David Lynch non perde la faccia

No, neanche quando si ingozza di ciambelle.

“Facesse pace col cervello Lynch ce facesse capi qualcosa che già mi ha rotto le palle” ,“lo stile di non farci capire un cazzo”, “quest’episodio andava censurato”, “non c’entra niente con twin peaks”, “una noia mortale”, “noiosa e senza senso”, “non si capisce niente”. Tutto si può dire meno che l’ottavo episodio della nuova stagione di Twin Peaks sia stato accolto con indifferenza. Tutta la serie, a onor del vero, ha diviso gli spettatori; ma è stato l’episodio otto a dividere nettamente il pubblico tra gli impallinati che appena finito l’episodio hanno provveduto a rivederselo cinque-sei volte, e quelli che sono corsi sui social network a esprimere la loro indignazione e a bollarlo come una cagata pazzesca. Anche se io siedo nel gruppo degli impallinati (ma non è colpa mia, è solo che cerco di non alzarmi dal divano a meno che non sia strettamente indispensabile), devo dire che le reazioni degli indignati non mi sembrano del tutto peregrine; o per meglio dire, le reazioni stizzite mi sembrano una risposta messa in conto, se non deliberatamente ricercata, da quella vecchia volpe di David Lynch. Quindi ora sedetevi sulle ginocchia del vecchio zio Giova e lasciate che vi racconti la storia di come il vecchio regista dallo sbarazzino ciuffo argentato ce l’ha fatta sotto al naso per l’ennesima volta.

Per cominciare, una delle critiche più rivolte alla nuova stagione è che a prima vista non ha molto a che fare con la serie originale. E c’è del vero in questo: la nuova stagione tratta con sufficienza molti dei personaggi originali, non riprende quasi nessuna delle loro storie, per la gran parte del tempo non è ambientata a Twin Peaks, e sembra non fare molto per ricostruire l’atmosfera della serie originale. Ma che cosa è stato davvero Twin Peaks, al netto di nani ballerini e giovinastri cocainomani? Le prime due stagioni della serie creata da Lynch e Mark Frost ha cambiato le carte sul tavolo della televisione americana. Twin Peaks non è stata tecnicamente la prima serie televisiva con alte ambizioni. Già Miami Vice, non a caso guidata da un altro gigante del cinema americano come Michael Mann, pochi anni prima aveva dimostrato che si poteva fare la televisione utilizzando un bagaglio espressivo e un dispiego di mezzi di tipo cinematografico: fotografia curata, messa in scena certosina, colonna sonora originale, Miami Vice era un primo tentativo di allargare il respiro e le potenzialità del linguaggio televisivo.

Ma con Twin Peaks Lynch e Frost portarono questa operazione un passo più avanti: L&F presero i codici dei generi televisivi e li lasciarono deflagrare uno contro l’altro innestandoli su quello che era il più ignobile e plebeo, quello della soap opera. Si, perché Twin Peaks, nella sua struttura, era più simile a Peyton Place o a Dallas (quest’ultimo quasi viene ricalcato esplicitamente nel finale della prima stagione) che a un canonico poliziesco: una rete di intrighi intriganti e misteri misteriosi, doppi giochi e relazioni clandestine, segreti inconfessabili e personaggi che scopano con chiunque, il tutto nascosto sotto la rispettabile facciata di una cittadina americana. Su questa struttura Twin Peaks incastrava il thriller, l’horror, la commedia, cambiando in continuazione le carte in tavola e travolgendo di continuo le aspettative dello spettatore. Quante serie tv poliziesche vi vengono in mente che a metà stagione decidono che l’assassino è un’entità soprannaturale e in cui il serissimo agente dell’FBI incaricato del caso decide di indagare tirando sassi contro una bottiglia e ciarlando del Tibet? Ve lo immaginate Jack McCoy, alla fine di un episodio di Law & Order, sentirsi dire che l’imputato è stato assolto perché era controllato da uno spirito infestante? Appunto. Twin Peaks, incastrando tra loro e tradendo continuamente i codici dei generi che adottava, allargava il campo di quello che il pubblico poteva aspettarsi e contemporaneamente potenziava il linguaggio televisivo, svincolandolo e rendendolo adulto.

