Italiani: popolo di santi, poeti e… razzisti?! (da Giulia sotto la metro)

Siamo un popolo di razzisti del cavolo o ci disegnano così? Alla metro A l’ardua sentenza.

Ore 19 di un normale giorno lavorativo, salgo a Ottaviano con tanta voglia di tornare a casa perché — tanto per cambiare — sono stanca morta. Il vagone è gremito di persone nella mia stessa condizione psicofisica, che si stringono le une alle altre nella speranza di non cadere, perché nel frangente è molto difficile aggrapparsi a qualcosa.

Ogni volta che le porte si aprono, la situazione si fa critica perché quelli che vogliono entrare non riescono a sfondare la barriera di quelli che vogliono uscire e viceversa. Inutile cercare di farli ragionare, spingono e basta. Prima o poi, penso, qualcuno ci resterà secco e allora sì che, forse, se la pianteranno.

In prossimità della fermata di Barberini, si palesa il genio della situazione con una brillante pensata, che poi è anche un grande classico della tradizione metropolitana: “Scende alla prossima?” inizia a chiedere il buon (spero io) uomo, avvicinandosi alla porta un passetto alla volta e fendendo la folla come un grissino nel tonno Rio Mare, via via che le persone dimostrano la loro volontà di rimanere a bordo.

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