“I montanari possono assomigliare ai marinai: fanno un lungo giro per il mondo e poi tornano a casa”: l’intervista a Guccini

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L’addio che l’ha fatto più soffrire l’ha dato alla sigaretta: “Ho smesso di cantare in maniera naturale, senza patemi: sentivo che con la musica non avevo più niente da dire e l’ho piantata. Finirla con il fumo, invece, mi sta facendo penare: è da un mese e dieci giorni che non ne accendo più una e mi manca, accidenti se mi manca”. Da sedici anni e nove mesi Francesco Guccini ha lasciato Bologna e vive a Pàvana, un borgo a quattrocento novantuno metri sopra il livello del mare, in pieno Appennino tosco-emiliano, vicino a quello che alla fine della Seconda Guerra Mondiale era il confine che separava l’Italia liberata dall’Italia occupata dai nazisti, la linea gotica.

Guccini ha scritto canzoni che si vorrebbero far studiare a scuola, o forse si studiano già. Quando capita che le passino alla radio — scriveva Edmondo Berselli — può venir voglia di cambiare stazione: si ha l’impressione di averle ascoltate abbastanza, di conoscerle tutte, di conoscerle troppo, con quell’erre moscia, i ritornelli brevi e le strofe lunghissime, le locomotive, gli eskimo, gli incontri, le incazzature, le bottiglie di vino. Poi, però, le si ascolta ancora e non suonano come ci si aspettava. Stupiscono, come se avessero il potere di rinascere.

“Ho scoperto — dice Guccini — che i montanari possono assomigliare ai marinai: fanno un lungo giro per il mondo e poi tornano a casa. A me è successo. Qui a Pàvana sono cresciuto con i miei nonni quando non c’era l’acqua corrente, era da poco arrivata l’elettricità e alla sera ci scaldavamo al fuoco del camino. La vita mi ha riportato nello stesso posto quando a scuola hanno accettato la richiesta di trasferimento di mia moglie, nel 2001. Non abbiamo pensato: ‘Adesso cambiamo vita’. È successo. Ho lasciato Bologna e oggi non so più cosa sia. La città che ho abitato è scomparsa. Non ci vado più volentieri. Non sopporto il traffico, le distanze da percorrere. Una volta uscivo di casa a mezzanotte e mezza. Oggi a quell’ora sono a letto da un pezzo. È cambiata Bologna. Sono cambiato io”.

Qualcosa è rimasto uguale?

Il desiderio di scrivere. L’unico periodo della mia via in cui non ho scritto è stato durante il servizio militare. Per il resto, ho sempre scarabocchiato ovunque. Quando facevo il giornalista alla ‘Gazzetta di Modena’ mi precipitavo alla macchina da scrivere ogni volta che avevo un attimo libero. Abbozzavo racconti, cominciavo romanzi, anche storie di fantascienza — poi, perdevo i fogli per strada. Il computer è stato la svolta. Da quando l’hanno inventato, ho iniziato a scrivere e a sapere dove ritrovare quel che avevo scritto.

Lo fa ogni giorno?

Scrivo solo quando mi vien voglia. Un’ora, un’ora e mezza. A volte niente. Appena mi stanco, smetto. Era così anche con le canzoni. Quando volevano uscire, venivan fuori da sole. Non mi sono mai obbligato a comporle.

Era quello che voleva fare da piccolo?

Da ragazzino, non mi è mai passato per la mente di fare il cantautore. Non sentivo di appartenere al mondo delle canzoni. Ero convinto che avrei fatto lo scrittore. Leggevo così tanto che mi veniva naturale crederlo.

Cosa leggeva?

Tutto quello che mi capitava per le mani. Alla fine dell’estate, quando i villeggianti se ne andavano dalle case che avevano affittato, andavo e razzolavo quello che avevano lasciato dentro. Spesso erano gialli. E in quelle settimane che precedevano il ritorno a scuola, al pomeriggio, li leggevo uno dopo l’altro.

L’altra letteratura quando è arrivata?

Più tardi conobbi gli americani. Era una moda leggere gli scrittori statunitensi del secondo dopoguerra. Lo facevano tutti, l’ho fatto anch’io. Poi all’università conobbi Dickens e più in là gli italiani: Calvino, Pavese, Fenoglio, Pratolini e Manzoni.