“Apri una parente”

È per questo che a distanza di anni dalla visione, se chiedete a tre diversi spettatori che cosa si ricordano della serie, è probabilmente che avrete delle risposte molto diverse: per alcuni Twin Peaks è un thriller, per altri la storia di buffi nani e di dove trovarli, per altri ancora la soap opera degli intrighi della provincia americana. Io personalmente ricordo con particolare piacere i momenti comici in cui, ad esempio, Cooper e quell’altro amabile mentecatto dello sceriffo Truman non riescono a far funzionare gli sgabelli nella camera d’ospedale di una vittima di stupro, come in uno spezzone apocrifo di “Totò e Peppino agenti dell’FBI” (un film, tra l’altro, che se esistesse guarderei subito).

È in questo senso che Twin Peaks ha lasciato la sua impronta sulla televisione americana: la stagione d’oro delle serie tv che è iniziata qualche anno più tardi, non sarebbe probabilmente stata la stessa se il lavoro di L&F non l’avesse preceduta e per certi versi inaugurata. Si può discutere se farla iniziare con i Soprano o con The Wire, se includere The Shield oppure no (sicuramente si, per quanto mi riguarda), se e quando farla finire, e così via, ma è innegabile che ci sia stata un’età dell’oro delle serie televisive americane e che questa abbia seguito di pochi anni la messa in onda di Twin Peaks. Questo vuol dire che negli anni 2000 tutte le serie televisive americane erano belle? Ma neanche per sogno. La televisione americana è una cosa gigantesca difficilmente immaginabile per chi è abituato alla programmazione italiana fatta di sei reti che mandano a rotazione gli stessi film da trent’anni (è sabato pomeriggio? Mh, sono curioso di vedere se su Italia 1 fanno Batman, Ghostbusters o Ritorno al futuro). Per cui sugli schermi americani, in qualunque momento, hanno comunque abbondato i teen-drama ridicoli, i procedurali tutti uguali e le serie con medici bellocci che non si capisce quando trovino il tempo per curare i pazienti visto che sono sempre occupati a scopicchiarsi a vicenda. Ma accanto a queste, fiorivano innumerevoli serie che il linguaggio televisivo e le convenzioni di quei generi cercavo di allargarli, alzando l’ambizione dei contenuti che potevano essere rappresentati in televisione e potenziando i codici della serialità perché potessero accoglierli. E questo non accadeva soltanto nelle serie blasonate del via cavo, ma anche in prodotti più commerciali sulle reti plebee: Buffy, probabilmente una delle serie meglio scritte della sua epoca, sbatteva in un frullatore post-moderno i codici del teen-drama e poi li serviva con guarnizione di vampiri; House trasformava il medical drama in un poliziesco con il lupus al posto del maggiordomo; Scrubs e How I Met Your Mother sono stati per la sit-com quello che Sgt. Pepper o il White Album sono stati per il rock’n’roll. In questo modo, il prestigio delle serie tv crebbe, e cominciò a spendervi anche più cash: improvvisamente per gli attori del cinema prestarsi alle serie tv per qualcosa di più di un cameo svogliato non era più il segno di una rovinosa flessione della propria carriera (come Robert Downey Jr ben si ricorda).

“Ally MacBeal? Non so di cosa parli”

Questa età dell’oro, con tutta evidenza, è finita. Su quando questa stagione si sia conclusa di preciso si può discutere, se con l’ultima deludente stagione di Breaking Bad, con lo iato indefinito di Louie o vattelappesca; ai posteri l’ardua sentenza (se i posteri non saranno tutti stati decimati dal morbillo, nel frattempo). Non voglio dire che non si facciano più belle serie, e neanche che non si facciano più serie blasonate con grandi pedigree e dispiego di mezzi; anzi, probabilmente gli investimenti e la qualità tecnica, oltre che la centralità delle serie tv nell’immaginario collettivo (hanno anche le pubblicità con Accorsi, come il maxibòn), non sono mai state così alte. Semplicemente, a questo dispiego di risorse non si accompagna più, in molti casi, una scrittura all’altezza. Anche e soprattutto nelle serie più blasonate, non c’è più nessun interesse a mettere in discussione le aspettative del pubblico, ma per stupirlo si ricorre a uccisioni sempre più truculente o cliffhanger degni, questi sì, di Dallas (il tizio coi riccetti è morto… ma sarà morto davvero veramente?). Altre serie invece si fanno forti dei propri profondi contenuti filosofici e poi si limitano a mettere una parrucca buffa a Matthew McConaughey e fargli pronunciare tre frasette nichiliste buone al massimo per smemoranda.

