Le Metrolimpiadi

Ogni volta che arriva l’anno bisestile, mi scatta il chiodo fisso: “Quest’anno voglio andare alle Olimpiadi!” Ovviamente, ad andarci come ginnasta da mo’ che ci ho rinunciato. E come televisiva, a giudicare dalla piega low profile che ha preso la mia carriera, la vedo dura. Il tarlo, però, nonostante le evidenze non ci pensa proprio a farsi da parte. Quindi, anche per questo 2016, anno bisesto di europei e olimpiadi, mi sono proposta come al solito di seppellire le mie frustrazioni con l’attesa spasmodica dell’evento e di consolarmi cercando una esotica località di villeggiatura da dove seguirle come tifosa. Poi, però, puntuale come il proverbiale orologio svizzero, mentre vado a lavorare mi viene l’illuminazione: io non ho bisogno di andare alle olimpiadi! Io le faccio tutti santi i giorni, le fottute olimpiadi. Solo che, invece che a Rio de Janeiro, le faccio tra Furio Camillo e Ottaviano. Pensate che, come spesso capita a chi scrive, io stia peccando di iperbole acuta? Vediamo chi ha ragione. Ore 9.15: gli 800 metri piani (in salita). Lungo lo sfiancante percorso che va dal portone di casa mia alla fermata della metro — sono 800 m esatti, te lo dice pure Google maps… ma quello che non ti dice è che si tratta di un micidiale falso piano che ti stronca più di una passeggiata sulle Dolomiti — l’unica cosa positiva è non sono costretta a sgomitare tra altre sette persone per andarmi a conquistare un posto alla corda. Vado su da sola, arrancando sulla perfida salita in grado di uccidere un mulo esperto. sbuffando, mi trascino dietro una pesantissima borsa gialla, zeppa più dello zainetto di Ambra Angiolini nel 1993, e cerco di battere il mio record personale. Purtroppo, però, non c’è niente da fare…meno di 7 primi e 20 secondi non riesco a metterci. È infatti arrivo sempre tardi in ufficio. Ore 9.25: salto del tornello. Non sono armata di asta, con me ho semplicemente l’abbonamento mensile dell’ATAC, eppure la fatica è la stessa. Apro la borsa (sì, quella gialla e piena zeppa di cui sopra, quella in cui non si trova mai niente neanche assoldando un investigatore privato), cerco il portafogli, prendo la tessera, bado che non cada niente a terra, analizzo i tornelli alla ricerca di uno che funzioni, cerco di non farmi calpestare da quelli che vogliono passare avanti e alla fine riesco a passare. Se fosse una gara a tempo, perderei rovinosamente. E se puta caso piove dal soffitto (perché a volte succede) invece che ai 400 a ostacoli mi ritrovo nella riviera dei 3000 siepi. Andiamo avanti. Ore 9:30: slalom speciale su gradini. Per scendere in velocità lungo la scala mobile, cosa che normalmente capita sempre quando c’è un convoglio in arrivo, vengo catapultata nelle olimpiadi invernali. Invece degli sci, ai piedi ho i miei inseparabili anfibi, ma per il resto non cambia nulla. Svicolo tra le persone messe a scacchiera come fossero i paletti di Kitzbuhel, inclino il busto a monte e a valle, oscillo con i fianchi e le ginocchia come ho imparato da piccola guardando Albertone da Bologna, trattengo il fiato, protendo il corpo in avanti per aumentare la velocità e, quando alla fine taglio il traguardo, normalmente scopro che il treno in arrivo è quello in direzione Anagnina. Tutta fatica sprecata: meraviglioso, eh? Ore 9.35: lotta greco-romana in apnea. Passati quei cinque minuti d’attesa — che sono sempre cinque, nonostante il tabellone luminoso indichi uno o due — arriva il treno giusto, quello che mi porterà a Ottaviano. (Ammesso e non concesso che io riesca a salirci.) Perché la ressa è infinita, dentro e fuori, l’ossigeno è poco, lo spazio per passare ancora meno, soprattutto per me che continuo a portarmi dietro quella enorme, fottuttissima borsa gialla. Devo sgomitare, tentare