Le quattro dimensioni della digitalizzazione e il futuro delle biblioteche pubbliche

Giulio Blasi (settembre 2019)

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Oodi (Helsinki): il Book Heaven è accompagnato da un servizio di e-library

1. Premessa

Avevo da tempo in mente di scrivere sulle diverse dimensioni del digitale in biblioteca, con l’obiettivo di offrire un’immagine il più possibile ampia e non focalizzata su aspetti particolari che impediscono di cogliere il quadro di insieme.

Pensavo di prendermela più calma ma qualche giorno fa sono letteralmente saltato sulla sedia leggendo un post di Stefano Monti su “Artribune”, un editoriale che rimanda ai temi importanti aperti anni fa da Antonella Agnoli con qualche aggiunta/aggiornamento piuttosto sconcertante sul tema del digitale: digitalizzare non serve, sostiene Monti, non è strategico per le biblioteche, puntare su questo per rilanciare le biblioteche è un grossolano errore da parte del sistema bibliotecario italiano.

Dopo una prima reazione esplosiva ho però realizzato che la posizione di Monti nasce appunto da un’immagine parziale e molto esterna di cosa significhi “digitalizzazione” nelle biblioteche. Approfitto dell’occasione e mi metto quindi al lavoro per fare un po’ di chiarezza su un tema che secondo me ha implicazioni decisive per il nostro settore.

Storicamente, il sistema bibliotecario italiano ha fatto uno sforzo molto blando per “digitalizzarsi” e non ha mai cercato di rilanciarsi puntando sul digitale, non almeno in modo focalizzato. Finanche le iniziative statali a riguardo (penso alla Biblioteca Digitale Italiana di ormai antica memoria) hanno avuto un respiro assai limitato rispetto a progetti europei come Gallica in Francia o rispetto alle attività della Bayerische StaatsBibliotheck in Germania o della British Library in Inghilterra. Se lo sguardo si sposta poi sugli USA, allora realtà come quelle di Harvard sono semplicemente inarrivabili a livello europeo.

Dopo i saggi pubblicati nell’ultimo decennio da studiosi come John Palfrey, Jeffrey Schnapp, Robert Darnton, David Weinberger, Mauro Guerrini, Gino Roncaglia, Giovanni Bergamin, Chiara Faggiolani, Maurizio Caminito per citare solo i primi tra i tantissimi che vengono in mente (e per la verità molto letti e commentati dalla comunità italiana dei bibliotecari), ci si sarebbe potuti attendere che si fosse creata una sorta di koinè (in ambito accademico, professionale e imprenditoriale) pienamente coesa nel trattare il tema della digitalizzazione in tutte le dimensioni del problema: dal provisioning dei documenti (digitali e non) al backoffice, dallo sviluppo di una nuova teoria dei metadati alla traduzione bibliotecaria dei modelli di machine learning per la gestione dei big data di settore, dall’integrazione del digitale nella biblioteca fisica alla cooperazione tra biblioteche, dall’ottimizzazione dei processi di acquisto alla creazione di logiche di sviluppo cooperativo e automatizzato delle collezioni, ecc. ecc. ecc. ecc. in un elenco sterminato (che è in gran parte una still-to-do-list) per chi conosce il tema.

Purtroppo l’esistenza di tale koinè è puramente illusoria. Per i bibliotecari e gli operatori del settore impegnati in piani a medio e lungo termine sulla digitalizzazione, il lavoro da fare per convincere la maggioranza dei bibliotecari italiani (una comunità di 13.600 addetti) a lavorare su tutte le dimensioni del problema è ancora moltissimo. Una visione generale relativamente alle diverse dimensioni della digitalizzazione in biblioteca (in particolare sulle cose che ancora ci sono da fare, che sono la gran parte…) non è oggi maggioritaria tra i bibliotecari.

Fatta questa premessa, approfitto del post di Monti (che me ne scuserà, spero) e lo considererò il prototipo di una posizione sulla digitalizzazione che rischia (cosa piuttosto grave dal mio punto di vista) di sottovalutare il tema e immaginare che si tratti di uno sforzo che le biblioteche possono bigiare a piè pari facendo altro o soprattutto altro. Forse questo è eccessivo ma anche l’interpretazione più blanda (“digitalizzare non è strategico per il rilancio delle biblioteche”) è secondo me egualmente grave.

La mia tesi è esattamente contraria: la digitalizzazione è una condizione essenziale per il rilancio del settore bibliotecario ed è la condizione necessaria per contrastare l’erosione di utenti che le biblioteche stanno vivendo. La digitalizzazione dell’organizzazione bibliotecaria pubblica italiana è una condizione necessaria per la sua sopravvivenza futura. Immaginare di poter virare verso altro è — questo sì, dal mio punto di vista — un grossolano errore di percezione che rischia di minare l’identità e la funzione futura dell’istituto della biblioteca pubblica in Italia, un modello che si è venuto delineando a partire dalla metà del XX secolo proprio con l’idea del presidio di un modello democratico di accesso al sapere al quale fa riferimento Monti, la library faith ricostruita e analizzata recentemente da Anna Galluzzi.

Il mio post è diviso in tre parti:

  • una premessa in cui sintetizzo passo a passo la posizione di Monti, citando il suo testo e sintetizzando i passi del suo ragionamento
  • una pars destruens in cui sottoporrò a critica le affermazioni di Monti
  • una pars construens in cui, lasciando da parte la critica, proporrò un modello per aiutare letteralmente a “vedere” tutte le dimensioni della digitalizzazione in biblioteca.

2. Il post di Stefano Monti step-by-step

1) “In un mondo sempre più veloce, le indicazioni del consumo dedicate alla lettura e le statistiche relative alla fruizione delle biblioteche esprimono un tendenziale negativo che non va assolutamente sottovalutato”
(le biblioteche stanno vivendo un trend negativo nei prestiti e degli altri parametri di impatto e performance)

2) “Oggi la maggior parte delle nostre biblioteche appare senza dubbio in difficoltà rispetto alle esigenze dei cittadini. La verità è che da un lato il progresso tecnologico ha creato una serie di servizi che minano la funzione stessa della biblioteca e che, dall’altro, il nostro sistema bibliotecario non era (e non è) pronto alle sfide che questa evoluzione vorticosa presentava.”
(lo sviluppo tecnologico mina la funzione della biblioteca e i bibliotecari non sono pronti all’evoluzione in corso)

3) “In questo contesto, certo non basta “digitalizzare” le opere presenti in biblioteca. A voler esser più precisi, non solo non basta, ma forse non ha nemmeno senso. Non è più quello il campo su cui le biblioteche pubbliche devono affermarsi. Google nel frattempo ha digitalizzato il mondo (Maps), la conoscenza scientifica (Scholar) la narrativa (Books) e le notizie si possono leggere su qualsiasi giornale online. Alla base della rivoluzione delle biblioteche ci deve essere quindi un ripensamento più profondo, che miri a riaffermarne il senso e a rivalorizzare la loro funzione sociale. Digitalizzare è sicuramente una condizione necessaria, ma definire una strategia di rilancio del sistema bibliotecario su questo punto è un errore grossolano.”
(per le biblioteche digitalizzare non ha senso, fanno già tutto le multinazionali come Google & co. e competere con loro è un errore)

4) “Le biblioteche pubbliche in Italia (fatte salve le dovute eccezioni e al netto di una concreta rivoluzione dell’intero sistema) non possono competere con Google, Amazon e altri servizi online. Devono trovare altre strade per servire i cittadini. Devono trovare il loro ruolo all’interno di un mondo estremamente diverso da quello che le ha generate.”
(le biblioteche pubbliche non possono competere con Google e Amazon, devono ridefinire il loro ruolo)

5) “La base da cui partire, per riaffermare il ruolo centrale delle biblioteche nella vita quotidiana dei cittadini, infatti, non è nell’aggiornamento dei servizi sinora offerti, ma nella funzione che tali servizi assolvevano, vale a dire contribuire alla formazione di una cittadinanza attiva e informata e garantire (a partire dalla nostra storia recente) la sopravvivenza di un sistema democratico, consentendo a tutti di poter accedere alle stesse conoscenze e alle stesse possibilità. Nessun gigante dell’informazione digitale può, al momento, assicurare queste funzioni fondamentali per il nostro vivere civile ed è per tale ragione che questi sono gli obiettivi che le biblioteche devono porsi.
(le biblioteche devono lasciar perdere i servizi — su cui appunto non possono competere con il privato — e concentrarsi sulla funzione storica primaria della biblioteca, l’accesso universale alla conoscenza che è in definitiva la condizione di sopravvivenza di un sistema democratico)

6) “Certo, è vero, la biblioteca è un luogo in cui la fruizione di “libri” deve pur continuare ad avere un ruolo fondamentale. Ma in un’Italia che legge sempre meno, è anche vero che è necessario avviare nuovi percorsi di stimolo alla lettura. In un’Italia che si preoccupa delle fake news, bisognerebbe guardare al fatto che i tassi di analfabetismo funzionale crescono in maniera vorticosa. Tutto ciò è possibile soltanto se le biblioteche avviano un percorso di rinnovamento che non è solo di natura “concettuale”: per realizzare servizi di questo tipo, per essere efficaci senza dover gravare sulla spesa pubblica, è necessario che le biblioteche adottino personalità giuridiche adatte, e che si strutturino per poter realizzare investimenti aggiuntivi in grado di generare gli introiti necessari per poter estendere le proprie attività.”
(le biblioteche devono “pur continuare” a occuparsi di libri ma per farlo devono avviare un rinnovamento non solo “concettuale” ma anche organizzativo e di personalità giuridica per gestire i nuovi investimenti necessari senza pesare sulla spesa pubblica)

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The Art of Google Books: un sito dedicato agli “strafalcioni” della mass digitization di Google

3. Perché Monti sbaglia a 360 gradi sul tema del digitale

Sono certo che la posizione di Monti sia più complessa e articolata di quanto emerga dal post che ho scomposto sopra ma qui poco importa. Mi importa invece in questo capitolo mostrare, anzitutto in negativo e poi in positivo nel prossimo, perché bisogna stare molto attenti a trattare con superficialità il tema della digitalizzazione delle biblioteche. Il post di Monti (come ho già spiegato) diventa per me il modello di una posizione generale molto diffusa.

