
Turn on your bright light.
Ha una luce in mezzo al torace. Sotto una cicatrice verticale e spessa che corre incerta dallo sterno all’ombelico. La testa pelata, lo sguardo rugoso, malinconico e severo di chi ha perso la sua Camaro bruciandole il motore in una notte di guida a fari spenti.
Quel tatuaggio sulla spalla destra, vecchio stampo — non old school cristo — non ha niente da dire, a tutti. Ha qualcosa da ricordare, forse. Ma i pantaloni del pigiama hanno l’elastico molle, una stringa li tiene stretti sotto la piega di una pancia settantenne. In un parco, un torso nudo con un torace luminoso, non passa inosservato nemmeno al crepuscolo. Non passa inosservato nemmeno se si nasconde tra le le lucciole. Non passa inosservato insieme ai segni lasciati dai vetri che vivono sugli zigomi, con gli altri sfregi sottili arrampicati sugli avambracci.
La vedi, quella stella impazzita che si aggira tra l’erba tagliata che puzza di clorofilla. La vedi sempre, quando fa caldo la vedi più, con il suo cuore bollente, trasparente. Una supernova che esplode e rimane fedele alla sua nuvola di gas arancione e giallo, bianco incendiato.
Odore di mandorla amara dai pori di una pelle stanca.
La fronte della ragazzina si appoggia e preme contro il petto luminoso, glabro. La fronte sente i nodi della pelle cucita e aggrovigliata su se stessa. Ascolta quei gradini freddi con attenzione muovendo di pochi gradi il piccolo cranio a destra e sinistra.
Le lentiggini si illuminano una per una, le trecce escono dal buio a turno, come in un ballo di provincia nelle piazze del ferragosto. La Pangea sulle guance pallide si sposta, brilla e si spegne. Brilla e si spegne. Quell’odore acre di veleno vittoriano, che fa di una sera pallida?
L’erba non prude sulle calzette, le fa lacrimare con gli schizzi degli irrigatori, che lucidano le scarpe di plastica, con gli strappi allacciati storti, in fretta. La suola sinistra imprigiona l’orlo del pigiama contro il terreno.
Le labbra sono rosse come la plastica degli accendini Bic, taglienti. Stanno socchiuse dietro a dei denti get the London look. Con il palato come volta e la lingua di marmo rosa, la luce spacca a metà le porte d’avorio e illumina una cattedrale perfetta, violenta e lucidata dalla saliva. Dove l’ugola è un crocifisso appeso e i denti fanno gli immacolati i capitelli di marmo bianco senza colonne e pilastri da tenere dritti.
Ne gode per istanti parecchio lunghi, la ragazzina. Le mani del vecchio si posano pesanti sulle spalle: la avvicinano per un istante stringendola forte, con la faccia che si divide a metà su quella corda di iuta della cicatrice. Il piede della ragazzina capisce e si scolta all’indietro, mentre le mani la allontanano di un metro e una caduta col culo per terra.
Il vecchio guarda perso, lontano. Lancia le pupille nel buio, tra dei tronchi che finiscono in un nero lugubre. Classicone.
Lei seduta a gambe dritte con le scarpe a strappo abbandonate a destra e sinistra, gli occhi aperti, l’odore di mandorla amara ancora nel naso, la fronte perlata di sudore, La cattedrale chiusa al pubblico, buia.
Una luce non fa che illuminare, fino a quando rimane nei paraggi. Non passa nella materia, si fa fermare e diventa ombra. Sul profilo destro e poi su quello sinistro, diventa ombra.
I pantaloni del pigiama puntinati di bianco strisciano all’indietro, con lo sguardo fisso sugli alberi.
Lei con le mani sul prato si rialza, saluta ingenua con la mano e saltella in cerchio aspettando la prossima sera rovente.
