sottotutto, nessuno in terra cielo o mare potrà schiodarmi da Canzonissima con Massimo Ranieri. 
Abbiamo una casa in campagna: Calò Brianza, 40 minuti all’andata quando va bene, molto di più di sabato o domenica sera quando ci sono i rientri o le calate in città. Quindi per me oggi non se ne parla, non rischierò di perdere Massimo Ranieri. Mio padre vorrebbe andare a Calò stamattina che è sabato per bagnare le piante. “Se partiamo adesso ci siamo per mezzogiorno, mangiamo, stiamo fino alle sei e alle sette siamo indietro”. Maledetti ottimi argomenti. 
Scusa, non posso stare a casa e aspettare voi che tornate? 
A quanto pare no. Ma in nome di Lupo De’ Lupis non voglio mancare il cantante più bravo del mondo.

Vent’anni mi era passata veloce su per il rachide, come uno in bici che arriva da dietro, ti tira una sberla sul coppino e va: prima non senti niente, poi la bua si allarga e scagli dei porconi; guardi lungo all’orizzonte e c’è uno in bici che ti fa il dito. La sensazione era stata quella, senza la bua. Vent’anni all’inizio mi intristiva e volevo spegnere o cambiare stanza. Poi non avevo più cambiato stanza. Anzi ne volevo di più, come la droga, come nello sceneggiato con Micaela Esdra in cui lei diventava marijuanomane e vendeva i gioielli della madre per pagarsi il vizio. Ebbene, quello era il momento: l’erba di casa mia era imminente, lì, e a casa mia, mica in Brianza che non rientra nemmeno fra le regioni eppure ha un nome proprio come la Lunigiana, non me la raccontano giusta queste.
E allora mi barrico in cameretta e strepito. Non esistono ancora i NOCS, anche se purtroppo esiste già Cossiga che li inventerà, ma se ci fossero non riuscirebbero a stanarmi. Semplicemente non mi fido, e non di papà che è uno preciso; del fato maligno, delle insidie briantee, dei lavori in corso sulla superstrada Valassina. C’è poi l’asteroide 2012-TC4, che a dispetto del nome distruggerà la Terra solo nel 2017 ma bisogna stare pronti. E se l’asteroide casca tra Monza e Carate siamo fatti, mentre a Milano almeno gli sparano i razzi e lo spaccano fuori. E Canzonissima, che si fa a Roma ma il ripetitore è in corso Sempione, si salva.
Papà ha modi dapprima accomodanti e prosegue nelle operazioni di carico della Austin A40 Farina. Poi gli girano decisamente i coglioni e dice parole interessanti che nel dubbio mi segno, potrebbero tornarmi utili in futuro. Le più soft sono diamine e cribbio, che ancora non lo so ma sono alterazioni eufemistiche di diavolo-domine e Cristo. Poi arrivano quelle meno soft, e lì capisco il tenore dell’arrabbiatura. Il conflitto, e con esso l’implicita resa di papà, esplode sottoforma di Austin vuotata delle suppellettili che ora giacciono buttate in giardino. Io capisco che ho vinto, ma mi spiace molto quando la mamma mi dice “Lo sai quanto ci tiene a quella casa, non ci volete andare mai [noi figli, n.d.a.], una soddisfazione gliela potreste anche dare”. 
Sono un mostro. E ora papà si tiene a distanza.

Innocenti Austin A40 Farina

Pippo Baudo e Loretta Goggi fanno gli onori di casa. A me scappa un po’ la pipì dal contento, come al cinema quando vedo il logo Titanus (che significa: comincia!). Seduto per terra appoggiato al divano, ho vicino papà che mi fa i grattini sulla testa e pronuncia uno dei suoi classici: “Una persona per bene la vedi dalla faccia”. Com’è vero. Senza nulla togliere a Pippo, Loretta e me, si riferisce a Massimo Ranieri che canta Erba Di Casa Mia. Sono una persona realizzata, con una famiglia super, anche se usa gli eufemismi per dire Cristo.

“Dov’è l’orchestra?”. Il maestro Fabbri: “Eccola!”. Massimo Ranieri stringe la mano a noi orchestrali. A me: “Uaglio’, quanto sei giovane!”. Convenevoli, scambio musicale operativo Fabbri - Ranieri; partiremo con Perdere l’Amore, di Artegiani - Marrocchi. Ci prepariamo e cominciamo a suonare col moderno click. Ranieri canta in contemporanea. Superfluo dire che la cosa mi assesta una botta che me la ricordo ancora. Già è fuori dei miei confini il fatto di suonare mentre il cantante canta. Lo faccio dal vivo con Elio ma non mi è mai accaduto altrove, figuriamoci Massimo Ranieri. Gli anni ’80, per il 90% della musica cosiddetta leggera, sono il trionfo della plastica. Il Festival di Sanremo, nell’ ’84 e ’85, è stato addirittura in playback. Batteristi e bassisti se la vedono brutta, molti ingegneri del suono hanno quasi disimparato a registrare tamburi veri; regna il culto delle batterie elettroniche (che adoro) e delle tastiere (pure). 
Il moderno click, a meno di cervellotiche modifiche, va a velocità fissa; Ranieri invece incalza, rallenta, accelera a seconda del momento e dell’enfasi, com’è giusto che sia; non è completamente a suo agio, così il maestro Fabbri decide di buttare via la pre-produzione (un’ossatura provvisioria del brano, programmata al computer) e navigare a vista. Ranieri canta, Fabbri dirige, noi suoniamo “alla vecchia” aspettando il cenno del Maestro e l’occhiata di Ranieri. Due, tre, quattro versioni; nella prima cominciamo uguale a All By Myself di Eric Carmen. Proviamo qualche soluzione diversa, alla fine ci piazzo il tema del ritornello con una piccola variazione ritmica. Il Maestro dice: bello. Ranieri dice: bello. Sembrerebbe buona. Da lì poi partiremo con le nuove tracce: tastiere, archi, sax. Con lo stesso metodo procediamo per le altre canzoni: Sui Davanzali Del Tramonto, Purissima Lucia, Pierina e altre.