Il punto 1 di Monti è reale (c’è effettivamente un trend negativo italiano nella fruizione dei servizi nelle biblioteche italiane, in particolare nei prestiti) ma questa linea di tendenza riguarda solo i servizi analogici. Non sono molti purtroppo i dati statistici regionali e nazionali recenti (qui l’esempio virtuoso dell’Emilia Romagna), ma è sufficiente dare un’occhiata alle analisi statistiche realizzate dalle biblioteche più importanti e performanti in Italia per osservare (con eccezioni ovviamente) un trend negativo nei prestiti librari da alcuni anni. In alcune di queste realtà bibliotecarie sono in corso analisi statistiche sistematiche per analizzare il fenomeno che vede un trend di diminuzione dei prestiti analogici compensato dai numeri della fruizione digitale. Se si guarda infatti al digitale, nella quasi totalità delle realtà bibliotecarie dove opera MLOL (cioè un servizio di e-lending), la tendenza è quella a un progressiva crescita dei prestiti digitali. Se spostiamo l’attenzione sugli USA e sul Canada vediamo un trend di crescita continuo dei servizi bibliotecari di e-lending: nel 2018, 65 public library prestano più di un milione di ebook l’anno (più cioè di tutti gli ebook prestati da tutte le biblioteche italiane assieme nel 2018). Giusto qualche esempio specifico:

  • Toronto Public Library: 5.000.000+ prestiti di ebook
  • New York Public Library: 4.000.000+ prestiti di ebook
  • Seattle Public Library e San Francisco Public Library : 2.000.000+ prestiti di ebook
  • Nashville Public Library e Brooklyn Public Library: 1.000.000 prestiti di ebook

Riuscite a immaginare a contrario dove sarebbero finiti tali prestiti e i milioni di utenti che li hanno realizzati se tali servizi non fossero stati offerti e sviluppati nel tempo (lo ripeto, negli USA a partire dal 2002)? Come si fa, con i numeri italiani, a sostenere che il rilancio delle biblioteche non passa attraverso la digitalizzazione dei servizi?

Il punto 2 ha due aspetti. Il primo assolutamente fuori strada: è del tutto falso che lo sviluppo tecnologico e in generale — mi permetto di parafrasare — lo sviluppo dei nuovi sistemi di distribuzione dei contenuti digitali, mini alla base i servizi bibliotecari tradizionali. Il secondo aspetto è invece reale: i bibliotecari non sono pronti (statisticamente) a una gestione digitale a 360 gradi della biblioteca e un numero troppo ristretto di professionisti ha oggi le competenze formalizzate necessarie allo scopo.

Il punto 3 è un semplice corollario e lo accorpo quindi al 2: le grandi multinazionali del settore digitale (Google, Amazon, ecc.) fanno già tutto loro e non ha senso competere con loro. L’idea della competizione tra biblioteche e mercato digitale nasce da una visione semplificata e fallace della filiera della lettura. La storia delle biblioteche (a partire dall’antichità) è una storia in cui la produzione e il mercato del libro e dei documenti sono componenti di una medesima filiera organizzativa cui appartiene orizzontalmente anche il mondo delle biblioteche: autori, editor, traduttori, editori, distributori, librerie, biblioteche, fiere di settore, ecc. sono componenti di una filiera della lettura la cui evoluzione storica ne ha modificato, anche profondamente, i ruoli (e i pesi) reciproci ma che in nessun caso si è configurata come una competizione funzionale.

Le biblioteche sono istituzioni pubbliche di accesso alla conoscenza che coprono un’area di servizi funzionali totalmente diversa da quella presidiata da editori, distributori, e-commerce e piattaforme online, librerie e in generale dal mercato del libro trade e professionale. La faccenda si fa più complicata nel settore dell’editoria accademica in cui invece esiste un’area di sovrapposizione funzionale molto significativa al punto da aver generato un movimento (l’Open Access) che oggi mira a rivoluzionare e in molti casi ha già rivoluzionato la filiera della pubblicazione accademica a favore di nuove condizioni economiche di accesso per le biblioteche e in definitiva per gli studiosi. Qui per semplicità mi riferirò al solo ambito dell’editoria trade anche perché la centralità delle biblioteche nel processo di distribuzione dei contenuti scientifici Open Access non ha bisogno di essere dimostrata.

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“Free To All”, l’ingresso della Boston Public Library

Uso qui l’aggettivo “pubblico” in un’accezione più anglossassone che europea, nel senso cioè di servizi messi a disposizione gratuita dei cittadini, degli studenti universitari, degli studiosi indipendentemente dal fatto che a gestire il servizio siano lo Stato e gli enti locali (come in genere accade in Italia) o organizzazioni economiche private profit e non-profit (come accade ad esempio negli USA alla New York Public Library, ad Harvard, con Wikipedia o Internet Archive).

Delle grande piattaforme digitali, Monti cita Google e Amazon e quindi mi soffermerò brevemente sulla prima in questa sezione e su Amazon nella successiva. Nessuna delle due offre servizi in grado di competere con l’ambito bibliotecario internazionale.

Tra il 2002 e il 2004 viene concepito/lanciato il Google Books Project, in partnership con alcune delle più importanti biblioteche del mondo. Sin dall’inizio si è dunque trattato di un progetto realizzato in cooperazione con le biblioteche (anche in Italia Google ha cooperato con le nostre due biblioteche nazionali). Dopo una serie interminabile di cause legali (intentate a partire dal 2005), il GBP ha iniziato un trend in discesa che ha portato James Somers, su The Atlantic, a scrivere:

It was strange to me, the idea that somewhere at Google there is a database containing 25-million books and nobody is allowed to read them. It’s like that scene at the end of the first Indiana Jones movie where they put the Ark of the Covenant back on a shelf somewhere, lost in the chaos of a vast warehouse. It’s there. The books are there. People have been trying to build a library like this for ages — to do so, they’ve said, would be to erect one of the great humanitarian artifacts of all time — and here we’ve done the work to make it real and we were about to give it to the world and now, instead, it’s 50 or 60 petabytes on disk, and the only people who can see it are half a dozen engineers on the project who happen to have access because they’re the ones responsible for locking it up.
(https://www.theatlantic.com/technology/archive/2017/04/the-tragedy-of-google-books/523320/)

Più recentemente (febbraio 2019), Ben Schmidt così scriveva del servizio Google Book Search:

I periodically write about Google Books here, so I thought I’d point out something that I’ve noticed recently that should be concerning to anyone accustomed to treating it as the largest collection of books: it appears that when you use a year constraint on book search, the search index has dramatically constricted to the point of being, essentially, broken.
(http://sappingattention.blogspot.com/2019/02/how-badly-is-google-books-search-broken.html)

Si tratta di soli due esempi (ma la bibliografia potrebbe essere sterminata) per dire che l’idea di Google Books come la “nuova Biblioteca di Alessandria” che avrebbe reso obsoleto il sistema bibliotecario mondiale era un mito in cui si poteva credere fino al 2011 e già allora a patto di non aver letto gli innumerevoli interventi di Robert Darnton sull’argomento che mostravano la necessità di superare l’esperienza di Google attraverso iniziative pubbliche come Europeana, Digital Public Library of America e tantissime altre che nel frattempo sono emerse. Possiamo dire senza essere offensivi che le posizioni di Monti sono oggi semplicemente insostenibili? Rileggiamolo e meditiamo:

(…) il nostro sistema bibliotecario non era (e non è) pronto alle sfide che questa evoluzione vorticosa presentava.
In questo contesto, certo non basta “digitalizzare” le opere presenti in biblioteca. A voler esser più precisi, non solo non basta, ma forse non ha nemmeno senso. Non è più quello il campo su cui le biblioteche pubbliche devono affermarsi. Google nel frattempo ha digitalizzato il mondo (Maps), la conoscenza scientifica (Scholar) la narrativa (Books) (…)
(https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/politica-e-pubblica-amministrazione/2019/08/futuro-biblioteche-editoriale-stefano-monti/)

La cosa piuttosto sconcertante di chi scrive che “Google ha digitalizzato tutta la narrativa” (sic) pretendendo di intuire il futuro delle biblioteche nel 2019 è che viene totalmente ignorato un intero ambito industriale (specifico del settore bibliotecario!) che ha di gran lunga preceduto il progetto Google Books. In pratica, Monti identifica l’evoluzione del mercato digitale con il settore retail (Facebook, Amazon, ecc.) ma ignora totalmente l’esistenza di un mercato digitale bibliotecario che nella traiettoria temporale del sostanziale fallimento di Google Books è invece cresciuto e domina oggi di gran lunga il settore. Limitandoci alle imprese del settore dei contenuti digitali, sto parlando di operatori come Overdrive, Ebsco, ProQuest, Library Ideas, Recorded Books, Pressreader e le decine e decine di aziende nazionali e multinazionali che oggi occupano il settore.

