Arrivederci, cittadini del mondo

Non è tanto un insieme di capacità tecniche che il Sud perde, quanto un patrimonio umano, composto da portatori di un archetipo indissolubile, spinti da una grande apertura mentale.

LED Giovinazzo ha organizzato un concorso letterario e mi ha chiesto di unirmi alla giuria. A giochi fatti, ecco le mie sensazioni.

La frase più illuminante la scrive una ragazza del mio paese. “Sento che devo continuare a tornare e poi partire, perchè solo così potrò conservare il mito della perfezione di Giovinazzo”. La nostra è una piccola comunità, nella quale tutti si tengono d’occhio, sappiamo bene chi è partito, chi è tornato, chi ha preferito restare e perchè. La nostra è una cittadina cresciuta intorno a un borgo a forma di noce, bianca di calce e di pietra calcarea, bianca come l’innocenza di quando eravamo bambini e ci sentivamo padroni dei vicoli, degli scogli, dei muretti a secco, conquistati palmo a palmo durante memorabili guardie-e-ladri. In quei giorni germogliava in ognuno di noi il mito della perfezione di Giovinazzo, del Sud. Le promesse di amicizie eterne, gli amori acerbi, gli abbracci soffocanti della famiglia, la difficile conquista di un titolo hanno alimentato il mito: il Sud è la genesi della felicità, per tutti quelli che sono partiti.

Per molti di noi il momento di lasciare il Sud è arrivato con una stupida coincidenza che, poi abbiamo realizzato, non era nient’altro che un pretesto. Lavoravo alla tesi, passavo le giornate in laboratorio e un pomeriggio il prof mi disse “ci sarebbe un tizio, di una multinazionale, che viene a trovarci per un seminario. Mi chiede di poter fare dei colloqui”. Lo dissi ai miei, a cose fatte. Il tizio mi disse: “riceverai una proposta dalle Risorse Umane. Quanto ti senti pronto, da uno a dieci?” A casa dissi “può darsi che arrivi una proposta, non so, boh, non ci credo”, mi strinsi nelle spalle. Per un breve istante incrociai gli occhi di mio padre e mia madre. Aggiunsi, “ma in ogni caso sarebbe a Bruxelles”. Mio padre sorrise in un modo che non ho mai più rivisto, intendeva dire come attore fai pena. Con una pacca sulle spalle mi diede la benedizione a espatriare: “l’ho sempre saputo che te ne saresti andato”. L’ha sempre saputo, ma confidava nel miracolo, come tutti. Da allora sono tornato e poi partito e il mito della perfezione del Sud è rimasto intatto.

Con un coraggio non comune il Laboratorio Energie Democratiche di Giovinazzo ha organizzato un concorso letterario e mi ha chiesto di unirmi alla giuria. Ho accettato e mi sono ritrovato a leggere, ogni sera, per qualche settimana, i testi dei partecipanti al concorso “Arrivederci Sud”. “Arrivederci”, non “addio”, richiamo per tutti quelli che hanno lasciato il Sud: guardate che noi vi aspettiamo. Ma io, poi, cos’è che avevo detto al mio Sud: arrivederci o addio? Questo gigantesco nodo irrisolto, installato sopra il tronco di un essere acefalo, ha deciso di sedere accanto a me e farmi compagnia, ogni sera, mentre leggevo quei testi.

Che cosa abbiamo letto in questi ottantadue messaggi in una bottiglia? Più che narrazioni, istantanee, data la brevità prevista dal regolamento. Testimonianze, tutte toccanti. Alcune lacrimevoli, altre spavalde, “vado l’ammazzo e torno”, non puoi non sorridere leggendo, ti riconosci. Riflessioni, per quanto siano elaborate pochi hanno l’ardire di andare in profondità, sarebbe come affondare la lama di un taglierino nel corpo di una balena. Analisi, alcune lucide, fredde, altre corrose da sentimenti di autentica scissione interiore.

Elementi in comune: il cibo. Cibo in quantità, sognato a occhi aperti. Le frittelle croccanti, le olive, i pomodori, il pane, “il pane vero, quello nostro”. Sapori semplici, tornano in mente quando si è immersi in quelle culture dotate di una sbalorditiva efficienza produttiva, operativa, tecnica e di un disinteresse totale per il cibo. Che fastidio. Il cibo, simbolo del convivio, delle mangiate epiche con la famiglia al gran completo. Il contrasto drammatico con i pasti consumati in solitudine, nella penombra di un monolocale, divano, serie tv, formaggio spalmabile.

