Oltranza

Ci sono persone a cui mi tocca essere grato ad oltranza, e a volte è seccante perché non sono tutte meritevoli del premio Simpatia Completa; ma avendo combinato qualcosa di così incontestabilmente bello nei miei od altrui confronti si aggiudicano il cavalierato. Diciamo che anche se nel presente o nel futuro si macchiassero di qualche colpa (non troppo grave, diciamo entro l’abigeato) sarebbero perdonati.

Police. Il tour di Reggatta De Blanc segna l’inizio di una lenta quanto incompleta maturazione del pubblico italiano dei live ed il ritorno in Penisola dei musicisti di alto livello, che continueranno a tenersene alla larga per buona parte degli anni ’80. Sembra fantascienza oggigiorno, ma a quel tempo l’arte finì ostaggio di certi bruti, figli e cugini degli stessi che dai primi anni ’70 praticavano con orgoglio l’autoriduzione (= entrare gratis) con motivazioni sofisticate tipo che “la musica appartiene al popolo” (se è così io non ero presente al passaggio di proprietà, né come musichiere né come popolo). Come veniva praticata l’autoriduzione? Irrompendo nei luoghi dei concerti e spaccando suppellettili e cranio di pubblico pagante, musicisti, tecnici e maestranze, tutti convinti di trovarsi in un paese europeo come diversi già ne esistevano in Europa e nel mondo. A quel punto arrivavano personaggi altrettanto bruti in camionetta, tiravano il gas e piangevamo tutti, si tornava a casa e ciao concerto.
I Police arrivavano a Milano e sembrava finto, da tanto che ci avevo fantasticato dopo Message In A Bottle. Mi piaceva che fossero un trio, che il cantante suonasse il basso, che un batterista potente inventasse roba nuova agli antipodi dei picchiatori che avrebbero archiviato tutto in un tùm-pa tuttùm-pa. Mi disarmava, in senso buono, che il chitarrista non facesse il solista ma accompagnasse, con un suono che ad oggi rimane ineguagliato. Mi hanno sempre annoiato i solisti, con poche eccezioni. L’assolo che approvo, anzi che giustifico, è quello dentro la canzone, che ha dignità di linea melodica e non sovrasta il resto ma suona con il resto. I virtuosi velocisti - a qualsiasi strumento si applichino - mi fanno sbadigliare già alla millesima nota, che arriva in genere entro il primo minuto. È una gara triste e solitaria a chi ha l’uccello più lungo o è convinto di averlo, e vi rinuncio in serenità sia da ascoltatore che da normodotato. Insomma alle mie orecchie i Police erano tre potenziali solisti che potevano permettersi di non fare i solisti, e ciò mi appariva eccitante ed inedito. Spigoli caratteriali a parte suonavano insieme, creando una pacca timbrica da Nobel per la guerra.
Sting e Copeland di quegli anni hanno una presenza scenica paurosa. Il me sedicenne che li va ad ascoltare al Palalido di Milano il 2 aprile 1980 è in piena fase mod o almeno ci prova, ci ho pure l’eskimo verde con dietro scritto The Who (logo fai-da-te con i pastelli da tessuto). In mancanza di Lambretta da vero mod mi sposto con la filovia 90-91, ma sono molto motivato perché parecchi fra i presenti al concerto sono dei parvenu e hanno scoperto i tre britanni solo di recente. Poveretti! Io invece ho già visto il film Quadrophenia col biondo che fa il ragazzaccio. Quindi non dico che siamo amici di penna ma li conosco un pizzico meglio degli altri. 
I Police salgono dopo i Cramps. Che non so descrivere. Al momento non mi piacciono, complice l’acustica agghiacciante del palazzetto. Ripensandoci negli anni continuano a non piacermi. Però ho letto su riviste di settore che essendo gli iniziatori del genere psychobilly, ed avendo un cantante carismatico e morto, sono dichiarati patrimonio interessante dell’umanità. Almeno di quella che ha interessi nel campo dello psychobilly. Quindi respect. Ciao, Lux Interior al secolo Erik Purkhiser, ora fai lo psychobilly agli angeli in Paradiso.
Comunque i Cramps non riescono neanche a finire. Si vedono lanciato addosso di tutto e gli tocca smettere. Non piango. Mi ricordo il batterista che prende il rullante e lo butta via. In quell’occasione sviluppo uno dei miei primi odî moderni, quello nei confronti di chi non ha idea di come si faccia una cosa (quelli che tirano le robe) e sfoga la frustrazione con chi almeno ci prova. Insomma parteggio per i Cramps anche se furono un po’ boh.