Il caso di Overdrive è significativo. Ovedrive ha cominciato a offrire ebook alle biblioteche pubbliche nel 2002, sette (7) anni prima che venisse lanciato nel mondo il servizio Kindle di Amazon. Nel 2018, Ovedrive ha raggiunto i 225 milioni di prestiti digitali nelle public library di lingua inglese e ha iniziato una collaborazione con Google (!!!) per rendere più facilmente reperibili gli ebook offerti dalle biblioteche pubbliche americane. Come si vede chiaramente la situazione è ben diversa da quanto delineato da Monti.

Qualcuno (troppo velocemente) potrebbe obiettare: ma Overdrive non è il sistema bibliotecario, Overdrive è una società privata! Questa obiezione è tanto sensata quanto obiettare che la nuova biblioteca Oodi non è stata realizzata dai bibliotecari, ma dallo studio privato ALA Architects.

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Oodi (Helsinki)

Altro punto. E’ piuttosto difficile immaginare una capacità di riformare le competenze dei bibliotecari al punto da trasformarli negli attori chiave per sviluppare una cittadinanza digitale attiva senza che la digitalizzazione (in tutte le sue dimensioni) sia stata anzitutto implementata, gestita, concettualizzata e sperimentata in biblioteca. Oggi il problema non è l’eccessiva digitalizzazione ma il fatto che sono troppi i bibliotecari che non hanno ancora mai aperto un ebook in formato epub su un device mobile. Faccio davvero fatica a capire come si possa sostenere una non centralità della digitalizzazione in un simile contesto.

Prima di abbandonare Stefano Monti e passare alla pars construens di questo pezzo conviene quindi ricordare alcuni basics per descrivere la struttura del mercato bibliotecario.

Da un certo punto di vista, infatti, non esistono “le biblioteche” come entità indipendenti ma esistono le biblioteche come un vero e proprio network economico e funzionale caratterizzato da una struttura interna e dalle interrelazioni con un sistema di amministrazioni, aziende e organizzazioni che svolgono una molteplicità di ruoli specifici e necessari al funzionamento delle biblioteche stesse.

Quando si parla di “pubblico” e “privato” in rapporto alle biblioteche bisogna dunque stare molto attenti a non confondere concetti e piani diversi. Amazon e le Librerie Feltrinelli sono “diverse” dalle biblioteche non perché le biblioteche non siano librerie (ovviamente non lo sono e sarebbe piuttosto strano immaginare che possano esserlo) ma perché le biblioteche usano (in generale) librerie diverse, le cosiddette librerie “commissionarie” specificamente progettate per interagire con il settore bibliotecario, per acquisire i libri e i libri sono oggetti essenziali sia nel retail delle librerie sia per i servizi di prestito e lettura on site delle biblioteche. Librerie e biblioteche sono entrambe parte della filiera della lettura (una sorta di macrosettore economico del mondo del libro) ma queste ultime interagiscono (specie in digitale) con un sotto-insieme delle prime.

Una immagine (ultra-semplificata) del mercato bibliotecario (o se preferite, della filiera della lettura dal punto di vista delle biblioteche) potrebbe essere così schematizzata. Invito tutti a suggerirmi modi di completare/correggere questo schema.

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Il network del mercato bibliotecario

Il punto 6 dell’argomentazione di Monti lo lascio da parte perché non mi è chiarissimo. Mi limito a dire che la questione della “personalità giuridica” di biblioteche e sistemi bibliotecari andrebbe forse pensata in rapporto a un’immagine più complessa che passi dalle biblioteche alla filiera delle biblioteche nel suo complesso. Aggiungerei anche che l’idea di rinnovare il sistema bibliotecario italiano “senza gravare sulla spesa pubblica” (dunque con investimenti privati) è fortemente discutibile. Non posso aprire qui un nuovo ambito di discussione ma dichiaro la mia preferenza verso modelli di innovazione dei servizi pubblici come quelli analizzati da Mariana Mazzucato: se passa l’idea che l’innovazione bibliotecaria gravi sulla spesa pubblica invece che essere un investimento essenziale per l’innovazione del nostro sistema culturale pubblico, se passa un’idea simile la battaglia a favore delle biblioteche pubbliche è già persa in partenza.

John Palfrey, molto meglio di quanto io non possa fare qui, ha sostenuto questa tesi in Bibliotech:

(…) l’investimento pubblico e privato nel sistema bibliotecario alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo fu un evento straordinariamente positivo per la democrazia e la crescita economica americana. Furono investimenti che ebbero successo in base alla promessa che ogni singolo individuo sarebbe stato in grado di perseguire i propri veri interessi in una società aperta e libera. Scaffali di libri che erano stati chiusi, come anche il grande Melvil Dewey ritenne utilefare nel 1877, tornarono aperti a tutti i cittadini. Il sistema delle biblioteche pubbliche non si sarebbe formato in una proporzione tanto ampia senza la generosità di chi credeva in questo ideale e si rese disponibile a mettere di tasca propria i capitali iniziali. Questi doni immensi vennero elargiti con vincoli che si rivelarono molto efficaci. Ad esempio, le città che avessero accettato i doni di Carnegie dovevano impegnarsi ad autotassarsi del 10% della somma inizialmente donata per le spese dimanutenzione dell’edificio, i libri e gli stipendi del personale.

È il momento giusto per un nuovo investimento di questo tipo e di tale portata. Le biblioteche che sono state costruite unsecolo fa furono progettate per un ambiente informativo diverso. Oggi esse necessitano dell’immissione di nuovo capitale per sostenere l’innovazione, lo sviluppo di una piattaforma digitale comune, la formazione e l’aggiornamento del personale e la creazione di sistemi di distribuzione digitale che potranno funzionare a vantaggio di tutta la società. Se in tempi rapidi non riusciamo a mettere in circolo nuovo capitale per le biblioteche di pubblica lettura, in modo che superino questa difficile transizione, ne verrà danneggiata la nostra democrazia. Come ha detto Walter Cronkite, “quale che sia il costo delle nostre biblioteche, il prezzo è sempre più basso rispetto a quello di una nazione ignorante”.
(John Palfrey, Bibliotech, Editrice Bibliografica, 2016, pp. 222–3)

4. Le quattro macro-dimensioni della digitalizzazione in biblioteca

Il bias più tipico nei discorsi sulla digitalizzazione consiste secondo me nel focalizzare un singolo significato del termine (senza definirlo adeguatamente). Ciò porta allo sviluppo di posizioni per forza di cosa limitate prospetticamente che rinunciano a un’immagine complessa e comprensiva del tema.

Per ovviare al problema propongo di usare un modello della digitalizzazione bibliotecaria basato sui seguenti assi principali:

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Le quattro dimensioni della digitalizzazione delle biblioteche

Per ognuna di queste macro-aree proverò a indicare i principali ambiti di sviluppo in progress e in particolare quelli che reputo essere decisivi per il rilancio e il rinnovamento delle biblioteche. Mi concentrerò soprattutto sulla to-do list e molto meno su quanto è stato già realizzato, proprio per mostrare che esiste una dimensione specifica della digitalizzazione bibliotecaria orientata al futuro da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’istituzione.

4.1. Contenuti Digitali

La distribuzione dei contenuti digitali per le biblioteche segue — come è ormai universalmente noto — regole del tutto diverse dal retail standard. Sotto l’etichetta di “prestito digitale” (e-lending) si usa far confluire l’insieme delle modalità di licenza che regola il modo in cui editoria, distribuzione e biblioteche si sono accordate per “tradurre” in operazioni bibliotecarie una modalità di accesso a contenuti (ebook, audiolibri, periodici digitali, musica, film, ecc. ecc.) originariamente pensati per il retail e non per un mercato istituzionale (B2B) come quello bibliotecario. E’ inoltre noto che mentre il prestito di libri cartacei è regolato dalla legge sul diritto d’autore sotto forma di “eccezioni” alle leggi correnti, la distribuzione di contenuti digitali richiede obbligatoriamente accordi diretti tra biblioteche e sistema editoriale.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe immaginare, non esiste affatto un parallelo chiaro tra accesso retail e accesso bibliotecario e non è affatto vero che il servizio bibliotecario sia di default inferiore al servizio retail.