E il pubblico sembra essersi abituato rapidamente a questo andazzo. I commenti del tipo “non si capisce niente” non sono un’esclusiva di Twin Peaks: anche la seconda stagione di True Detective, per fare un esempio, fu subissata di critiche perché non si fermava di continuo a spiegare cosa stava succedendo (a onor del vero: True Detective aveva dei problemi ben più gravi, innanzitutto un casting balordissimo che riusciva a fare di Colin Farrell il più bravo della cumpa). Come già ci aveva insegnato la fonte eterna della saggezza, anche nota col nome di “Boris”, molte nuove serie sembrano obbedire al principio che “deve capire tutto pure il cane di casa: metti che il tuo cane entra in salotto e la serie è già cominciata da venti minuti, quello dopo due minuti deve comunque aver capito”. C’è una certa differenza rispetto a quando Buffy introduceva un personaggio dal nulla facendo come se fosse sempre esistito e poi aspettava la bellezza di sei puntate prima di prendersi la briga di spiegare allo spettatore che diavolo stava succedendo.

È a questo clima che Lynch e Frost in parte vogliono rispondere. La nuova stagione di Twin Peaks è un caleidoscopio impazzito che sembra contravvenire a tutte le regole della televisione: i personaggi vengono buttati nella mischia senza introduzione e poi abbandonati per episodi interi; invece di costruire una routine ed attenersi ad essa, ogni episodio contraddice stilisticamente i precedenti; il ritmo è lentissimo ed estenuante; il pathos esplode senza preavviso e senza ordine; i codici stilistici sono continuamente traditi, le scene comiche sono dilatate fino a risultare stranianti. Lo straniamento è proprio l’effetto ricercato da L&F: lo spettatore è costantemente messo nella situazione di non sapere come leggere quello che sta vedendo perché i codici di lettura che è abituato ad usare vengono costantemente sovvertiti o ignorati.

Lo spiegone secondo Ferretti Cammina Con Me.

L’idea stessa dello spiegone, il simbolo della cattiva scrittura televisiva, il momento topico in cui due personaggi si spiegano a vicenda cose che già sanno in modo da farle capire allo spettatore, viene esplicitamente parodiato all’inizio del settimo episodio, quando Hawk e lo sceriffo si siedono vicini come i due amabili vecchi bacucchi che sono e spiegano goffamente a loro stessi e allo spettatore un pezzo della trama. Un pezzo della trama che tuttavia, allo stato attuale delle cose, non basta a sciogliere il senso di spaesamento dello spettatore. Questa ricerca costante dello straniamento è la causa di molte delle reazioni di stizza del pubblico.

In questo senso, il ritorno di Twin Peaks più che a una terza stagione della serie originale somiglia a un seguito spirituale di Rabbits. Rabbits è una web-series realizzata da Davidone nei primi anni 2000, che esplicitamente funziona giocando sul contrasto tra stile e contenuto. In Rabbits il codice è quello perfettamente riconoscibile della sitcom: scenografia teatrale, telecamera fissa, risate registrate. Ma invece di un simpatico gruppo di amici che prendono il caffè o di un meno simpatico gruppo di scienziati che si lamentano del fatto che non scopano, i protagonisti di Rabbits sono tre conigli antropomorfi che si scambiano frasi senza senso, cantano canzoni inquietanti e si fanno prendere dal panico allo squillare del telefono mentre alle loro spalle si aprono buchi infuocati sui muri e, boh, non è che il resto l’ho proprio capito. Le frasi che i conigli si scambiano tra loro sono state analizzate, riassemblate, piegate alle interpretazioni più balzane: appendice di Twin Peaks, spiegazione (?) di Inland Empire, storia di possessioni demoniache, rappresentazione veristica del purgatorio dei conigli (giuro)… ma non è interpretare il contenuto che ci interessa in questo momento. L’aspetto interessante di Rabbits è un altro: Lynch mette in scena un pubblico che, messo di fronte ad una messa in scena riconoscibile, la utilizza come unico strumento di decodifica di quello che sta guardando. L’invisibile pubblico di Rabbits reagisce a quello che vede come il pubblico di qualunque sit-com: esulta alle entrate in scena e ride alle battute, batte le mani, si entusiasma. Questo a dispetto del fatto che nulla di quello che succede sullo schermo faccia ridere anche solo vagamente, nemmeno se in genere i conigli li trovate proprio buffissimi.

