La scienza in grande: lavorare al CERN

Giulia Negri
Feb 23, 2017 · 7 min read

11000. E tu sei uno di quegli 11000.

Il Globe, imbiancato dalla prima neve dell’anno

Per fortuna, il Globe è grande. Abbastanza grande da essere visto dall’autobus, nel momento in cui la voce femminile, con cadenza da robot, sentenzia “Prochain arrêt: CERN”. Per chi non mastica il francese, il Globe è come la terra avvistata dalla vedetta di Cristoforo Colombo.

La reception è molto più sfuggente, come il senso di tutte le pratiche che devi compilare per entrare, connetterti a internet, firmare il contratto, essere retribuita, o anche solo poter parcheggiare. Poi, puoi sfoggiare il dondolante badge dal nastro azzurro, che, se portato al collo, a detta dei reduci, è la bandierina sui nuovi arrivati. 11000. Le prime volte non hai idea di dove sei, ovunque tu debba andare ti ancori come una patella su uno scoglio ai tuoi colleghi, ai tuoi capi. Ogni percorso sconosciuto ha la stessa attrattiva turistica della Foresta Proibita. Poi, inizi a memorizzare i percorsi. Sempre col terrore di perderti. E scopri l’applicazione “CERN Maps”, che, anche senza connessione, ti mostra l’edificio che cerchi. Ti basta il numero. Potrebbe sembrare superfluo: cosa ci vuole? Si cerca la via, poi il numero civico. Ma gli edifici del centro di ricerca sono nati un po’ come funghi, senza un ordine preciso: il numero 1 si trova incastrato tra il 100 e il 304. Collegato al 3 tramite il 51. Come se ogni “building” avesse scelto la propria maglia, in una squadra da più di 700 giocatori. Una volta che hai iniziato a familiarizzare con i luoghi, che vanno dalle sale di controllo ipertecnologiche, ai corridoi tappezzati di tubi borbottanti, alle sale conferenza che sembrano futuristiche in confronto a quelle delle università italiane, cominci a sentirti un po’ più padrona del luogo. Illusione.

11000. In media. Come il comune di Baranzate, in provincia di Milano. O Caorle, Venezia. Qualcosa più di tutte le donne residenti a Ischia, qualcosa meno degli ultracinquantenni a Jesolo. È come trasferirsi di punto in bianco in una nuova piccola città. All’inizio non si conosce nessuno, poi, in mensa, cominci a riconoscere qualche faccia. Ma quando perdi di vista le persone del tuo gruppo, torni a sentirti piccola. Sperduta. Alla ricerca di lineamenti amici. Un curioso passatempo è quello di cercare di riconoscere la nazionalità delle persone in base alla fisionomia e ai comportamenti. La conferma si ha dall’accento. È così che scopri che più del 90% delle persone che affollano i microonde della sala IKEA (chiamata affettuosamente così dagli avventori, per il mobilio che ricorda molto quello della casa svedese) della mensa sono italiani. No, nemmeno i cervelloni in fuga fanno eccezione all’italico amore per il buon cibo. O, almeno, per qualcosa di più vagamente commestibile del rancio francese pagato a caro prezzo. In franchi svizzeri. Puoi provare a chiedere per capire cosa ti viene offerto, ma qualunque sia la lingua che utilizzerai, avrai risposta in francese. Sempre in francese. Solo in francese. I francesi hanno curiose reazioni di terrore/odio atavico quando si chiede loro se parlino inglese.

Qualcuno definisce questa esperienza, insieme alla vita tra due nazioni, un’“immersione nell’internazionalità”. Ma abitare in Francia non significa necessariamente sentirsi parte di essa, così come, a volte, ritrovarsi in mezzo a mille culture diverse non fa che aumentare la nostalgia per la propria.

Błażej dice che non vede l’ora di tornare in Polonia. Casa. Ha firmato il contratto solo perché può interromperlo quando vuole. «Altrimenti, non avrei accettato». Simone è felice, perché così è più vicino alle località sciistiche, ma anche lui vuole tornare, prima o poi, anche se magari non a Roma. Jarkko sorride. I finlandesi sono tutti così enigmatici? Alla proposta di un piatto di pasta, ogni dubbio si dissolve davanti agli assensi entusiasti.

«Quando arrivi, ti senti uno schifo. Più o meno tutti, prima di iniziare a lavorare qui, eravamo i “primi della classe”. Poi, trovi il collega che parla mille lingue, è un mezzo genio, lavora molto più di te e più velocemente». Michela sospira. «Devi imparare a conviverci. E pensare che, se anche tu sei qui, è perché comunque sei bravo in qualcosa». Per qualcuno si tratta del lavoro dei sogni. «I primi due anni sono davvero una figata. Dopo che sei rimasto qui anche solo qualche mese, fai di tutto per tornare. Poi, però, col passare del tempo, vedi sempre le stesse facce. Al lavoro, in mensa, al supermercato, al pub. Soprattutto se vivi in Francia. Tutte le persone che conosci e frequenti lavorano qui, o sono fidanzate o sposate con qualcuno del CERN. Sono contenta di traslocare a Losanna, dopo il matrimonio: ho bisogno d’aria fresca, di vedere gente nuova. Questo posto riesce a fagocitare la tua esistenza».