D’altra parte il campo dei contenuti digitali commerciali correnti non copre assolutamente il campo d’azione delle biblioteche un cui sotto-insieme è anche depositario di un patrimonio storico-documentale di oggetti spesso unici o comunque molto rari (libri antichi, manoscritti, archivi, ecc.) per il quale il lavoro di digitalizzazione già realizzato copre una parte minima del totale e che tutti gli specialisti ritengono essere solo all’inizio di un nuovo trend di sviluppo.

Mi limito qui a soli 4 esempi di servizi digitali che solo le biblioteche hanno e che solo le biblioteche possono offrire ai propri utenti.

esempio 1: i periodici digitali

Contrariamente a quanto si immagina le biblioteche (sia quelle pubbliche, sia quelle di conservazione, sia quelle accademiche) hanno sviluppato portali di accesso ai periodici digitali che non paragonabili ai servizi retail per l’utente singolo, come la stessa stampa italiana riconosce.

Per le biblioteche pubbliche, ad esempio, sono nati servizi B2B specifici (in Italia, ad esempio MLOL offre un servizio simile in partnership con i canadesi di Pressreader e con gli editori delle più importanti testate giornalistiche italiane) che aggregano licenze di accesso a migliaia di periodici acquistate dalle biblioteche e che generano un front-end gratuito per gli utenti finali. Sul mercato retail non esiste uno “Spotify” dei quotidiani online comparabile per completezza a quello disponibile in biblioteca. Su MLOL ad esempio (e mi scuso se cito un esempio aziendale personale ma è l’unico che conosco sull’argomento) gli utenti possono accedere a oltre 7.150+ quotidiani/periodici da 90 paesi in 40 lingue (incluse 170+ testate italiane).

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Su MLOL vengono distribuiti 7.000+ periodici commerciali e 32.000 testate storiche digitalizzate

esempio 2: il “prestito” degli ebook

Prestare ebook significa proteggere gli ebook con un DRM a tempo e gestirne la distribuzione all’utenza registrata. Questo genere di servizi esiste dal 2002 (!) nel mercato bibliotecario americano (in quello europeo solo dal 2011) ed è ancora assolutamente dominato dagli operatori del settore bibliotecario. Servizi di prestito in ambito retail (come Kindle Unlimited di Amazon) sono servizi con collezioni di contenuti estremamente limitate rispetto a quanto disponibile in biblioteca. I servizi retail di e-lending hanno infatti cataloghi puramente esemplificativi della produzione editoriale corrente degli editori più importanti (che in genere non partecipano ai progetti di e-lending al dettaglio) mentre sono in gran parte veicoli distributivi del self-publishing. Ecco quindi un secondo ambito — quello del prestito dei documenti (contrapposto alla vendita al dettaglio) — nel quale le biblioteche vincono in modo netto sul mercato retail.

In alcune specifiche tipologie di biblioteche (biblioteche scolastiche, biblioteche di piccoli comuni) il prestito di ebook (in particolare l’interprestito digitale) porta con sé un effetto piuttosto decisivo per promuovere e rinnovare queste istituzioni: il fatto che biblioteche piccolissime, con pochi utenti e budget ridotto o biblioteche periferiche possano accedere esattamente alla medesima quantità di risorse disponibile nelle biblioteche centro-rete più grandi.

esempio 3: la digitalizzazione (massiva) del materiale storico

Se pensate che il progetto di mass digitization di Google rifletta lo stato dell’arte del settore, siete fuori strada e vi converrà fare un giro sul sito dell’International Image Interoperability Framework (IIIF che si pronuncia “triple-i-f”) per capire cosa stanno facendo istituzioni come la Bayerische Staatsbibliothek, la Bibliothèque nationale de France, la British Library e il British Museum, la Harvard University, Internet Archive, Europeana, la Biblioteca Vaticana (in Italia la sola Biblioteca Estense di Modena ha in corso un progetto estensivo basato su architetture IIIF) e decine di altre istituzioni culturali di eccellenza nel mondo.

IIIF è un framework API che rivoluziona l’interoperabilità dei repository di immagini sul web. Tra i vantaggi di IIIF (rispetto alle tradizionali forme di restituzione web):

- Fast, rich, zoom and pan delivery of images

- Manipulation of size, scale, region of interest, rotation, quality and format.

- Annotation — IIIF has native compatibility with the W3C annotation working group’s Web Annotation Data Model, which supports annotating content on the Web. Users can comment on, transcribe, and draw on image-based resources using the Web’s inherent architecture.

- Assemble and use image-based resources from across the Web, regardless of source. Compare pages, build an exhibit, or view a virtual collection of items served from different sites.

- Cite and Share — IIIF APIs provide motivation for persistence, providing portable views of images and/or regions of images. Cite an image with confidence in stable image URIs, or share it for reference by others–or yourself in a different environment.
(https://iiif.io/community/faq/)

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Un viewer IIIF che permette di confrontare e annotare manoscritti

Lo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle biblioteche di conservazione va oggi ben oltre i limiti di quanto si immaginava fosse da realizzare 20 anni fa. Per questa tipologia di biblioteche si tratta di un vero e proprio processo di innovazione organizzativa e di una strategia destinata a cambiare la modalità di fruizione del patrimonio documentale a livello locale e globale.

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Lo schema del progetto di digitalizzazione in corso alla Biblioteca Estense di Modena

Queste tecnologie offrono senz’altro strumenti nuovi e ottimizzanti per specialisti di manoscritti e documenti antichi (si veda ad esempio lo straordinario progetto “The Archaeology of Reading” in cui gli strumenti IIIF hanno ruolo essenziale e hanno determinato una vera e propria nuova metodologia di lavoro) ma la loro utilità va molto oltre l’orizzonte delle comunità accademiche poiché consentono (a chiunque: insegnanti, studenti, curiosi) di sviluppare forme nuove di storytelling basate su documenti ad altissima definizione, ovunque essi siano conservati.

Il seguente esempio (cliccate qui per seguire la sequenza) è una narrazione costruita a partire da un’immagine IIIF di un dipinto di Holbein (“Gli ambasciatori”). Ciò che è importante cogliere è che lo sviluppo di simili applicazioni di storytelling non richiede la disponibilità in proprio, per così dire, dell’immagine ad alta definizione del dipinto. Se tale immagine è pubblicata su architetture IIIF, chiunque sul web potrebbe sviluppare app e servizi simili su qualunque contenuto disponibile in tale forma.

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Clicca qui per vedere l’esplorazione dell’immagine (segui le frecce nel campo testuale)

Se il progetto Google Books ha esaurito la sua “spinta propulsiva”, non per questo è concluso il progetto di più ampio respiro e significato di una digitalizzazione massiva (mass digitization) dei contenuti delle biblioteche, degli archivi storici e di tutte le fonti storiche multimediali (ivi inclusi documenti e archivi che percorrono la storia del cinema, della radio, della televisione e di altri “nuovi” media non scritti emersi tra XIX e XX secolo).

Certamente manca ancora una politica di lungo termine su questi temi nel nostro paese senza contare la necessità di occuparsi di come utilizzare al meglio i milioni di fogli digitalizzati con denaro pubblico già realizzati in passato nei progetti di digitalizzazione (per quanto frammentati e limitati) sinora realizzati. Come emerge sempre più nei nuovi progetti di digitalizzazione presso grandi istituzioni di conservazione come la Biblioteca Estense di Modena, il problema di programmare nuove digitalizzazioni è almeno tanto urgente quanto occuparsi di gestire le digitalizzazioni pregresse.

Come ha scritto di recente Nanna Bonde Thylsrup:

the notion of mass digitization has shifted from a professional concept to a cultural political phenomenon. If the former denotes a technical way of duplicating analog material in digi- tal form, mass digitization as a cultural practice is a much more complex apparatus. On the one hand, it offers the simple promise of heightened public and private access to — and better preservation of — the past; one the other, it raises significant political questions about ethics, politics, power, and care in the digital sphere.
(Nanna Bonde Thylsrup, The Politics of Mass Digitization, The MIT Press, 2018, p. 133).

esempio 4: metadati

Uno dei “contenuti” (degli asset, dei possedimenti, se volete) delle biblioteche sono i metadati, in generale prodotti dalle biblioteche stesse attraverso procedure complesse di cooperazione tra istituti diversi (SBN è in Italia il principale servizio di catalogazione e distribuzione cooperativa dei metadati).

Gli schemi di metadati evolvono e la migrazione dei metadati bibliotecari verso i nuovi schemi è essenzialmente un modo per proteggerne la scomparsa per obsolescenza. La migrazione verso i Linked Open Data (LOD) è oggi considerata un passaggio decisivo per consentire una migliore interoperabilità semantica dei metadati bibliotecari sul web:

While traditional library metadata is based on a proprietary, document based model, linked data uses a dynamic data based model based on linking simple three part RDF statements ( ‘triples’) describing resources (e.g. books, persons, corporate bodies, places, etc.). The subject and the predicate of the triple statement must be URIs but the object can be either a literal value or a URI. More recently RDF 1.1 has also introduced the IRI.

A move to linked data therefore is one from self-contained ‘document style’ bibliographic records describing published resources to one in which simple statements about resource (e.g. [This book] [has the author] [Charles Dickens]) are created with ‘records’ flexibly assembled from selected statements as required by linking those statements sharing common properties.