I russi?

Li ho letti con gran fatica, mi confondevo con i nomi, quei nomi incredibili che avevano, Andrej, Sergey, Anatole, Petja, alcuni mi sembravano cambiassero tre o quattro volte durante il romanzo. Mi disorientavano.

Ha appena scritto, con Loriano Macchiavelli, “Il tempo degli elfi” (Giunti): il titolo è un tributo a Tolkien?

Una ragazza americana, intorno al sessantanove, mi regalò “Lo Hobbit” in un’edizione paperback. Entrai in quel mondo magico e poi in quello de “Il Signore degli anelli”. Mi travolse.

Era considerata una lettura di destra, allora. Provava imbarazzo?

Tolkien era ambivalente: in Italia lo avevano adottato i gruppi di destra, ma in America erano gli studenti americani di sinistra e gli hippie a ispirarsi a lui. Vedevano dentro i suoi libri un inno al ritorno alla natura, a un’idea di vita essenziale, lontana dalla società. Lo stesso principio che ha mosso i primi ripopolatori dei nostri Appennini, per lo più anarchici che — dopo gli anni di piombo, per paura di finire nei guai — salirono su queste montagne a fondare le loro comunità. Quelle degli elfi, appunto: che sono dei personaggi del romanzo mio e di Loriano.

(Un giallo ambientato nei boschi, tra ispettori della forestale, lupi, un omicidio, capre tibetane e una certa caducità dell’idealismo)

Lei coltiva la stessa utopia della natura?

Io non coltivo alcuna utopia, non l’ho fatto mai: sopravvivo abbastanza tranquillamente senza. Non credo che sia necessario privarsi di tutto — elettricità, riscaldamento, acqua calda e fredda — per tornare alla purezza originaria. Né sono come chi è convinto che basti andare a funghi nel fine settimana per ristabilire l’armonia dell’uomo con ciò che lo circonda.

In passato era più facile questo rapporto?

Il contadino aveva un po’ di terra, una mucca in stalla, qualche gallina, magari un maiale. Non si poneva il problema del rapporto con la natura. Sopravviveva, facendo una vita durissima. Al punto che il lavoro in fabbrica — magari meno umano, ma di certo più riposante — gli appariva lieve.

Oggi com’è vivere in montagna?

L’Appennino è in completa decadenza. I boschi sono abbandonati. Le foglie che cadono ogni anno dai castagneti si accumulano a quelle che sono cadute l’anno precedente. Nessuno se ne prende più cura.

Si sente lontano dal mondo?

Non sono un eremita, mi sento dentro il mondo. Ne avverto le tensioni e i conflitti.

Cosa la preoccupa di più?

Quello tra Trump e Kim, due matti che non si da bene come reagiranno alle follie che l’uno farà all’altro.

E l’Italia?

Parlo di politica solo ogni tanto con gli amici. Non sento di appartenere a nulla, se non a me stesso.

Dario Fo però scrisse che lei era la voce del movimento. Oggi il movimento è quello a 5 Stelle.

Dario si era innamorato della figura del giullare fino al punto di avvicinarsi a quella di Beppe Grillo. L’ultima volta che lo vidi, poco prima che morisse, parlammo d’altro — non gli ho mai chiesto il perché di quella scelta. Certo, anche a me piacciono i giullari. Ma non in politica.

Cos’hanno di diverso questi ragazzi dei 5 Stelle da quelli del vostro movimento?

Noi allora non desideravamo far carriera: volevamo cambiare il mondo. Forse, nemmeno i 5 Stelle desiderano il potere. Alcuni di loro però se lo stanno prendendo. Vogliono scalare le posizioni di comando, occuparle, contare. Noi eravamo anarcoidi, più istintivi. Loro si danno da fare. Tutto sommato, sono dei professorini.

Le piacerebbe essere riconosciuto nella letteratura come è successo a Bob Dylan?

Ho molto invidiato Dylan per il premio Nobel. E non spetta a me stabilire se ho avuto o non ho avuto un ruolo nella letteratura italiana. Ma, se dovesse accadere, mi gratificherebbe molto.


Originally published at Giulio Cavalli.