Kaepernick non si alza per l’inno, ovvero riflessioni sulla libertà

A pochi giorni dal via del nuovo campionato NFL, mentre tutti stavamo lì a ragionare sull’inizio dell’era post Manning, sulle nuove leve e sulle regine del mercato, ecco che Colin Kaepernick conquista tutte le aperture di tutti i media americani. Il suo è un gesto clamoroso, che negli sport professionistici statunitensi conta solo un paio di precedenti; per trovarne uno di portata paragonabile (ma lì si era in Messico, non in America) bisogna tornare al guanto nero di Tommy Smith alle Olimpiadi del 1968. Il quarterback dei San Francisco 49ers, infatti, è rimasto volontariamente seduto durante l’inno nazionale statunitense, suonato prima della partita di preseason tra i 49ers ed i Green Bay Packers.

Come si può vedere dalla foto, Kap (indicato dalla freccia rossa) è l’unico tra giocatori e staff a restare seduto, un gesto che, com’è puntualmente accaduto, non poteva passare inosservato agli spettatori e ai media. Dopo la gara, Kap ha dichiarato: “non mi alzo per mostrare rispetto verso la bandiera di un paese che opprime i neri e la gente di colore. Ci sono corpi per le strade e gente che non viene punita per averli uccisi”. Boom.

È quasi superfluo raccontare di quale feroce dibattito si sia acceso negli Stati Uniti. Gli account social di Kap sono stati subito sommersi di insulti, foto di tifosi dei 49ers che bruciano la sua maglia, accuse di tradimento e ingratitudine verso il paese che gli paga un contratto da 114 milioni di dollari. Ogni americano che abbia prestato servizio nelle forze armate, o che abbia un parente in divisa, sembra essersi sentito punto nell’orgoglio da quella maglia numero 7 seduta durante “God bless America”.

Tutto questo, per chi conosce anche solo un pochino l’America, era facilmente prevedibile, e non immagino Kap talmente sprovveduto da non averlo messo in conto. Un Paese che ad ogni partita, di qualsiasi sport a qualsiasi livello, suona il proprio inno, sventola la propria bandiera e, molto spesso, rende onore ai propri reduci e caduti, non poteva non sentirsi profondamente offeso: in tutti i Paesi, ma a maggior ragione negli USA, mancare di rispetto all’inno e alla bandiera è qualcosa di grave. Perfino di pericoloso, oserei dire.

A margine di tutte queste (ovvie) considerazioni, ce ne sono però altre, fatte solo da una minoranza ma, a mio parere, ugualmente valide. Innanzitutto, non c’è nessuna legge federale o regolamento della NFL che obblighi chicchessia ad alzarsi in piedi nel momento dell’inno nazionale. Kap è stato semplicemente seduto, senza mostrare alcuna espressione o gesto offensivo verso l’inno e la bandiera. E anche l’appellarsi alle cifre faraoniche del suo contratto è davvero privo di senso: Kap viene pagato per le sue prestazioni sportive, non obbligarlo ad alzarsi all’inno. E allora i giocatori meno pagati di lui? Sono esentati dall’alzarsi in piedi solo perché guadagnano un decimo? Inoltre, è stato un gesto individuale che non ha in alcun modo voluto coinvolgere la squadra e i compagni. Sarebbe stato grave, quello sì, se Kaepernick avesse usato il proprio ruolo, il proprio carisma in seno alla squadra, per incitare i compagni a non alzarsi dalla panchina. Invece non lo ha fatto, e anzi nessuno ne sapeva niente, né i compagni né l’allenatore.

Se i detrattori dicono che con il suo gesto Kap ha offeso tutti coloro che danno la vita per difendere la sua libertà (su questo ci sarebbe da aprire una discussione interminabile, ma prendete per buona la sintesi); ma al contrario si può anche dire che il suo gesto sia figlio proprio di quella libertà, e che le renda davvero onore, perché senza di essa (e senza il sacrificio di chi l’ha creata e difesa) quel gesto non ci sarebbe mai potuto essere, oppure il suo autore sarebbe già stato imprigionato o peggio. È fin troppo facile riempirsi la bocca con questa splendida parola, libertà, la più bella di tutte, se poi non siamo disposti a tollerare chi la usa per dire o fare qualcosa che noi non condividiamo. Ognuno di noi è libero di dissentire, se non usa violenza o minacce per costringere gli altri a farlo, così come ognuno è libero di non condividere il dissenso, senza però offendere, insultare o minacciare chi invece lo esprime.

C’è poi un’ultima riflessione da aggiungere, che è forse la vera ombra sul gesto di Colin Kaepernick: un personaggio mediatico come lui avrebbe potuto dire le stesse cose in mille interviste o tramite i social network, dove è seguitissimo. Farlo in quel modo, al netto di tutti i pro e i contro di cui sopra, ha ottenuto l’effetto di concentrare la discussione su di lui e non sui motivi della sua protesta, distogliendo così l’attenzione collettiva dalla vera questione che sta insanguinando le strade americane, ancora dopo quarantotto anni dal pugno nero di Tommy Smith.

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