Una questione di regole

Saremo chiamati a dire sì o no al mutamento della Costituzione Italiana proposta dal Parlamento italiano nella sua maggioranza (la proposta è stata votata da uno schieramento maggioritario che include Partito Democratico, Forza Italia e altri partiti minori).

Qui non diciamo nulla a proposito della “Costituzione più bella del mondo” come ripetè Roberto Benigni in un suo tour di lettura della Costituzione quando era all’epoca schierato contro il governo a guida Berlusconi. Salvo poi schierarsi per il sì al mutamento, e per questo accusato di tradimento da parte dei fautori del no.

Qui riportiamo i contenuti di un’amaca di Michele Serra, che non parla della vicenda sì/no relativa alla Costituzione italiana, ma più genericamente dei metodi con cui i popoli si autoregolamentano, cioè scelgono le leggi e prendono le decisioni.

Michele Serra ci arriva per paradosso, ma è innegabile che il regolamento del Festival di San Remo sia, nei fatti, il regolamento più efficace e travagliato nello stesso tempo, che la cultura italiana sia stata capace di elaborare dopo lo sforzo “bellico” prodotto dalla Costituzione. Un regolamento che nel corso degli anni ha avuto decine di adattamenti e correzioni. Che ha dovuto via via attraversare i diversi decenni culturali della storia italica: dalle istanze libertarie a quelle più reazionarie, dalla prevalenza delle lobbies e degli interessi (ciechi e avidi) dei discografici, ai tentativi di allentamento e di democrazia apparente. Il meccanismo, farraginoso, impone la prevalenza comunque del freno d’élites (da una parte le lobbies, e gli interessi economici reali; dall’altra la competenza e la buona coscienza dei musicologi) rispetto all’apparentemente libero corso del “voto popolare”. Che nei fatti non è mai libero, ma sempre facilmente condizionabile. Tra Barabba e Jesus, il “popolo” sceglie sempre Barabba. Anche perché le élites fanno in modo che “il popolo” sia quello e non un altro.

Il patto collettivo tra élites e masse popolari che è sempre una Costituzione, certamente è soggetta all’invecchiamento e può essere cambiato. Purché tutti sappiano pienamente che di questo patto si tratta. L’Atene di Pericle è l’Atene in cui avviene un compromesso, in quegli anni produttivo, tra una parte dell’oligarchia e una buona parte del “demo”, cioè delle tribù che formavano la cittadinanza ateniese dell’epoca; esclusi dunque schiavi, e i “minori” (dunque anche le donne). Una parte dell’oligarchia rimase a complottare per accordarsi con Sparta e per sovvertire questo patto (attraverso attentati e tentativi di golpe).

Ma ciò di cui si parla è qualcosa di ancora più antico. Fa parte della struttura politica che abbiamo ereditato dai popoli indoeuropei (di cui facciamo parte); struttura in cui l’assemblea aveva valore in quanto formata dalla rappresentanza delle tribù che componevano l’orda (o il “popolo”). Senato in quanto formato dagli “anziani”. Nel regime politico romano, l’imperatore era l’eletto dai cittadini che formavano l’esercito: per questo dopo la seconda guerra mondiale fu esteso il voto “a tutti” compreso le donne, perché nella guerra dell’epoca a fare la guerra erano tutti, comprese le donne; in cambio della possibilità di essere carne da macello, veniva dato il diritto di voto.

Nell’epoca intermedia, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, che hanno ereditato la rivoluzione liberista di Margareth Thatcher, si è assistito allo smantellamento del “pubblico” a favore del privato. E l’esercito, da esercito di leva e popolare è diventato esercito “professionista” (mercenario). Ciò non poteva non avere conseguenze anche sul diritto di voto. E’ una cosa su cui abbiamo blaterato, invano: fare un esercito d’élite non è stata una vittoria del popolo pacifista e desideroso della pace nel mondo; è stata la vittoria di chi vuole un sistema di potere basato sul potere delle élites, ristretto, non più “democratico” così come lo abbiamo costruito nell’imitazione (parziale) del modello statunitense.

Non è un caso di una agenzia internazionale, bancaria e di potere, come JP Morgan ha posizioni decisamente chiare:

“Le Costituzioni e i sistemi politici dei paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali a un’ulteriore integrazione della regione […]. Queste Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; costruzione del consenso fondata sul clientelismo politico; e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi […]. Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche”.

Scritto dalla JP Morgan (in The Euro area adjustment: about halfway there, 28 maggio 2013)

Di fronte alle minacce esterne, o per fare cose che un governo allargato non farebbe mai, i governi tendono a accentrarsi e passare da forme allargate a forme più ristrette. Così nella Repubblica di Venezia che ridusse il Gran Consiglio (vedi Wikipedia). La nuova Europa uscita dall’allontanamento della Gran Bretagna dal progetto di fortezza europea, rischia di continuare a perseguire politiche arretrate — quella della manomissione del patto democratico è una “risposta” vecchia a un problema vecchio, non una risposta nuova a un problema attuale -, e dunque sbagliate.

Tutto il papello che Berlusconi fu costretto a firmare, a nome del popolo italiano (altro che “contratto con gli italiani”!) con i signori dell’Europa e delle Banche internazionali, è la lista (vecchia) di chi ha vissuto negli anni Ottanta, e che non si è accorto che siamo ormai negli anni Dieci del Duemila. Articolo 18, “flessibilità” e altre amenità varie sono tutte cose “avanzate” in senso etimologico del termine. Invece di affrontare il nuovo le élites sono impegnate a ascoltare le sirene del passato.

E’ un caso che l’ex migliorista Giorgio Napolitano oggi voglia un assetto istituzionale che è tanto simile alla Russia di Putin e all’idea di Stato che hanno nei salotti dell’alta finanza stagnarola mondiale? “Nel torbido” diceva Tony Curtis nel film del sommergibile rosa, “si pesca meglio”.

Io ho letto la proposta di cambiamento delle (poche) righe riguardanti il Senato dell’attuale Costituzione. Hanno steso una trentina di pagine senza decidere nulla sulla reale consistenza, sui metodi di elezione e sulle competenze. Sembra (è) lo scritto di un mentecatto della politica che spera comunque di rimandare al dopo voto una risoluzione di decisioni che si è incapaci di prendere ora. Ciò che si chiede agli italici oggi è firmare una carta bianca, che “qualcuno” riempirà. E nessuno oggi sa né chi né quando.

Far capire questa cosa alle élites, che si sono “formate” culturalmente nell’era Thatcher, è cercare di far cambiare rotta a un asino con i paraocchi che sta andando verso il burrone (e noi siamo attaccati alla sua coda).