Il fascino di Sex and the City

Il fascino di Sex and the City, telefilm di culto e pecuniario trionfo al botteghino è misterioso. Almeno per me. Mi sono sempre chiesta quale richiamo esercitasse su una così trasversale fetta di genere femminile, come potesse riscuotere idolatria tra quelle fanciulle che mai e poi mai si farebbero acchiappare da un prodotto televisivo.

Proprio quelle che mai cederebbero al becero caravanserraglio di Maria De Filippi e al suo mito del “Tronista Azzurro” si ritrovano a sospirare dinnanzi alla riproposta favola dell’amore contrastato, diluito in sciropposa salsa americana.

E dopo aver visto il film, durante il quale (come tutte le donne presenti in sala) mi sono divertita pazzamente, ero ancora più perplessa.

Cosa può far scattare un meccanismo d’identificazione così massivo con una realtà diversa come quella della Grande Mela, con una quotidianità che non ci appartiene, tra imbevibili beveroni al sapore di caffeina e ristoranti volutamente snob?

Non possono essere le storie posticce a conquistarci, le scarpe da favola su cui in realtà non è tecnicamente possibile camminare o lo stuolo di vestiti assurdi modello “Sono una giovine americana in carriera e credo che ciò che viene scritto su Vogue sia scolpito nella pietra”.

Le avventure delle quattro newyorkesi sono per noi distanti, sia geograficamente sia culturalmente. Basti pensare alla rubrica da cui la protagonista trae il proprio sostentamento, il cui argomento principe è il sesso raccontato senza pudore, difficilmente troverebbe una contropartita all’interno dei quotidiani italiani.Quindi che cosa ci fa rimanere avvinte, con gli occhioni sgranati, a fare il tifo per le non più giovani ma arzille protagoniste?

L’imperitura ricerca dell’uomo ideale?

In realtà gli uomini disfunzionali, bugiardi e fedifraghi di cui il telefilm abbonda, sono un copione abbondantemente già visto.

Al massimo queste latitudini ci regalano in sorte quelli disfunzionali, bugiardi, fedifraghi e con acclusa mamma italiana, pronta a diventare una nefasta suocera…

Quello da cui veramente si rimane affascinate è il legame d’amicizia duraturo e su cui il tempo passa senza danno apparente, a rincuorarci sulla possibile esistenza della solidarietà femminile, mito paragonabile a quello della fenice. Ogni tanto risorge, se ne sente parlare, ma difficilmente la troverai nel giardino di casa.

Vogliamo credere sia possibile che quattro donne così diverse possano destreggiarsi per anni tra un ginepraio di fidanzati, lavori, figli casuali e rimanere sempre fondamentalmente identiche, complici, a sghignazzare davanti a una bottiglia di vino.

Totalmente irreale e quindi immaginifico.

Sono pronta a scommettere che la maggior parte del gentil sesso sui titoli di coda si è alzata pensando “Cavolo, come vorrei avere amiche così!” e non “Vorrei vivere a NewYork, ricorrere il taxi di prammatica e nutrirmi di sfilate di alta moda”.

Quindi con buona pace della tanto decantata “trasgressione”, che ormai la nuova stagione aurea dei telefilm ha provveduto ad annacquare, in Sex and the City ad attrarci è rimasta solo la cara vecchia complicità femminile.

Perché in fondo le cose essenziali della vita sono poche e semplici: tra queste spicca un nutrito gruppo di amiche ridanciane come galline, con un legame tra di loro che sia ben più resistente di un tacco a stiletto di troppi centimetri, che non si spezzi nelle grate e nei tombini che la vita inevitabilmente farà incontrare.