Elementi in comune: il mare, il cielo. L’assenza del mare. La mancanza dell’orizzonte, che cuce insieme acqua e luce in un punto indefinito. La distesa sconfinata, aiuta a fare pace con i pensieri, tutte le volte che si torna. “La luce di casa”, accecante, che disegna ombre nette, quasi incise nella pietra bianca. La sensazione di alienazione, prodotta dall’assenza di questi elementi, in alcuni casi porta disperazione, in altri corrobora lo spirito di adattamento, aiuta a resistere, questo è il senso del racconto di Carlo Lasorsa, che vince il secondo premio.

Elementi in comune: il viaggio. La dimensione fisica del viaggio. Gli incontri nei treni zeppi all’inverosimile, le intersezioni di storie. Il padre di famiglia cinquantenne, pendolare settimanale: cinque giorni a spaccarsi la schiena in fabbrica a Padova, poi l’intercity notte per trascorrere quarantotto ore con moglie e figli a Bari. Le descrizioni ci restituiscono l’immagine di una quantità abnorme di persone che invadono i treni, gli autobus. Il popolo dei cervelli e delle braccia in fuga, gli aerei stracolmi di professionisti che tornano per riabbracciare la famiglia, è la presa d’atto drammatica della statistica: ogni tre mesi una città del Sud scompare, ventimila persone si trasferiscono altrove. Molti amano descrivere la vista di casa dall’alto, mentre l’aereo decolla, la terra chiara solcata dagli ulivi, la piazza, il campanile, le lacrime difficili da trattenere.

Elementi in comune: la valigia. Chi è partito e poi è tornato dopo cinque settimane, aveva preparato una valigia “fragile quanto una borsa della Lidl”, al contrario di quelli che allestiscono, inconsapevolmente, un bagaglio robusto come se partissero per lo spazio. Con la cura per la valigia si misura il livello di convinzione con il quale si affronta il viaggio.

Nessuno di quelli che ci regala la propria testimonianza si sottrae al tentativo di analisi. L’analisi converge sempre sul nodo del ritorno. Tornare per restare? Tutti se lo chiedono, pochi danno una risposta netta. Non ora, magari più avanti, ma quando? A che prezzo? Difficile rintracciare idee davvero chiare, il fenomeno è una bestia ribelle, si affronta con timore, si rischia la superficialità. Chi ha rinunciato — non è detto che sia totalmente in pace con se stesso, ma si sente cittadino del mondo, che senso ha parlare di ritorno, lo volete capire che il mondo è cambiato e ci chiede spostamenti continui? Si insegue la professione, il successo, l’amore, la felicità. Vado a presentare il mio libro in un liceo di Conegliano Veneto. Ragazzi svegli, destinati a un futuro brillante. Mi arriva una domanda, da una ragazza con una t-shirt dei Nirvana. “Ma lei si sente un emigrato?” Quel “ma” contiene una risposta, la sua, e un invito a condividerla. In un momento così ti passa sotto gli occhi una sequenza di istantanee, tutti i posti in cui hai vissuto, i progetti portati a termine, le aziende cambiate, le conquiste insperate, i fallimenti dietro l’angolo. Cosa c’entra la parola emigrato con quel fiume in piena di accadimenti? “Sarebbe più corretto dire… cittadino del mondo, no?” mi fa notare lei. T-shirt dei Nirvana, penso, come contraddirti? Quindi, caro il mio gigantesco nodo irrisolto, com’è che eravamo rimasti, arrivederci o addio? Andiamo avanti a leggere i testi del concorso.

Elementi in comune: il colloquio. E, durante il colloquio, il confronto tra una cultura aziendale aggressiva e consolidata e una civiltà tuttora basata su valori di solidarietà, eguaglianza, legalità, di cui si è portatori sani e che possono deflagrare proprio durante un colloquio di lavoro, portarlo a fallire, “le consiglio di lavorare per una cooperativa sociale, le do il numero”, e inizia una nuova vita.