Linked Open Data services are based on the use of large scale sets of RDF triple statements (‘triple stores’) which can be queried using the SPARQL standard and made accessible via a linked data API. Results can be delivered in a number of formats (e.g. JSON, Turtle or RDF).
(IFLA, Best Practice for National Bibliographic Agencies in a Digital Age

In Italia, ad esempio, Giovanni Bergamin, Cristian Bacchi, Chiara Storti, Andrea Zanni e altri ragionano da anni su questo tema anche nella prospettiva di una cooperazione con il mondo “wiki” e di una migrazione dei dati UNIMARC di SBN in Wikidata.

esempio 5: biblioteche scolastiche digitali

Qualche anno fa il MIUR, nell’ambito del Piano Nazionale Scuola Digitale, ha lanciato un bando per lo sviluppo di “biblioteche scolastiche innovative” che cominciassero a confrontarsi con l’e-lending e con la distribuzione di contenuti digitali. Il punto di partenza — rilevato in uno studio dell’AIE e dell’AIB del 2016 — era quello di un tessuto di biblioteche con collezioni microscopiche e totalmente prive (statisticamente) di rappresentatività rispetto alle novità editoriali pubblicate. Biblioteche cioè nelle quali le probabilità — per un insegnante o per uno studente — di trovare una novità adocchiata in libreria sono vicine allo zero.

Il ruolo delle biblioteche digitali in una situazione del genere è chiarissimo. La sperimentazione del servizio “MLOL Scuola” — ad esempio — ha consentito (attraverso un meccanismo di prestito interbibliotecario con le biblioteche pubbliche connesse e attraverso licenze concesse dagli editori) di predisporre una collezione di circa 60.000 ebook (comprese decine di migliaia di novità editoriali) cui le scuole possono accedere con risorse economiche modestissime anche associandosi con le biblioteche civiche e le reti bibliotecarie locali.

Per chi abbia una vaga idea del “buco nero” delle biblioteche scolastiche italiane (era questo il titolo di un il precedente rapporto AIE del 2011, rispetto al quale i dati 2015 risultano peggiorati…), è del tutto evidente che il digitale rappresenta l’unica opportunità pragmaticamente realistica di fornire la scuola italiana con collezioni editoriali rappresentative delle novità pubblicate e comparabili a quelle di una grande biblioteca pubblica o di una buona libreria. Ecco quindi un altro esempio nel quale la digitalizzazione ha un ruolo decisivo (ed esclusivo direi) per il rilancio di un intera categoria di biblioteche nel nostro paese.

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La biblioteca dell’IC3 di Modena dove studenti e insegnanti prendono a prestito ebook e periodici digitali

Questa brevissima rassegna sui contenuti digitali serve solo a ricordare che le biblioteche svolgono un ruolo specifico e spesso unico, non sussidiario o derivato rispetto al retail, nel mercato digitale: tanto come supplier di documenti digitalizzati antichi e di metadati, tanto come buyer B2B di documenti digitali commerciali con specifiche modalità di licenza. Inoltre, tanto sul piano delle collezioni correnti che sul piano della digitalizzazione del materiale storico, gran parte del lavoro è ancora da fare. Fermarsi non parrebbe molto strategico.

4.2. Procedure

La discussione sui contenuti digitali è la parte (solo apparentemente) più ovvia o almeno visibile del nostro tema. Le biblioteche tuttavia sono anzitutto organizzazioni e nelle organizzazioni sono le procedure operative e decisionali a svolgere un ruolo decisivo.

Se pensiamo al settore della PA nel suo complesso, sarebbe piuttosto paradossale dover ancora perorare nel 2019 la causa della digitalizzazione come fattore decisivo di innovazione e rilancio della relazione tra amministrazioni e cittadini.

Le biblioteche hanno subito un processo graduale di informatizzazione e digitalizzazione e oggi non partono per nulla da zero. Nel primo numero di “Notizie AIB” (1955), l’editoriale collega in modo nettissimo la disponibilità dei nuovi “modernissimi mezzi meccanici ed elettronici di riproduzione e di trasmissione di un testo” al tema della normalizzazione bibliografica, della cooperazione, in senso più esteso all’obiettivo di un’ “immensa biblioteca ideale”.

Cooperare e normalizzare è dunque indispensabile al bibliotecario moderno, della piccola e della grande biblioteca, generale o speciale. Solo la cooperazione e la normalizzazione, infine, permettono al bibliotecario di perfezionarsi come tecnico.

Bisognerà tendere sempre più a fare di tutte le pubbliche collezioni di libri, almeno dello stesso paese, un perfetto sistema di vasi intercomunicanti, quasi tante sezioni collegate di un’immensa biblioteca ideale. A qualunque di esse, piccola o grande, un lettore si diriga, egli deve potere, nel modo più economico e rapido possibile, attingere a tutte le altre.

I modernissimi mezzi meccanici ed elettronici di riproduzione e di trasmissione di un testo, destinati a estendersi dovunque nel campo delle biblioteche, saranno i principali strumenti che creeranno il perfetto sistema di domani; ma l’adozione di essi dovrà essere preceduta e sollecitata dalla conoscenza dei singoli concreti problemi, oggetto di cooperazione e di normalizzazione.
(Notizie AIB, n. 1, 1955, p. 5–6, https://riviste.aib.it/index.php/notizieaib/article/view/11475/10684)

La situazione non è omogenea in tutto il paese ma possiamo dire che nelle realtà italiane più avanzate le seguenti aree procedurali delle biblioteche sono già state digitalizzate da tempo e spesso gli strumenti digitali sono condivisi in reti cooperative estese:

  • acquisizione di documenti analogici e digitali
  • catalogazione (reti locali, SBN, OCLC, ecc.)
  • movimentazione
  • logistica
  • ricerca (OPAC, metaOPAC)
  • cooperazione e prestito interbibliotecario (analogico e digitale)

Se consideriamo tutte le tipologie di biblioteche come un insieme unico (v. lo schema sopra, al termine della sezione 3), si coglie allora come attorno a queste funzioni giri un sistema di organizzazioni (non solo private e imprenditoriali) molto articolato, fatto di distribuzione libraria e librerie commissionarie, di distributori digitali e aggregatori di contenuti, di software house italiane e internazionali che sviluppano software gestionali e motori di ricerca specifici per le biblioteche, di organizzazioni che gestiscono la logistica e la movimentazione locale e interbibliotecaria, di organizzazioni (locali, provinciali, regionali, nazionali) che attuano a diversi livelli azioni cooperative, di sistemi telematici (regionali o nazionali) per il provisioning, di fornitori hardware che consentono la digitalizzazione di funzioni come l’auto-prestito e sistemi di controllo basati su RFID, ecc.

Tutte queste funzioni vengono oggi prevalentemente svolte attraverso strumenti digitali e di rete, questo è un dato ormai scontato. E tuttavia — questo è l’elemento che vorrei sottolineare con forza — il livello di integrazione e interoperabilità tra tutti questi strumenti digitali oggi è estremamente basso e certamente non sufficiente.

Ecco due esempi:

  • i sistemi gestionali per la ricerca, consultazione, prestito, prenotazione, accesso, catalogazione, acquisto, ecc. relativi ai documenti analogici sono indipendenti dai loro equivalenti per il mondo digitale: ciò produce non solo una asimmetria di user experience per l’utente (che deve spesso muoversi entro ambiti differenti per accedere alle due tipologie di documenti) ma anche una impossibilità di progettare e fornire in modo unitario il servizio. Mi limito qui a un esempio molto semplice e banale. Se un utente prenota un titolo cartaceo al momento non disponibile, ciò pone il problema di comunicare al medesimo utente lo status del titolo nella sua variante digitale e le opportunità di interprestito esistenti. Ovviamente anche il percorso inverso (dal digitale all’analogico) deve essere possibile. Esempi (e quindi integrazioni) simili potrebbero essere centinaia e in pratica tutta l’area dei servizi all’utente dovrebbe offrire una biforcazione con una buona interfaccia per gestire gli analoghi (digitali o analogici) di ciò che si sta cercando in un certo formato.
  • l’acquisto di contenuti analogici e digitali avviene oggi su sistemi di e-commerce totalmente indipendenti. L’integrazione di questi mondi consentirebbe un’ottimizzazione radicale degli investimenti e lo sviluppo di procedure unitarie (e semi-automatiche) di approval planning come quelle recentemente descritte benissimo da Sara Dinotola. Non è per nulla banale lo sviluppo di integrazioni simili e non si tratta solo di complessità analitica delle applicazioni da sviluppare ma di sistematizzare proceduralmente (proprio grazie alle opportunità di integrazione digitale tra ambiti distinti) aree di lavoro bibliotecario oggi lasciati alla valutazione soggettiva degli operatori.