Veniamo al famigerato ottavo episodio. Che sarebbe stato un episodio di svolta era inevitabile: finalmente L&F abbandonavano le nuove sottotrame per tornare sul luogo del delitto e spiegare la cosmogonia dell’universo paranormale di Twin Peaks. Quello che ha perplesso molti spettatori è che i due abbiano deciso di farlo con un pezzo di video-arte in bianco e nero, senza dialoghi, composto per metà di effetti visivi, che apre più porte di quante ne chiuda e che spiega molto meno di quanto il pubblico sperasse (che non spieghi niente o che sia incomprensibile come dicono alcuni, semplicemente non è vero). Sia che l’abbiate adorato sia che vi siate addormentati a metà, quello che non si può negare è che quest’episodio non somigli a nient’altro nel panorama televisivo. Questo non perché i trucchetti visivi impiegati da Lynch siano di per sé una cosa mai vista: dal punto di vista tecnico, Lynch qui non sta inventando niente. Nemmeno è vero che siano una soluzione inedita per la televisione: già Hannibal, per dirne uno, faceva un largo effetto di espedienti da video-arte nell’arco soprattutto della sua terza stagione. La differenza sta nel modo (e nell’estensione) in cui questi vengono impiegati. Hannibal utilizzava i momenti più visuali come intermezzi psichedelici nell’arco della narrazione. Sesso e violenza sono in molte serie il principale strumento per tenere deste nell’attenzione, in Hannibal attraverso questi espedienti vengono trasformate e de-spettacolarizzate (qui ad esempio prendono una scena di sesso lesbo e ne tirano fuori questa roba qua). De-spettacolarizzate è probabilmente il termine sbagliato; forse ri-spettacolarizzate è meglio, o ancora “diversamente spettacolarizzate”. Ancora una volta, si tratta di un processo di straniamento: sesso e violenza vengono approcciati da un punto stilistico inedito presentati allo spettatore in una veste nuova, che gli impedisce di leggerli automaticamente con le lenti alle quali è abituato. Lynch fa ancora un altro passo avanti: questa nuova veste stilistica non è un intermezzo, ma lo strumento attraverso cui racconta un pezzo centrale della sua storia. È come se Lynch dopo aver incrinato e messo in ridicolo il linguaggio televisivo nei primi episodi, con questo abbia voluto fornire un’alternativa.

Lei più si vede bene e meglio è.

Con questo voglio forse dire che d’ora in avanti tutta la televisione va fatta così? Che nel prossimo episodio di Elementary voglio vedere Lucy Liu fuori fuoco mentre Jonny Lee Miller le gravita attorno in bianco e nero? Assolutamente no: io Lucy Liu la voglio vedere sempre bene a fuoco, grazie. Come tutte le opere che si pongono come un’avanguardia, il nuovo Twin Peaks sarà probabilmente un estremo destinato a non ripetersi. Intendiamoci, non c’è niente di male in una serie tradizionale e ben confezionata: Law & Order ha stabilito la sua struttura con il primo episodio, dopodiché l’ha ripetuta identica per venti stagioni, eppure io ogni volta che ne incrocio un episodio in televisione resto lì a guardarlo fino alla fine. Tuttavia di quando in quando è bello non sapere cosa aspettarsi. Se guardo un episodio di Law & Order so che vedrò un indagine e un processo; se ne guardo uno di The Walking Dead so che vedrò zombie e personaggi senza senso (l’ho mollata cinque stagioni fa, ma dubito che le cose siano molto cambiate nel frattempo). Stasera danno il nuovo episodio di Twin Peaks e io non so genuinamente cosa aspettarmi. Non so voi, ma questa sensazione io la trovo gratificante.

P.S: prevengo una probabile obiezione: ma quindi la nuova stagione di Twin Peaks è solo un grosso gimmick o una cosa tutta confezione e niente contenuto? No, non lo è (a parte il fatto che io per Lynch starei molto attento a fare distinzioni troppo nette tra forma e contenuto); soltanto, la confezione era l’aspetto su cui volevo focalizzarmi io in quest’occasione. Magari del contenuto ne parliamo la volta prossima che mi annoio talmente tanto da mettermi a scrivere sull’internet.

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