QUANDO SI POTEVANO MANGIARE LE FRAGOLE

Quando ero piccolo possedevo poche cose. Semplici. Avevo la confezione base dei Lego, un fortino con i cowboy e gli indiani e le macchinine. Di queste ultime ne ricordo alcune classiche, tipo la storica ed innovativa, per l’epoca, Citroen DS e la sportivissima Lamborghini Miura, affascinante ancora oggi. Avevo quelle della Walt Disney: la mitica 313 di Paperino e Qui, Quo, Qua accomodati nel bagagliaio, la lussuosa auto di Paperone, la 113 di Topolino e quella di Pippo, l’auto di Nonna Papera e, curiosamente, quella del Lupo cattivo con i Tre Porcellini nel carrello a traino. Particolare quella di Yogi e Bubu, con una padella contenente un pesce dentro al cofano, sopra la testa del motore ed era davvero speciale ed elegante anche la Ford T di Stanlio e Ollio. Inutile ribadire che erano tutte bellissime. In omaggio con il Corriere dei Piccoli si sarebbe aggiunto, successivamente, un surrogato del Subbuteo, al quale avevo rifatto le porte con i Lego, applicando delle retine dei limoni, per imitare le reti dei campi veri. I giochi all’aperto erano i classici: la bicicletta, il pallone e i dardi (o freccette). Infine, quando divenni un po’ più grande, una promozione mi fece guadagnare l’impianto hi-fi per i dischi di vinile. Insomma, posso proprio dire di essere stato un ragazzo fortunato (cit. Jovanotti). Grazie all’educazione ricevuta dai miei genitori, ero in grado di capire che c’erano bimbi meno fortunati di me e non ho mai provato invidia per coloro che avevano più cose di me o più belle. Ero veramente sereno e felice. Anzi, ero tanto felice e giocavo ore ed ore, tralasciando di studiare e fare i compiti.

Tempo fa commentando un post di un amico blogger, dicevo, che cercare risposte all’esterno di noi stessi, tramite ogni genere di totem, di feticci e ideologie, mi faceva dubitare che dentro di noi ci fosse il vuoto. Per essere liberi da questo ci vorrebbero delle passioni: quelle vere, di quando da piccoli i giochi li inventavi e li trattavi come fossero la cosa più seria del mondo. Perché in quel mondo, il valore delle cose – quando le usi, le consumi e le ami – non è più materiale. Quei giochi a me ricordano i genitori che me li regalarono, gli amici con i quali giocavo, da bambino prima e ragazzo dopo: cose semplici, che sapevano di sacrificio, conquista e gratificazione. Oggi, per esistere, abbiamo bisogno di farci riprendere, di fare quei selfie della minchia, per farci vedere, come se gli altri fossero la proiezione di noi stessi, che ci guarda dall’esterno, in modo da avere la conferma che esistiamo. A me, certe foto, già «mi» stavano sull’anima una volta, perché gli attimi li «vivevo» e non mi passava nemmeno per la mente di interromperli per fissarli, tentando di sottrarli all’eternità. Non me ne pento, perché le immagini non sono fermate dal tempo, ma dal ricordo, in una memoria composta di materia organica, che chiamiamo cuore.

Tutto questo – che pare un post senza ne capo, ne coda – per dire cosa? Che in realtà non possediamo nulla, se non l’illusione di possedere. A me manca quel contatto caldo e rassicurante, con le mie cose di sempre: oggi ho una casa, per la quale pago un mutuo della ristrutturazione e sulla quale pago la tassa per esserne considerato, appunto, il proprietario, al solo scopo di farmi abbassare l’ISEE. Sono padrone, in questo modo strano, anche della macchina che pagherò a rate fino a quando la dovrò buttare, per finanziarne un altra. Ed ho l’i-phone pieno di musica, molta più di quella contenuta nei miei cari vinili, che i-tunes non mi lascia ascoltare se non c’è rete. Datemi pure del materialista, ma per me, è indispensabile la concretezza del contatto. Come in amore: non solo perché mi chiamavano il «Polpo» – molto prima di Paul Pogbà – ma perché apprezzo quegli eterni, complici e ristoratori silenzi, più preziosi dello scambio di tante parole fraintese. Chi l’ha dimenticato o non l’ha mai provato, quel senso del possesso (cit. Battiato), oggi è quasi certamente un affermato esteta della cafonaggine. Ma a me, che le ho vissute, cosa resta di quelle sensazioni? Una beata fava, perché non sono più padrone di niente! Forse nemmeno del mio tempo e della mia vita: quella di quando si passavano i pomeriggi a giocare e sognare felici senza studiare e fare i compiti… e si potevano mangiare anche le fragole (cit. Vasco Rossi).

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.