Il CERN è questo curioso luogo dove persone da ogni angolo del mondo cercano di comunicare in versioni creative dell’inglese o del francese, per riuscire a raggiungere risultati in una terza lingua, quella matematica. Qui, Chandraj prende la sua prima vera lezione di nuoto, dopo il corso traumatico seguito da bambino in India, e Rosalia realizza che, nonostante gli insegnamenti del maestro, forse lo sci non fa per lei. Bożena ti spiega con orgoglio la differenza tra la pronuncia del suo nome polacco e la grafia in bella mostra sul badge.

Sottoterra ci sono acceleratori di particelle. Ritrovati delle tecnologie più moderne. Quassù, nel corridoio in cui è nato il web, si ovvia alla perdita di un tubo appendendo un secchio al tubo stesso. Si punta molto sull’incontro tra mille diverse culture. Eppure ognuno cerca di costruirsi un angolo di casa. Emily ha scorte di tè inglese nel cassetto. Alcuni uffici hanno bandiere di Paesi lontani sulla porta. Moltissimi vi hanno attaccato un pezzetto del proprio umorismo. Fumetti, vignette, meme, disegni, fotografie. Ognuno tenta di raccontare la propria storia. Chi sono io? Qual è il mio posto qui? Al CERN non si fa solo scienza: si arriva anche a riflettere sui grandi quesiti filosofici dell’uomo.

Il CERN, a modo suo, è davvero una “fabbrica” di talenti e risultati: vanta tra le 1500 e le 2000 pubblicazioni scientifiche ogni anno, da più di 10 anni. E ogni cosa viene fatta in grande, con le migliori persone e con gli standard più elevati. C’è davvero una specie di ossessione per la qualità. Questa, senza dubbio, è un’esperienza positiva per chi inizia a lavorare qui. Hai l’impressione che quello che stai facendo sia importante. L’aspetto negativo, in collaborazioni così ampie, è che è difficile riuscire a emergere, a rendere visibile la propria creatività, ricevendo premi e riconoscimenti per questo. Basti pensare, per esempio, all’onorificenza più famosa e ambita. Il premio Nobel. Esso può essere suddiviso, al massimo, fra tre scienziati. In un’organizzazione come il CERN, dove è solo la sinergia tra i vari team di ricerca a permettere il funzionamento di un macchinario così imponente, dove si fanno meeting su meeting tra sotto-sotto-sotto-gruppi per riuscire a pianificare le attività e coordinarsi, a chi andrebbe l’aurea medaglia?

Secondo John Krige, storico della scienza e della tecnologia che ha dedicato vari anni della sua carriera allo studio del CERN, nel secondo dopoguerra molti scienziati disapprovavano le (allora) nuove procedure scientifiche, protese verso la “Big Science”. “I fisici che visitarono il laboratorio di Lawrence a Berkeley negli anni Trenta manifestarono disprezzo per quella che a loro sembrava una mancanza di individualità e per l’ossessione per i componenti dei macchinari. Secondo Maurice Nahmias, uno degli studenti degli Joliot-Curie: «Hanno una vera e propria mania per i gadget e un gusto postinfantile per i giochi scientifici e meccanici. Qui ci sono centinaia di sperimentatori che si divertono come bambinoni con i loro strumenti e passano il loro tempo a perfezionarli sempre più, senza ricavarci niente»”. Curioso leggerlo proprio mentre si stanno ordinando online più di 8000 mattoncini LEGO per costruire venti piccoli acceleratori. A scopo didattico, ovviamente…

Su Science, nel 1961, Alvin M. Weinberg, direttore dell’Oak Ridge National Laboratory, aveva mosso una critica diversa: sosteneva che la Big Science fosse responsabile di aver aggiunto un sapore tutto giornalistico alla ricerca, puntando sulla spettacolarizzazione, “cosa fondamentalmente in conflitto con il metodo scientifico”. 55 anni dopo, un altro dei capisaldi dell’eredità galileiana sembra vacillare. Tra i 1576 ricercatori intervistati dalla rivista Nature nell’anno passato, il 70% ammette di non essere riuscito a ripetere gli esperimenti dei colleghi e la metà di aver fallito nel replicare i propri. Il 90% dei partecipanti all’indagine ritiene, poi, che la scienza sia nel pieno di una significativa o leggera “crisi di riproducibilità”. Chi potrebbe riprodurre gli esperimenti di LHC, l’acceleratore di particelle più grande e potente del mondo?

Per i giovani che lavorano qui, però, il rischio è di riprodurre anche troppo. In passato, lo scienziato seguiva tutto lo sviluppo della propria ricerca, dall’idea, alla costruzione del setup sperimentale, ai risultati, alla pubblicazione. Ora non è più possibile. Un ricercatore si specializza in qualcosa e se ne occupa più o meno per tutta la vita. Come Paolo. “Ho sempre amato l’analisi dei dati, ma dopo più di 12 anni… Qualsiasi cosa ti viene a noia”.

Ma allora, perché tanti si affannano per venire a lavorare qui? Bill e Guillaume, anche se non si conoscono, sono della stessa idea: “qui, su qualsiasi tema, la ricerca è ai livelli più alti di tutto il mondo. In fisica, ingegneria, comunicazione della scienza… Prendi qualsiasi cosa venga fatta e troverai le menti più creative, che cercano di trovare una soluzione insieme”. 11000. Ti senti ancora più piccola.

Giulia Negri

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Comunicatrice della scienza nata sotto il segno dell’atomo, amo leggere, scrivere e filmare quello che mi circonda. Alla ricerca di nuovi modi per raccontare…

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