Ragazzi che scelgono di non studiare e non lavorare: vi presento i “neet”

In Liguria sono il 13,3% dei ragazzi tra i 18 e i 35 anni. Il numero è destinato a crescere con ripercussioni davvero preoccupanti

Giulia Novello
Sep 5, 2018 · 5 min read

Nel 2050 saranno quasi sei milioni le persone a rischio povertà. È questo il dato allarmante che emerge dalla ricerca condotta dal Censis, Centro studi investimenti sociali, mostrando come il numero di persone occupate sia destinato a calare vertiginosamente da qui ai prossimi trent’anni.

Ma quale è la ragione di tutto ciò? Nel prossimo futuro il numero di ragazzi con un posto di lavoro si ridurrà ulteriormente rispetto ai giorni nostri in cui la situazione si presenta già in modo critico e questo si verificherà non solamente per la mancanza di posti di lavoro, ma il numero dei giovani inoccupati crescerà principalmente e sorprendentemente proprio per scelta di questi ultimi.

Stiamo parlando dei “neet”, termine tratto dall’acronimo inglese “not engaged in education, employment or training”. Si tratta di ragazzi con un’età compresa tra i 18 e i 35 anni che scelgono di non proseguire gli studi e di non trovare un’occupazione, rimanendo sospesi in un limbo che li porta ad essere invisibili per la società in cui vivono.

Secondo l’Istat, in Liguria rientra in questa categoria il 13,3% dei giovani contro la media europea dell’11,5%: un fenomeno davvero preoccupante. La situazione si aggrava nel caso delle ragazze, infatti ben il 25,7% conduce una vita priva di meta, contro una percentuale del 16,5% per i ragazzi.

Al riguardo ho incontrato il “neet” Andrea, 25enne di Sanremo, mia città di origine e in cui ho studiato sino al conseguimento del diploma di maturità, per capire quali siano le ragioni che spingono un numero sempre più crescente di giovani ad intraprendere un percorso di vita così estraniante.

Tutto è cominciato osservando le esperienze di amici e conoscenti — inizia a raccontare Andrea -. Molti hanno proseguito il loro percorso di studi e la percentuale di coloro che hanno trovato un posto di lavoro nel campo in cui hanno conseguito la laurea è esiguo. Chi invece post maturità ha deciso di buttarsi nel mondo del lavoro ha trovato la strada sbarrata e si ritrova a lavorare stagionalmente senza raggiungere una situazione di stabilità”. L’esperienza negativa di altri coetanei ha dunque influito sulle decisioni di vita di questo ragazzo e anche di molti altri come lui, una paura di fallire e di rimanere “scottati” che impedisce di partecipare e mettersi in gioco, caratteristica che invece dovrebbe essere tra le principali di un giovane.

Molti mi considerano un fallito, ma io non mi ritengo tale. È meglio fare un lavoro umile e sottopagato per 12 ore al giorno oppure dedicarsi a sé stessi in vista di qualcosa di più gratificante? Io scelgo la seconda opzione”, sentenzia il giovane sanremese, sicuro della sua scelta.

Credo fortemente nelle mie capacità e spero che in futuro ci possa essere un buon lavoro anche per me. Per adesso ho deciso di fermarmi e di prendermi un periodo di pausa in vista di una situazione lavorativa più rosea per il nostro paese, ma soprattutto per la nostra regione che non offre opportunità di crescita per i ragazzi della mia età”.

Andrea racconta anche ciò che fa per occupare il suo tempo durante la giornata: “Esco con gli amici, vado al cinema, ma leggo anche molti libri, mi piace conoscere. Non frequentare l’universitá e non lavorare non fa di me una persona ignorante, ho semplicemente deciso di percorrere una strada che sia tutta mia e non imposta dalla società”.

Ma cosa ne pensa la sua famiglia di tutto ciò? I genitori approvano la sua scelta? “Fortunatamente mamma e papà possono ancora mantenermi e accettano silenziosamente la situazione. Non ne parliamo a dire la verità, so che questa mio attuale percorso di vita non li rende particolarmente orgogliosi di me, ma verrà il mio momento e capiranno che questa decisione non è stata un errore”.

Sono numerose le persone che criticano questa tipologia di giovani, non comprendendo questa decisione che a detta di molti “è solo una perdita di tempo”. La colpa viene attribuita soprattutto ai genitori, considerati troppo permissivi nei confronti dei figli, come nel caso di Andrea, la cui famiglia ha gettato tristemente la spugna, tanto da decidere di non parlare neanche della situazione che si è venuta lentamente a creare.

Criticare però non è un’azione costruttiva, proviamo dunque a metterci nei panni di questi ragazzi per un instante e tentare di capire quali possano essere i motivi che li hanno condotti in questo vicolo cieco. Rispetto al passato, il mondo di oggi è ricco di stimoli, forse troppi per alcuni di noi. Se ci si pensa attentamente, scegliere tra due colori è più semplice che scegliere tra centinaia di tinte, ci sono troppe sfumature e questo crea una gran confusione nel soggetto a cui è richiesta una scelta.

Molto probabilmente i “neet” sono persone che messe davanti a tante strade, a tante alternative, si bloccano, non sanno come proseguire, forse credendo di avere a propria disposizione un tempo infinito per compiere la propria scelta, per diventare “grandi”.

Forse al loro fianco manca qualcuno che creda in loro, che li inciti a seguire i propri sogni. Il mio non è un tentativo di biasimarli, assolutamente, ma credo che siano infiniti i motivi che portano un giovane ragazzo, che ha davanti a sé un’infinità di porte spalancate, a compiere una scelta di vita, seppur provvisoria, così mortificante, che non è nero, bianco, ma neanche una sfumatura di grigio.

I giovani di oggi sono svegli, rispetto ai propri coetanei di appena 30 anni fa le loro abilità sono vastissime, basti pensare al settore tecnologico: non c’è cosa che non sappiano fare e a cui non sappiano trovare un rimedio. Ma allora perché sono così tanti a non avere una meta? Non è forse un grido di aiuto silenzioso quello che stanno lanciando? Procrastinare per non pensare. “Ci penso domani”, si ripetono in continuazione, quando in realtà sono perfettamente a conoscenza che questa sia solo una scusa per prendere tempo con sé stessi, sperando che qualcosa in loro e intorno a loro cambi spontaneamente, senza neanche sapere precisamente cosa.

Allora forse sarebbe un bene stare più vicino a questi ragazzi che vivono un momento di difficoltà e di smarrimento, se è necessario passare per “rompi scatole”, ma è indispensabile tirarli fuori da questo guscio in cui si sono rintanati per la paura di un mondo che, spesso, spaventa anche gli adulti.

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