Come caglio per il latte

Quella gente lo sa cos’è il caglio per il latte. Lo sa perché quella del terremoto è terra di pastori, allevatori, agricoltori, terra difficile di montagna. Il caglio dapprima separa, scinde le molecole del latte, per poi coagularle e trasformarle in formaggio. Ecco cosa fa ed è più o meno quello che ho visto accadere dalle 3,36 del 24 agosto in poi nelle terre colpite dal terremoto urlante. L’ho chiamato così perché ogni scossa, tranne la prima che ha sorpreso tutti nel sonno, è stata anticipata da un boato enorme, prolungato e terrificante che ci ha gettato nel terrore ancor prima che la terra impazzisse sotto i nostri piedi.

Ero in vacanza in un Comune vicino Amatrice, Cittareale, uno dei paesi miracolati e usciti quasi indenni dal terremoto ed è stato da lì che ho assistito e partecipato alla parte più bella –scusate l’azzardo- di un terremoto grave come questo: la solidarietà. Una solidarietà assoluta, completa, a tratti eroica che ha avuto come principali protagonisti i giovani, sì proprio quei giovani che spesso vengono chiamati bamboccioni, che secondo alcuni hanno perso i valori della convivenza, quei giovani che “ai miei tempi eravamo migliori”. Giovani del posto, giovani in vacanza oppure tornati dalle città per mettersi a disposizione.

Io ho dato un minimo contributo, ma ho visto questi ragazzi spendersi ogni ora sempre di più, azzardando, rischiando, provando e riprovando, in una smania inarrestabile, in un bisogno vitale di occuparsi dei bisogni degli altri. In mezzo a questi giovani ne ho visti due sotto una luce completamente diversa da quella in cui sono abituato a vederli e li ho visti trasformarsi da figli in fratelli.

Ho visto questi giovani organizzarsi e partire per Amatrice un’ora dopo la prima scossa; era ancora buio quando sono riusciti ad arrivare e si sono tuffati in quel marasma di cenere e sassi in cui si era trasformato quel bellissimo e caro borgo. Le prime parole di mio figlio, che sono riuscito a contattare intorno le 11,00, sono state le stesse parole che ha pronunciato il sindaco di Amatrice: “Papà… Amatrice non c’è più”. Sono tornati intorno l’ora di pranzo e non è servito chiedere perché le risposte erano nei loro occhi velati, tristi ma pronti a tornare sul campo, immediatamente. E visto che Amatrice ormai era off-limits, sono partiti per le frazioni, 69 in tutto, dove hanno dovuto combattere tra lo strazio per gli amici persi o disperati e l’urgenza di prestare soccorso dove ancora non era arrivato nessuno.

Ho visto questi giovani organizzare insieme ad un Sindaco eccezionale un centro di raccolta e smistamento degli aiuti, li ho visti mentre si dividevano in turni, mentre segnavano sulla cartina le frazioni visitate e quelle da raggiungere, mentre registravano le esigenze di ogni frazione, mentre scaricavano tonnellate di materiale che arrivava ogni minuto per catalogarlo e ricaricarlo sulle auto per un altro ennesimo giro di consegna. Li ho visti impauriti, esausti, affamati, assonnati, ma mai demoralizzati.

Ho visto questi giovani dimenticarsi completamente delle loro abitudini o dei loro interessi ed incazzarsi con giornalisti troppo cinici o con i turisti dell’orrore a caccia di macabre immagini da condividere sui social.

Ho visto mille altre cose che loro non vorrebbero divulgare, perché loro hanno troppa dignità e buon senso per darle in pasto a tutti.

Insomma, ho visto la disintegrazione di un tessuto sociale antico, ma ho visto anche che, come il caglio nel latte, dopo la disgregazione qualcosa inizia a coagulare e a formare nuova vita più forte e compatta di prima.

Ho visto un ministro in visita che non ha degnato questi eroi né di uno sguardo, né di un semplice grazie. Non sa, il tapino, che questi giovani sono e saranno la salvezza del paese che indegnamente rappresenta.

Grazie a tutti, ma soprattutto grazie a quei giovani.