prese mortali, avvinghiarmi alle gambe della gente come faceva Pollicino Maenza, parare i colpi di chi tenta di farmi restare e fuori e sgusciare a bordo prima della chiusura delle porte (che, in questo caso, equivale al fischio finale del giudice di gara). Normalmente ce la faccio: cazzo, 30 anni di ginnastica artistica non mi hanno portato alle olimpiadi… ma a qualcosa dovranno pur servire! Ore 09.45: lancio della borsa (gialla). Sperare di trovare un posto nella tratta da Furio Camillo a Termini è praticamente impossibile, ma nei pressi della stazione Termini arriva il momento in cui si può tentare il tutto per tutto. E quando il gioco si fa duro, è lì che i duri iniziano a giocare (op. cit.) Mi guardo intorno come un predatore a caccia nel cuore della notte, individuo il primo passeggero in procinto di alzarsi, piego le gambe, afferro la borsa con entrambe le mani e controllo che intorno a me non ci siano persone anziane, disabili, malate o donne incinte e bambini (l’educazione prima di tutto, eh). A quel punto, con scatto felino e agile mossa faccio scivolare la borsa dalla spalla e la lancio sul sedile prima che ci arrivi qualcuno al posto mio. A volte ci riesco, a volte mi tocca chiedere scusa a chi ho colpito se il lancio esce storto. Inconvenienti tecnici di questa disciplina sportiva. Ore 10:00: sprint finale, ovvero: Usain Bolt al confronto era un dilettante. Gli ultimi minuti sono i più concitati, perché la verità è che alle 10 in punto io dovrei essere già in ufficio… La maggior parte delle volte, però, Grasso che cola che sono arrivata a Lepanto. E allora cominciò ad avvertire palpitazioni, la respirazione si a sempre più rapida e iniziò a sentire i primi crampi al polpaccio. Mi alzo, iniziò ad avvicinarmi alla porta, sguscio fra i miei avversari per piazzarmi in posizione favorevole… E quando le porte si aprono iniziò a correre come se non ci fosse un domani. Corro per le scale della metro, corro fra i pellegrini che si dirigono a San Pietro, corro fra gli avvocati che vanno in tribunale, corro fra i miei colleghi di tutte le produzioni televisive i giro per Prati. Corro fra le biciclette che affollano la ciclabile di Via Marcantonio Colonna e fra i ragazzi che distribuiscono volantini a Piazza Cola di Rienzo (a volte corro talmente veloce che mi scordo anche di salutare la mia amica Silvia, che li distribuisce all’angolo della piazza!), corro mentre mi accedo la prima sigaretta della giornata e la fumo tutta come se fosse l’ultima rimasta sul pianeta terra. Corro anche per le scale del nostro palazzo, perché tanto figurati se arrivo e trovo l’ascensore al piano terra, e alla fine — proprio quando sto per tagliare il traguardo — mi fermo. Sì, mi fermo. Nikefobia, la chiamano i telecronisti sportivi. Ovvero quel fenomeno per cui l’atleta, proprio sul bello, nonostante tutti gli sforzi fatti, viene preso dal panico e getta la spugna proprio un attimo prima di conseguire l’agognato risultato. Ecco, nel mio caso, forse, è più che non mi va di andare a lavorare. Mi fermo sulla porta, o se preferite davanti al traguardo, e inizio a sognare notti di luna piena e spiagge candide, palme che con le stelle fanno a rincorrersi… (Lo so, era una canzone di Non è la Rai, ma io sogno quello: che vi posso fare?) …e perdo quei due minuti che mi fanno arrivare decisamente fuori tempo massimo. Puntualmente, quando entro becco il cazziatone che per le mie personali olimpiadi vale ancora meno del cucchiaio di legno del rugby. Morale della favola? Beh, vi dirò: altro che Rio de Janeiro in Brasile… Qua se non sto attenta mi licenziano pure e con quei quattro spicci in tasca finisce che le olimpiadi me le vado a vedere a Rio Freddo in provincia di Rieti.

(www.giuliasottolametro.com)