Un “Goal per l’inclusione sociale”

Il progetto “Un goal per l’inclusione sociale” nasce il 21 febbraio del 2015 in uno dei tavoli partecipativi promossi dai Comuni di Firenze e Scandicci, nei quali si discute la riutilizzazione degli spazi all’interno dell’ex Caserma dei Lupi di Toscana. Giuseppe Moscato, genitore (docente ricercatore e insegnante di sostegno) di un ragazzo con Sindrome di Down di 11 anni, porta sul tavolo il desiderio del figlio di giocare al calcio dopo aver visto da vicino l’esperienza condotta tra gli altri, dalla psicologa Enrica Nisi, l’allora responsabile e una delle fondatrici delle attività di calcio integrato che si svolgono normalmente alla Totti Soccer School di via della Longarina a Roma. In quella sede il primo contatto avviene con Barbara Felleca, presidente della commissione Sport del Quartiere 4 di Firenze. Barbara comprende il significato profondo del Calcio Integrato: è lo sport che da esclusiva competizione può diventare veicolo di socializzazione e forse di solidarietà. La prima cosa da fare è trovare una scuola calcio nel Quartiere in grado di sostenere un progetto simile, perché si vuole coltivare il seme di questa idea dentro un campo di calcio vero. Entra così in scena la società UPD Isolotto nella veste del vice presidente Gino Fantechi Materni. Il percorso da fare non è semplice, tuttavia si decide di partire col progetto. Diverse le figure pubbliche pronte a testimoniare e a sostenere l’iniziativa: oltre alla Commissione sport e a tutto il Quartiere 4 di Firenze, ci sono l’assessorato allo Sport del Comune di Firenze, la fondazione Artemio Franchi, la Lega Nazionale Dilettanti, la FIGC e l’associazione Trisomia21 Onlus di Firenze.
L’UPD Isolotto, per rendere concreto questo primo step del progetto crea uno staff composto da una psicologa, un’insegnante specializzato polivalente, due psicomotricisti e tre allenatori. Per iniziare i ragazzi sono 8, un numero ideale per una prima sperimentazione del progetto. Gli obiettivi sono apparentemente semplici, ma per chi lavora nel settore sa che metterli in pratica è tutt’altra cosa. Eccoli in sintesi: favorire le capacità comunicative e relazionali, sviluppo delle abilità cognitive e motorie, autonomia, autostima e fiducia in se stessi. E’ importante però sottolineare che questi obiettivi non appartengono solo ai ragazzi disabili intellettivi, ma anche e sopratutto ai loro compagni che disabili non sono.
I criteri per partecipare alla scuola di Calcio integrato? E’ sufficiente avere le gambe per calciare un pallone e poterla passare al compagno di squadra. Al resto, a far crescere le loro capacità psicomotorie ci pensa lo staff. Dopo una prima fase di familiarizzazione con l’ambiente dell’impianto sportivo, ogni ragazzo viene osservato durante le varie attività, successivamente si creano piccoli gruppi o coppie basate sul principio del tutoraggio, laddove il compagno non disabile svolge insieme al disabile movimenti e comportamenti. Il gioco di squadra mette insieme tutti gli obiettivi, da quelli legati alla sfera delle competenze motorie a quelle relazionali.
I risultati di questo primo step parlano chiaro: tutti, ma proprio tutti i bambini si divertono. Si innescano relazioni e comportamenti di reciproco aiuto, dal modo di tirare la palla fino alle docce dove alcuni hanno imparato a lavarsi e a vestirsi da soli, è davvero incredibile vedere correre questi ragazzini che generalmente vivono il calcio davanti alla TV o attraverso un videogioco.
Fin qui il racconto di come si è svolta questa prima parte dell’esperienza. I protagonisti ci raccontano però che l’idea è si bellissima, ma entrare in contatto con la dimensione dell’integrazione (o dell’inclusione) apre delle riflessioni che forse mai erano state fatte prima. La prima presa di coscienza è che non esistono attività sportive nelle quali è contemplata la presenza del disabile intellettivo: — ci rendiamo conto insomma che nella cosiddetta “normalità” questa presenza non è concepita. Il ragazzo disabile intellettivo che va in piscina ad esempio, ha bisogno di un istruttore in acqua, l’istruttore in acqua però c’è con i bambini fino ad 8 anni, cosa succede quando il disabile avrà 12, 13, 14 anni? Starà sempre con i bambini di 8 anni o da solo con l’istruttore in acqua? Quando un disabile va a scuola, tutti i suoi compagni hanno libri accattivanti, colorati e ben impaginati, il disabile quei libri ce li ha ma non li usa, usa invece delle bruttissime fotocopie in bianco e nero per svolgere esercizi mirati. Potremmo andare avanti col basket, il teatro, la musica, il percorso da casa a scuola. Il problema è innanzitutto culturale. “Un goal per l’inclusione sociale” non deve essere visto come un progetto che si rivolge ai disabili, ma un progetto che si rivolge a tutti. Questo progetto supera una dimensione antropologica ferma nella sostanza a molti anni fa, supera l’idea che il disabile o è un problema della famiglia o è oggetto di assistenza volontaria. “Un goal per l’inclusione sociale” nel suo piccolo è un grande esempio che abbraccia la visione di un atteggiamento NON assistenziale e sopratutto di condivisione sociale.
Non è sufficiente “parlare” di inclusione, il punto è studiare le relazioni per creare equilibri nei luoghi deputati alla socializzazione: dalle palestre, ai teatri, ai campi di calcio, alla scuola. Il diritto di ognuno è avere l’opportunità di dare il meglio di sé, di crescere e migliorarsi, l’obiettivo uguale per tutti è stare insieme in una dimensione di benessere psicofisico. Per raggiungere questo obiettivo i disabili intellettivi sono certamente una grande risorsa per tutti.