Questi esempi di integrazione non sono solo “migliorie” possibili a qualcosa che è già in essere. Si tratta invece di operazioni che solo se realizzate possono garantire — nel tempo — l’equivalenza dei servizi bibliotecari su documenti analogici e digitali. Il punto non è — come sembrano credere Monti e tanti altri — se le biblioteche possano o non possano competere con il mercato per offrire ebook (o altri contenuti digitali) ai propri utenti. E’ il mercato infatti a fornire tali contenuti alle biblioteche (editori, distributori, aggregatori, ecc.) esattamente come è avvenuto storicamente nel caso dei libri fisici! Il problema è invece se il sistema bibliotecario riesca a riprodurre le sue proprie procedure organizzative su questi contenuti e come. Non si tratta quindi di un problema di capacità di competizione ma di capacità di adattamento.

C’è tuttavia anche un’altra area di procedure bibliotecarie — del tutto specifiche delle biblioteche e tendenzialmente irrilevanti sul mercato — che sono di nuovo adattamenti all’ecosistema digitale contemporaneo che implicano però trasformazioni decisive rispetto al passato.

Ecco tre esempi:

  • crowdsourcing: gli esperti di documenti specifici e i documenti stessi non sono (come è ovvio) necessariamente sovrapposti in termini di collocazione geografica, non si trovano nello stesso luogo: gli studiosi di manoscritti medievali ebraici conservati a Modena potrebbero, ad esempio, lavorare a Oxford o a Princeton. Le biblioteche digitali sono le piattaforme adatte per risolvere tale asimmetria fornendo ai propri utenti profili di servizio (dalla semplice annotazione di un documento alla sua trascrizione, traduzione, catalogazione, ecc.) pubblici e/o gestiti per raccogliere contributi tecnici in crowdsourcing via web. Oggi questo genere di applicazioni costituiscono un ambito di ricerca e sperimentazione molto significativo e di nuovo la sua rilevanza è tanto accademica che pubblica in genere (uno studio recente di Mathieu Andro può fare da introduzione al tema)
  • long term digital preservation: i contenuti digitali pongono problemi inediti agli istituti di conservazione sui quali si discute da almeno tre decenni e che costituiscono ormai un vero e proprio settore applicativo e di ricerca. Una delle più importanti biblioteche digitali al mondo, Hathi Trust, gestisce ad esempio una politica formalizzata di conservazione digitale a lungo termine. Curando una raccolta di saggi sul tema nel lontano 2003, mai avrei immaginato che oltre 16 anni dopo saremmo stati ancora (in Italia) in una situazione in progress sostanzialmente da normalizzare quanto alle strategie, alla suddivisione di compiti e responsabilità tra le istituzioni bibliotecarie di conservazione più importanti. In ogni caso, questo è un ambito procedurale decisivo per fare in modo che nel tempo le biblioteche consentano di mantenere l’accesso a risorse digitali del passato viceversa destinate all’obsolescenza e all’oblio radicale.
  • deposito legale digitale: connesso al tema precedente (un suo sottoinsieme in realtà), il deposito legale dei libri e delle pubblicazioni a stampa è normato da leggi sin dall’unità d’Italia. Lo sviluppo di un equivalente digitale di tale servizio è la precondizione (anche per ragioni economiche e logistiche) perché le biblioteche italiane rimangano — nel tempo — il deposito di tutto quanto viene pubblicato nel nostro paese, un compito che nessun altra istituzione potrebbe svolgere e il cui sviluppo è strategicamente cruciale per mantenere le biblioteche in una posizione centrale per la preservazione e il monitoraggio della filiera della lettura nel nostro paese. Al momento la normativa sul tema è in via di evoluzione e la situazione è ferma a una sperimentazione realizzata da alcune biblioteche nazionali italiane e descritta in un articolo del 2014 da Giovanni Bergamin e Maurizio Messina. Si veda questo documento della Library of Congress per uno stato dell’arte del problema bel mondo.

Non serve specificare che non mi occupo qui in alcun modo del “come” tutti i vari punti toccati possano essere affrontati. La mia è semplicemente una rassegna che punta a offrire un’immagine complessiva del tema della digitalizzazione bibliotecaria.

4.3. Dati

La terza dimensione della digitalizzazione bibliotecaria è probabilmente quella più centrale oggi e quella su cui si è lavorato di meno (nonostante i lavori pionieristici in Italia di Chiara Faggiolani e altri). Al di là delle mode terminologiche, il tema dei big data è oggi decisivo perché designa un intero ambito di applicazioni e servizi basati su una conoscenza e un monitoraggio sistematico delle azioni che gli utenti svolgono in biblioteca. Se queste azioni lasciano tracce digitali (legalmente acquisite dal punto di vista della privacy) e se si fa in modo che tali tracce vengano generate e registrate per tutte le tipologie di comportamenti degli utenti che riteniamo rilevanti, ciò apre la possibilità di sviluppare una generazione totalmente nuova di servizi in biblioteca.

Nel gergo del marketing digitale, i big data sono i correlati di ogni servizio di personalizzazione e come è del tutto chiaro sin dalle origini del web, un’implicazione diretta della comunicazione via Internet è quella di consentire una “personalizzazione di massa”, cioè di sviluppare servizi standard e al tempo stesso totalmente individualizzati per l’utente: i social network, i sistemi di home banking, i siti di dating, le principali piattaforme di e-commerce, i servizi digitali “dispositivi” della PA, sono altrettanti esempi di applicazioni basati sulla “personalizzazione di massa” e sull’elaborazione sistematica (spesso in tempo reale) di dati relativi ai comportamenti degli utenti all’interno del medesimo servizio che si eroga.

Anche per questa dimensione della digitalizzazione mi limiterò a pochi esempi che di nuovo mostreranno, spero, come non si tratti per le biblioteche di competere con modelli e tendenze tipiche del settore privato ma semplicemente di sviluppare per sé, in modo adeguato e specifico a questo tipo di istituzioni e alle singole tipologie di biblioteche, servizi che sono semplicemente costitutivi del modo in cui oggi funziona la comunicazione sui media digitali.

Ma quali sono i dati relativi agli utenti che le biblioteche posseggono? Ecco qualche esempio:

  • dati anagrafici (età, location, sesso, area di attività, etc.)
  • dati sui prestiti analogici e digitali (serie storiche) filtrabili per tutte le dimensioni dei record bibliografici: in pratica si tratta dell’incrocio tra dati dell’utente e metadati bibliografici
  • nei sistemi basati su login: ricerche, schede e pagine consultate, dati contestuali delle transazioni (data, orario, device di accesso, ecc.)
  • accessi in biblioteca (se monitorati, oppure deducibili per difetto dai dati sui prestiti analogici)
  • relazioni con il CRM (a sua volta filtrabili per problematiche)
  • uso di servizi digitali on site (wifi, postazioni informatiche, ecc.)
  • partecipazione a eventi con registrazione

Ecco di seguito alcune aree di sviluppo che a partire da tali dati le biblioteche potrebbero perseguire.

Raccomandazioni

Le raccomandazioni personalizzate basate su algoritmi di machine learning sono ormai uno standard nei sistemi di ricerca e nell’e-commerce, cose entrambe rilevanti per le biblioteche che offrono servizi di ricerca agli utenti e acquistano libri attraverso piattaforme di e-commerce dedicate. In genere si ritiene (sbagliando) che tali sistemi siano propri dei soli sistemi commerciali e che le raccomandazioni di acquisto siano poco più che semplice pubblicità. Le raccomandazioni — al contrario — sono un sistema di ottimizzazione che è totalmente indipendente dall’obiettivo che si vuole perseguire.

Le raccomandazioni agli utenti nei sistemi di ricerca possono essere realizzate con un’infinità di algoritmi e tecniche diversi a seconda dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Se in ambito privato le raccomandazioni possono ovviamente avere obiettivi di ottimizzazione commerciale (valorizzare il magazzino, valorizzare editori specifici, promuovere titoli specifici, ecc.), in una biblioteca pubblica l’ottimizzazione può essere commercialmente neutra e rivolgersi — molto banalmente — a migliorare la visibilità del catalogo dal punto di vista degli interessi (e della storia individuale di consultazioni) del singolo utente. Da un certo punto di vista un sistema di raccomandazione è un generatore automatico di scaffali personalizzati sul singolo utente e sulla singola ricerca di contenuti che sta facendo.

Sistemi simili non si sono mai affermati nel sistema bibliotecario italiano sebbene lo schema sia già noto da tempo e ne fornisse già un esempio ante litteram Franco Perini nel 1994. Più recentemente, nel 2016 — alla Sormani, a Milano — ho organizzato un seminario su questi temi: i materiali sono ancora disponibili online e possono fornire ancora qualche spunto su questi argomenti.

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Sperimentazione di raccomandazioni di ebook su MLOL, filtrabili per argomento e per disponibilità al prestito

Statistiche sulla lettura

Le biblioteche misurano le proprie performance attraverso indicatori di vario genere che tuttavia in Italia non hanno una tradizione di rilevazione omogenea e costante in tutte le realtà regionali e locali.

L’ISTAT e istituti di ricerca privati pubblicano annualmente statistiche e indagini sullo stato e le caratteristiche della lettura in Italia basate su analisi campionarie (nel caso di ISTAT il campione è costituito da 28.000 famiglie). Su alcuni parametri l’ISTAT ha inoltre proposto, per la prima volta nel 2018) una indagine censuaria annuale dedicata alle biblioteche che potrà sicuramente aiutare a normalizzare alcuni dati nei prossimi anni.