Lucio Fabbri (foto di Roberto Fontana)

Parentesi tecnica per i matti: dall’arrangiamento di Lucio Fabbri imparo un trucco pazzesco: la modulazione che ti fa credere che la canzone salga di tono e invece scende. Fate caso: in Perdere l’Amore, appena prima dell’assolo di sax (Feiez!) Massimo canta “non me l’aspettavo”; sul ‘vo’ di aspettavo (la nota cantata è Re diesis) l’accordo cambia da Si maggiore settima a La bemolle maggiore con basso di Si bemolle. In questo modo la melodia rimane intatta ma cambia il cosiddetto “contesto armonico”, che vira con naturalezza verso la tonalità di Mi bemolle maggiore, cioè mezzo tono sotto l’originale. Cosa succede: che l’assolo di sax confonde le acque facendo perdere memoria dell’armonia precedente; e quando il canto riprende con prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo, la voce ha un suono più pieno e potente, proprio della nuova tonalità. Risultato: l’inciso più importante, cioè l’ultimo, ha uno spessore e una memorabilità che non ti spieghi ma avverti. E vince Sanremo.

Nel ’71 esce Via Del Conservatorio, che a Canzonissima si piazza seconda dietro Nicola Di Bari con Chitarra Suona Più Piano. All’epoca me la perdo, ma la ritroverò qualche anno dopo (’73 o ’74, in quel periodo i “singoli” hanno vita lunghissima): mi imbatto nel 45 giri e lo compro per l’interprete ma anche incuriosito dal titolo. Equivoco la foto di copertina e mi convinco che quella sia via del Conservatorio a Milano, dove sono passato coi miei senza sospettare niente del patibolo che nasconde, anzi del cui nome addirittura si fregia! Al pianoforte mi sono appena avvicinato, forse stanno pure per comprarmene uno, usato e verticale ma sempre pianoforte è. Insomma il conservatorio ignoro cosa sia, anche se avrò tutto il tempo per conoscerlo e detestarlo. 
Massimo ne canta come di un luogo desiderabile (j’accuse! Mi ha fatto il lavaggio del cervello!): la canzone tratta di un ragazzo costretto a lasciare gli studi musicali perché la famiglia non se li può permettere. Non sa ancora che culo ha avuto. Comunque: squarciacuore! Io non sono neanche al secondo anno e già ho la malinconia di dover abbandonare una scuola che manco so dov’è. “O professore, addio”, sulla fine del ritornello, è ancora più triste di quando Mario Tessuto in Lisa Dagli Occhi Blu (il film), abbandona l’insegnamento per una delusione d’amore e va a fare l’astronauta.

Qualche giorno dopo la registrazione di Perdere l’Amore ricevo una telefonata di mio padre. Mia nonna, mamma della mamma, sta male. Nessuna malattia, solo un cuore stanco e poca voglia di trattenersi da queste parti. Lo sappiamo che stai facendo una cosa importante, ma se vuoi salutarla forse devi venire. Legnata. La nonna è eterna, quindi che cavolo succede? Faccio i miei giri nell’anticamera dello studio, al momento non hanno bisogno di me. Esco, fumo, entro, fumo, picchietto la testa al muro. Roma è molto lontana da Milano, specialmente nel 1987, specialmente d’estate. Massimo esce, mi vede in difficoltà. “Che succede?”. Succede questo e questo. Ci tengo a dimostrare che sono in controllo. Anche lui lo è, infatti fa cenno di sì, che capisce, e se ne va. Torno in studio, suono qualcosa, ri-torno fuori, ri-fumo.
Sono lì che vado indietro-avanti-indietro e anche Massimo torna.
“Vai a salutare la nonna, uaglio’ ”. E mi consegna un biglietto aereo.

La nonna è a letto. La Miss Italia delle nonne. Capelli neri, tutti suoi, a 85 anni come a 20. Mi chiede come sto, e come sta Massimo Ranieri. Bene, ti manda questo. Lei apre la busta, c’è una foto con dedica: A Benvenuta, con tante “rose rosse per te”. Un bacio, Massimo.
Mi addormento sulla poltrona di fianco alla nonna.
Sera, la nonna mi sveglia. “Vai, che parte l’aeroplano”. Corro a Linate, acchiappo l’ultimo AZ-qualcosa. 
L’indomani i miei mi chiamano. La nonna è in piedi, non sente medici né ragioni, sta facendo da mangiare. Mostra a tutti la dedica di Massimo Ranieri. Continuerà a farlo, compresa la spesa e il mangiare, per i successivi cinque anni.
Rieccomi allo studio Forum. Massimo mi dice: hai fatto la cosa importante, il resto sono cazzate.
Poi chiedetemi perché guai a chi mi tocca Massimo Ranieri.

Milano, via Veglia. 1944