Che i Police salgono dopo l’ho già detto, tanto sul concerto la faccio breve: bello. Tra l’inizio e la fine cerco, e a volte incontro, personaggi vari come Elio, il futuro architetto Mangoni, amici di scuola, i musicisti del cosiddetto “giro milanese” che guardo con ammirazione. Insomma siamo tutti qui. Quando si riaccendono le luci defluiamo. Piazzale Stuparich, piazzale Lotto, bici, motorini, filovie. No aspetta, c’è uno che non defluisce e indovina chi è.

Dieci minuti e sono nel retropalco. Nessuno mi ha fermato, sarà che il servizio d’ordine finisce il turno. Mi ritrovo in un corridoio con porte al di là delle quali immagino camerini pieni di Police. Non ho grandi piani se non dire buonasera e portare a casa qualche autografo sul diario Linus. Qualcuno passa o sta; niente di che, relativa calma.

Eric Clapton, Sting, Franco Mamone

“Tu chi cazzo sei?”. Tu sono io, e quello che mi pone sia la domanda che una mano in faccia è il promoter Franco Mamone buonanima. Io rispondo quello che può rispondere uno spintonato con una mano in faccia (incavo del palmo sul naso, dita sugli occhi tipo Alien), quindi niente di definito. Indietreggio, sempre con la mano aperta sulla faccia, sotto gli occhi di parecchie persone e destinato a soccombere, infatti cado all’indietro: del resto sono intruso e l’energumeno è nel suo, fine del dibattito. Tutto dura in effetti pochi secondi, prima del miracolino e del lieto fine.
Come in certi film, il mio eroe Gordon Matthew Thomas Sumner Sting esce dal camerino, vede la scena e mi scrolla di dosso il matto. Gli dice checcaaazzo fai. Whaddafaaacca eccetera. Lo strapazza benino.
 
Energumeno: Ma lui non è autorizzato.
G.M.T.S. Sting: Adesso è autorizzato da me.
 
Tiè. Mi autorizza Thomas dei Police. L’aggressore recede con le pive nel sacco; il patrono dei mod in filovia mi chiede se va tutto bene. Io ci ho lo choc e non riesco a dire niente a parte “volevo un autografo qui”. Apro il diario Linus, con tutti i ritagli e le foto, sulla pagina dedicata a Quadrophenia. Lui molto carinamente finge di interessarsi al diario e ai suoi segreti; firma dicendo cose che non capisco a parte una: “Ti è piaciuto lo show?”. Io: sì grazie. Mi accompagna ad una delle uscite sul retro, mi stringe la mano e si congeda. Sfilo con una certa soddisfazione davanti all’impresario manesco. Nella mia immaginazione gli cago in bocca, ripromettendomi di farlo sul serio in futuro (purtroppo il tempo deciderà diversamente). Riemergo camminando sull’aere. L’ultima cosa che mi ricordo è la folla in attesa e, fra mille facce, quella sorridente di Francesco Renga. Devo ancora chiedergli se era lui, ogni volta mi dimentico. In effetti non poteva essere lui perché vorrebbe dire che aveva dodici anni, e con tutto che doveva pure ritornare a Brescia a dormire pare strano. Ma magari era con degli zii di Milano.

Quadrophenia, il film

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P.S. Comunque Sting è un po’ spiritoso. Tempo fa con gli Elio e le Storie Tese abbiamo registrato una versione in italiano di So Lonely. Prima di affrontare la trafila penosa della richiesta di permessi agli editori abbiamo mandato la canzone a lui per un parere. Risposta: «Fate pure. Peggio dell’originale non potrà mai essere».

Evvai Thomas!