Sebbene, come è noto, le biblioteche siano frequentate in Italia solo dal 10–15% della popolazione (anche se questo è un dato relativo alle pubbliche e la faccenda diventa più complicata se aggiungiamo accademiche e scolastiche), i dati bibliotecari hanno una profondità, una numerosità, una continuità storica, una densità geografica assai maggiori di quanto rilevato nelle tipiche indagini campionarie sulla lettura.

Ovviamente la disponibilità di tali dati bibliotecari è solo teorica. Nella realtà ottenerli è estremamente complesso ed estremamente onerosa risulterebbe la loro normalizzazione, fondamentale prima che qualsiasi indagine possa essere iniziata.

Ciò detto le biblioteche — se cooperassero e investissero allo scopo — potrebbero costruire meglio di qualunque altro soggetto la dashboard sullo stato della lettura in Italia migliore che si possa immaginare.

Il compito di una integrazione globale dei dati in un grande dataset normalizzato dei big data bibliotecari è senz’altro (in una forma o nell’altra e a qualunque livello di estensione geografica) un compito straordinario che rientra tra gli output della digitalizzazione delle biblioteche.

Di nuovo, quasi non serve ripeterlo, si tratta di un compito che non è in competizione con il settore privato se non nel senso che — al contrario del settore privato — il mondo delle biblioteche può adottare e sposare una logica di open data e offrire a tutti gli operatori della filiera della lettura uno strumento preziosissimo, quasi una precondizione, per lo sviluppo di nuovi servizi e nuovi modelli di analisi.

Il “Social graph” degli utenti delle biblioteche

I lettori sono dei generatori di statistiche, alcune molto evidenti altre curiose e inattese. I dati sulle nostre letture possono essere tradotti in diagrammi e statistiche molto complessi già a partire da i dati individuali di un singolo lettore. Il mio collega Andrea Zanni, ad esempio, da anni raccoglie dati sulle sue proprie letture e si diverte a visualizzarli con tecniche differenti (se non avete mai visto uno dei suoi report, il link di seguito vi darà un’idea chiara delle possibilità).

Ad esempio (vedi qui di seguito) un lettore può essere rappresentato da un diagramma che ci permette di visualizzare in modo intuitivo il cluster delle case editrici preferite di Andrea Zanni e l’area entro la quale si muove con le sue letture.

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Se da un singolo lettore passiamo a una comunità di lettori (i lettori di una biblioteca, di un’area territoriale, di un sistema bibliotecario, i lettori accomunati da caratteristiche di qualche tipo, ecc. ecc.) entriamo nel dominio delle reti sociali che sono in generale basate su un modello delle potenziali relazioni tra i nodi del network (un “grafo sociale” o social graph), entriamo in altri termini nell’ambito dei social network.

I social network specifici per il mondo della lettura sono piuttosto noti: Goodreads (di Amazon), Anobii (fino a poco tempo fa di Mondadori, adesso ceduta), Librarything che si limitano a funzioni ben delimitate dal lato del lettore, ma esistono anche piattaforme come Wattpad che sono veri esperimenti di social reading & writing.

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La schermata della pagina Anobii di Andrea Zanni, vista dal mio account Anobii

In un social network dedicato alla lettura i lettori sono una classe dei nodi principali assieme ai libri. Il sistema permette ad esempio di computare le relazioni reciproche tra gli utenti (quanti libri in comune tra n utenti? e domande simili).

I social network sono “auto-rappresentazioni” che gli utenti iscritti danno delle proprie attività di lettura. Se ti iscrivi ad Anobii, in altri termini, devi inserire le tue letture, le tue recensioni, le tue valutazioni, i tuoi contatti, i tuoi gruppi ecc. sulla piattaforma. Sei tu cioè che istruisci e “popoli” la piattaforma Anobii con i tuoi dati.

Le biblioteche invece non sono “rappresentazioni sociali” delle pratiche di lettura. Sono anzitutto sistemi di gestione delle pratiche di lettura e i dati degli utenti vengono registrati in itinere dal sistema bibliotecario stesso.

In altri termini — se ci pensate bene — una biblioteca ha già la struttura e i dati di un social network della lettura (anzi ha molti più dati per creare relazioni sociali tra gli utenti) ma non ha un’interfaccia digitale sociale automatica. Se ce l’avesse, ne verrebbe fuori (senza necessità che gli utenti debbano inserire dati sulle proprie letture) una rete sociale estesissima e molto più grande (anche solo per l’Italia) di qualunque social network della lettura oggi esistente.

Ma ha senso pensare — per il sistema bibliotecario — di diventare un social network della lettura? Eccoci in un campo che è sicuramente di intersezione tra “privato” e “pubblico” ma dove allo stesso tempo è piuttosto chiaro che sono i soggetti privati a sfruttare un’assenza radicale del pubblico. Non è cioè il pubblico che non può competere per sue deficienze strutturali. Si dirà: sì, ma gli sviluppatori lavorano tutti per le aziende private e negli ultimi decenni (soprattutto nella principale comunità di sviluppatori del mondo, negli USA, come ci ha ricordato John Palfrey) le public library hanno fatto ben poco per attirare le migliori competenze tecnologiche. Questo però non è uno svantaggio competitivo strutturale (qualcosa che il pubblico per principio farebbe molto peggio), è al contrario una differenza in termini di quantità e qualità (soprattutto) degli investimenti. Una logica da “Stato innovatore” come quella invocata Mariana Mazzucato ci aiuterebbe a cogliere meglio la relazione:

“La crescita in Italia, e nel resto dell’Europa, avverrà solo quando guarderemo in modo nuovo alla dimensione pubblica delle collaborazioni pubblico-privato, oggi necessarie più che mai per guidare una crescita che sia «intelligente» (trainata dall’innovazione), inclusiva e sostenibile”
(M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Bari, Laterza, 2014, “Introduzione”)

4.4. Comunicazione

La quarta dimensione della digitalizzazione bibliotecaria riguarda la sfera della comunicazione tra tutti gli attori dei processi bibliotecari (e quindi principalmente tra bibliotecari e utenti). Il cattivo marketing — come ci ha insegnato Kotler — identifica questa singola dimensione con la totalità del marketing (che invece ha quattro dimensioni e non una: la definizione del servizio in rapporto a un target di utenza, la dimensione economica, la dimensione distributiva e infine appunto la dimensione comunicativa, le cosiddette “quattro P” del marketing).

Ma in che senso la comunicazione bibliotecaria andrebbe “digitalizzata”?

Non sto ovviamente parlando della banalità relativa al fatto di usare strumenti digitali (sms, messaggistica, email, facebook, web, ecc.) per interagire con l’utenza. A questo primo livello, probabilmente, la digitalizzazione è già avvenuta, almeno nelle aree più sviluppate del sistema bibliotecario italiano.

Il livello di digitalizzazione comunicativa che ancora è da realizzare riguarda una sfera diversa di problemi di cui provo a dare qualche esempio.

La prima e più importante “superficie” comunicativa della biblioteca è la biblioteca stessa, la sua architettura, il design dei suoi interni, il sistema dei percorsi per gli utenti all’interno degli spazi, la segnaletica. E’ molto bella l’espressione digitality utilizzata dai progettisti di Oodi:

At Oodi, digitality manifests itself in many ways. On the second floor are, for example, Makerspace and studios, as well as an immersive exhibition facility. Community spirit and the sharing of information are integral parts of the Makerspace ideology. At the Urban Workshop, work is being done to prevent digital inequality by offering diverse opportunities for different kinds of activity. All facilities can be reserved through a digital booking system, and information is given about Oodi’s events and themes throughout the building on digital screens. A sorting machine and robotic arm located in the basement and robotic trolleys transporting books make the work of personnel easier.
(https://www.oodihelsinki.fi/en/tours/library-professionals/#digitaalisuus)

Ma un modello non solo superficiale di “digitalità” richiede che anche gli altri livelli di digitalizzazione (contenuti, dati, procedure) siano stati realizati efficacemente. Ed è solo in un contesto simile che gli “esperimenti mentali” proposti da Jeffrey Schnapp e Matthew Battles nel loro bel saggio del 2014 (The Library Beyond the Book) acquistano un significato. Ecco qualche esempio dal loro libro (traduzioni di Francesco Pandini che le aveva realizzate per un suo webinar):

Livebrary — le biblioteche sono alveari di attività, ma molta di quell’attività è invisibile. La Livebrary è un touchscreen che consente di esperire la vita di una biblioteca in tempo reale: flussi di dati; prestiti interbibliotecari; statistiche d’uso; pattern di trend di ricerca; libri presi a prestito, restituiti, copiati e scansionati.

BookStory — ogni libro in una collezione ha storie da raccontare: riguardo a chi l’ha preso in prestito prima, il suo uso dentro e fuori la biblioteca, le sue relazioni con altri libri. Ogni volta che un utente posizione un libro sulla postazione per le scansioni, il suo barcode viene letto e genera un set di storyboard.

Performance Librarian — I Performance Librarian girano il mondo mettendo su spettacoli multimediali che mettono insieme repository, risorse e strumenti. Le comunità online che guidano si raccolgono in occasione degli spettacoli e collaborano allo sviluppo di nuovi strumenti di reference.

