X-files

La pasta era nei piatti, il vino aperto. Il vecchio televisore sintonizzato. Appoggiato su un comò che aveva conosciuto giorni migliori.

Era così che iniziava l’avventura, accompagnati da Mulder e Scully. Il silenzio cadeva ragionato sui piatti, gli occhi incollati allo schermo, nessuna possibilità di rivedere quanto accadeva, non c’era internet, lo streaming era lungi dal divenire una realtà.

Era un appuntamento fisso quello con gli agenti speciali dell’FBI, la nostra piccola immersione nel tragico mondo di Mulder alla ricerca di una sorella scomparsa da piccola, forse, portata via dagli alieni.

Con Dana, bellissima e sensuale, di una bellezza lontanissima dai canoni di oggi, il fascino rosso dei suoi capelli e quel suo leggero sovrappeso che sapeva di latte, tette e roba buona da mordere.

I dialoghi serrati, i misteri che non si risolvevano mai ma si complicavano sempre di più, l’ombra di un governo che tramava di nascosto per proteggere segreti e chiudere la bocca a chi aveva visto troppo.

L’enigmatico “uomo che fuma”, i suoi pacchetti di sigarette stropicciati e quel modo così cazzutamente interessante di tenere la sigaretta e portarla alle labbra, quel modo di aspirare la cicca e la vita come nessun altro ha mai fatto prima. Quel fumo che nascondeva come metafora segreti che dovevano rimanere tali, quelle rughe scavate nei meandri di misteri indicibili.

Gli informatori, gente strana, spesso sconvolta da quello che aveva visto. Il gruppo di amici nerd dell’agente più californication che sia mai stato messo in scena. I loro vecchi pc con le lucette e la stanza dove si riunivano piena di scartoffie e nodi di gordio da dipanare e infine il direttore Skinner, un bastardo senza gloria probabilmente doppio giochista o forse solo scettico.

Le luci, soffuse o accecanti, con gli omini verdi da classico immaginario alieno, le autopsie, Roswell, l’area 51 e i dischi volanti nascosti in sperduti hangar sotterranei.

L’ufficio. L’ufficio nel seminterrato dell’FBI, un posto per confinati, un non luogo in cui tutto prendeva forma e da cui si partiva per avventure sempre diverse, spesso pericolose, quasi mai scontate, con il famoso poster che tutti avremmo voluto avere in camera o in ufficio, perchè davvero volevamo credere.

Era il vino il collante insieme alle sigarette, le canne ed il tempo. Tempo per discutere all’infinito dei risvolti, dei particolari, tra una pubblicità e l’altra, interruzioni che non potevi skippare, tempi morti che ti sembrava rubassero troppo alla scena, inutili fronzoli del nano di Arcore che qualcosa ti doveva pur vendere.

Ed adesso, risorge ancora, sei episodi, forse un’ultima corsa per gli agenti speciali che nel frattempo hanno conosciuto il mondo moderno, che si sono fatti lo smart e forse googlano ogni cazzata.

L’incertezza di mettersi davanti allo schermo, aspettando di vedere se davvero sono cresciuti o si sono solamente trasportati nel nostro tempo per far cassa, se hanno deciso di tornare sfruttando l’onda delle serie tv, chè bastava un filmazzo ma sei volte l’attesa forse crea più aspettative.

Ma manca la pasta, il vecchio televisore, il comò rabberciato e, manca forse la voglia di correre il rischio di sciupare un ricordo, perchè se il tempo è passato per Mulder e Scully forse è passato anche da questa parte del tubo, che non è più catodico ma solo liquido, piatto.