Elementi in comune: il patrimonio di valori e di affetti, che resta integro, dopo la partenza. L’alta partecipazione a questo concorso, combinata con la presa d’atto che chi parte e chi resta condividono uno spirito comune, rappresenta la vera rivelazione: non è tanto un insieme di capacità tecniche che il Sud perde, quanto un patrimonio umano, composto da portatori di un archetipo indissolubile, che affrontano il mondo con un’apertura mentale di cui, purtroppo, sono dotati pochi, tra quelli che restano — e sono sempre più in minoranza. Questa è la perdita ingente, data dalla fuga dei cervelli, delle braccia. Questa è la testimonianza che il sistema Sud è sanissimo, perchè sforna a ciclo continuo talenti, persone perbene con enorme spirito di adattamento, che purtroppo vanno a generare valore altrove.

Molti autori sentono l’esigenza di spiegare la propria scelta, elencano i traguardi professionali raggiunti, il testo si fa curriculum, con l’intenzione di giustificare l’ambizione dinanzi a quelli che gli contestano: “se ne vanno tutti, chi resta? Come andiamo avanti?” Molti si pongono il problema del ritorno. Qualcuno lo vede genericamente possibile, “tornare per migliorare le cose”, nessuno però intravede la spontaneità di un’inversione di tendenza dall’interno, da chi resta. È evidente l’assenza di una cultura diffusa dello sviluppo, del merito, della legalità. La presenza di stratificazioni multiple di criminalità, la mentalità arretrata, disfattista, diffidente nei confronti della tecnologia, quella sì, è tuttora visibile. Il contrasto tra aspirazioni e realtà è disarmante. Molti non lo sapevano ancora, quando sono partiti, ma sono andati via proprio per liberarsi da questa oppressione, per contestare silenziosamente queste presenze ingombranti, che rendono invivibile il contesto.

Il viaggio fra i testi del concorso è decisamente appassionante. Il dolore e la rabbia di una ragazza che ha passato un anno terribile, si ritrova a frugare nelle proprie tasche, butterebbe via ogni cosa, via anche lo scontrino che evoca quel bellissimo pomeriggio al bar del paese, in compagnia dell’amico di una vita, semplicemente perchè al Nord non ha ancora trovato il suo bar; vale la pena trattenere solo il segnalibro che suo papà le ha regalato. Qualcuno ha bisogno di fare una lavatrice e la lavatrice è il richiamo di un microcosmo famigliare perfetto, nel quale ogni cosa genera sensazioni calde, incluso il profumo di bucato, che si oppone al puzzo di umido del bucato steso ad asciugare nel gelido Nord. Nia ha scelto di fare la ballerina, ha lasciato il Sud e vive un turbine di sentimenti contrastanti ma si lascia condurre dalla spavalda ambizione di diventare quello che sogna. Il campo profughi brulica di una umanità disperata e chi aveva scelto e ottenuto, con determinazione, di mettere la propria vita al servizio di quella umanità, ammette la propria impotenza e non può fare altro che comprare il primo volo per staccare e tornare a casa, al controsenso di un altro Sud, decisamente opulento. Altri autori ci parlano di momenti di tenerezza, rabbia, rassegnazione, ambizione, audacia, lotta per il superamento dei luoghi comuni.

Si arriva a un testo speciale. “Tra i rami di un ulivo”, si intitola. È una collezione di memorie, di pensieri, che si snoda fra i muretti a secco e i filari di ulivi del podere di famiglia. È lo sguardo di una ragazza su se stessa, bambina, che in quei paesaggi dialogava felice con i “clienti del mio ristorante immaginario”. Partì suo padre, per la Germania. Tornò, per essere collocato nel ruolo di incompreso: “che sei tornato a fare? Qui non c’è niente”. Partì, lei stessa, molti anni a Milano, la vita culturale irresistibile. Come suo padre, torna. E resta. Perchè si torna e, soprattutto, si resta? Il trullo, le fave, la raccolta delle olive con i ritmi antichi, c’è ancora qualcuno che si ostina ad assecondare la natura, non la produzione. Si resta, per questo. La compostezza letteraria delle descrizioni esalta i pensieri, segno evidente di una riconciliazione piena con il fenomeno della fuga. Tiziana Fusillo ha guardato a lungo una foto, quella di suo nonno, dritto su una scala a pioli, tra i rami di un giovane ulivo. Descrizioni come acquerelli, prendo nota sulla mia moleskine. Il mio scomodo ospite, il mostro con un nodo al posto della testa, siede sempre accanto a me, immobile, silenzioso. Tutti e due fissiamo, forse, lo stesso volume nella libreria di fronte. Abbiamo una vincitrice del concorso, ma fra me e lui non è ancora il momento di guardarsi negli occhi.