Stackhunter — reti di sensori e libri con tag RFID gamificano gli scaffali. Squadre di studenti vengono incaricate di missioni bibliografiche adatte alla propria età. Quando i libri ricercati sono individuati e depositati alla casa base, il team vincitore riceve un certo numero di punti per il turno successivo.

Bookscout — un libro in ogni gruppo di scaffali è stato programmato in modo che, quando un utente lo preleva, si trasforma in uno strumento di navigazione che mostra cinquanta libri collegati. Le relazioni sono basate su pattern d’uso precedenti e affinità che variano dalle tematiche alla composizione alla storia dell’utente.

Awesome Box — invece di restituire un documento nel solito punto di deposito, gli utenti possono promuoverlo con la Awesome Box. Tutti gli oggetti nominati sono immediatamente evidenziati nel catalogo online. Un tweet viene inviato e questi item vengono inclusi sulla Awesome web page dove altri utenti possono vederli.

Stack U — spazi d’apprendimento flessibili sono ricavati da strutture di scaffali precedenti, diventando così luoghi per MOOC con docenti on-site.

Sharefair — in un’economia che richiede sempre più lifelong learning e abilità flessibili, le biblioteche operano come centri di scambio e condivisione di competenze, con collezioni analogiche e digitali che si adattano ai trend emergenti e ai bisogni locali.

Simulibrary — mentre le biblioteche di ricerca migrano verso formati digitali, il loro passato è messo in scena online tramite simulazioni che squadernano tutte le possibili visite alla Biblioteca Vaticana nel quindicesimo secolo o alla Round Reading Room nella Londra del diciannovesimo secolo.

Non importano i singoli esempi di Oodi, o gli esperimenti di Schnapp e Battles in quanto tali. Importa il fatto che la loro realizzazione è impossibile (o totalmente artificiale) a meno che la biblioteca non abbia realizzato una digitalizzazione sistematica sulle diverse dimensioni che ho provato qui a sintetizzare ed esemplificare.

Detta in maniera più grezza e diretta. Potete commissionare la più bella biblioteca del mondo al migliore studio di architettura dell’universo, ma non avrete mai Oodi (e nessuna grande biblioteca pubblica, accademica e scolastica contemporanea) senza essere passati in modo sistematico e consapevole attraverso un processo di digitalizzazione che non può fermarsi alla gestione atomizzata di un gestionale, un sito web, una piattaforma di e-lending associate a un po’ di operazioni comunicative in entrata e in uscita.

5. In conclusione: un’ipotesi storiografica

Il rapporto tra questo post e quello di Monti è volontariamente overkill. Ho cercato di partire da un’affermazione sintetica e apodittica sulla digitalizzazione e ho ricostruito le ragioni che impongono una visione più ampia del problema.

In forma di conclusione vorrei però proporre un’ipotesi di carattere storiografico che può aiutarci a interpretare il ruolo della digitalizzazione nel periodo storico nel quale ci troviamo.

La storia delle biblioteche ci rimanda una storia di co-evoluzione tra sistema dei media, società e istituzioni bibliotecarie.

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Giovane con rotolo, da Pompei, VI Insula Occidentalis — Museo archeologico nazionale di Napoli (inv. nr. 9085).

Ipersemplificando, tra il XIX e il XX secolo, la storia dei media subisce una duplice evoluzione destinata a modificare in modo profondo anche l’evoluzione delle biblioteche:

  • una prima fase di stabilizzazione della stampa periodica di massa, che vede l’invenzione della fotografia, della registrazione e riproduzione dei suoni, la nascita di cinema, radio e televisione e lo sviluppo sistematico della reprografia. In questa prima fase lo scambio comunicativo nella società si arricchisce di una pluralità di “nuovi media” che diventano nuovi supporti (almeno complementari alla scrittura, alla stampa, al libro) di accesso a e divulgazione della cultura. Banalmente, è impensabile oggi una storia sociale del XX secolo che faccia a meno delle fonti documentarie non scritte disponibili.
  • una seconda fase (a partire grosso modo dalla metà del XX secolo) in cui si afferma e si sviluppa la cosiddetta “società dell’informazione”, una fase in cui l’esplosione di tipologie mediali avvenuta tra XIX e prima metà del XX secolo viene riconcentrata nel concetto di “multimedialità” e cioè nel fatto che i media digitali diventano trasversali rispetto alle differenti tipologie di media del sistema precedente. La differenza tra musica, libro, periodici e cinema non è più una differenza mediale, di supporto, ma una differenza nelle modalità di codificazione del medesimo medium digitale.

La digitalizzazione (qui è l’ipotesi) è ciò che oggi permette e consente di preservare l’esistenza di biblioteche che offrano un accesso universale e unificato (o presunto tale) alla totalità del nostro sistema mediale, alla totalità dei “documenti” che — al di là dei supporti della scrittura — costituiscono il tessuto antropologico (oggi intrinsecamente pluri-mediale) della nostra società.

Siamo ancora lontani dalla possibilità di una pratica bibliotecaria (ovviamente digitale e ovviamente localizzata in un’architettura adeguata) in grado di offrire parità di accesso a qualunque documento della nostra storia: dai frammenti di un papiro ercolanense di Filodemo a Otto e mezzo di Fellini alle edizioni dei telegiornali nei giorni della strage di Bologna, dall’ultimo romanzo di McEwan alle registrazioni di esecuzioni originali di Rachmaninoff, dalle raccolte iconografiche del periodo della Rivoluzione Francese ai manoscritti della Laurenziana di Firenze, dalle registrazioni radio dell’intervista impossibile di Italo Calvino all’Uomo di Neanderthal ai discorsi di Mussolini dell’Istituto Luce, dai documenti processuali cinquecenteschi dell’Archivio di Stato della città di Bologna alle rom dei videogiochi coin-op diventati obsoleti e che oggi giochiamo solo con l’uso di emulatori, ecc. ecc. ecc. ecc.

Oggi in altri termini viviamo quotidianamente in modo integrato (grazie al digitale) quell’idea estesa di cultura come “insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società” (Tylor, Primitive Culture, 1871) che emerse nella seconda metà del XIX secolo. Non solo le fonti scritte (manoscritte e a stampa), non solo la cultura “alta”, ma un insieme (indefinitamente estendibile) di manufatti culturali che il digitale ci consente di trattare in modo unificato come da Zenodoto in poi i bibliotecari hanno imparato a fare.

Io ho incontrato questa idea negli anni ’80 studiando con Umberto Eco ma lui la perseguiva già almeno dagli anni ’60, dai tempi di quell’Apocalittici e integrati (1964) in cui — discutendo di livelli di cultura, di “alto, medio basso” — inserisce l’analisi di un fumetto di Steve Canyon (disegnato da Milton Caniff nel 1947) e lo tratta come oggetto meritevole di un’analisi complessa al pari di qualunque altro “testo”. Un mio ex socio e storico del fumetto (Daniele Barbieri) avrebbe poi usato questa vignetta per il naming della nostra nascente società, ma questa è un’altra storia.

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Una “inquadratura” da Apocalittici e integrati di Umberto Eco.

Se (e naturalmente non è né scontato né necessario) le generazioni future alla nostra conserveranno questa idea di accesso integrato alla conoscenza e alla cultura attraverso le biblioteche ciò sarà reso strategicamente possibile dalla digitalizzazione e dallo sviluppo di generazioni e generazioni di ricercatori, bibliotecari e imprese tecnologiche che si dedicheranno a costruirla.

La parola “futuro” del titolo di questo post dà fastidio anche a me, lo confesso. Il “boom previsionale” (l’espressione è di Armand Mattelart) è un fenomeno che esplode nella seconda metà degli anni ’60 con Daniel Bell, la nascita dell’Institute for the Future, Herman Kahn, Alvin Toffler, ecc. E’ da allora che tutte le discussioni sui media vengono intitolate al futuro di qualcosa. E’ da allora che i professional prognosticator come Toffler teorizzano la necessità della “futurologia”:

Ex marxista, Toffler ha chiaramente indicato la funzione operativa degli scenari futuribili. Per evitare il “trauma legato allo choc del futuro” occorre creare nei cittadini il desiderio del futuro nel quadro di “una nuova teoria dell’adattamento”. E’ questo il compito della “strategia della democrazia previsionale” (anticipatory democracy): consentire a tutti i comuni cittadini, e non più soltanto a poche élites, di prendere in mano il Futuro.
(Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002, p. 81).

Oggi il concetto toffleriano di “democrazia interattiva” ci rimanda a ben altro ma rimane valida, secondo me, l’idea della futurologia come “progettazione” (possibilmente condivisa) del futuro e non come semplice previsione, apodittica e un po’ magica. Ed è in quest’ottica, spero, che non solo il discorso accademico ma anche quello degli imprenditori può contribuire al dialogo su come vogliamo costruire le biblioteche del futuro.

Grazie a Nicola Cavalli, Silvia Franchini, Valentina Ginepri, Marco Goldin, Raffaele Messuti, Francesco Pandini, Andrea Zanni per i loro edit e consigli!

Written by

(MLOL)

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