Generale, dietro la collina

Giuseppe Pala
Nov 6 · 6 min read

La musica è entrata nella mia vita molto presto. Anche se non ho mai conosciuto il giradischi e i vinili, faccio parte della generazione che ha visto succedersi il mangianastri e le cassette, il walkman, poi il lettore cd, e ancora il lettore mp3 fino alla scomparsa totale di tutti i supporti fisici.

Non sono mai stato legato agli oggetti, né mi sono mai affezionato troppo alle confezioni come al packaging, o ai libretti coi testi delle canzoni, da provarne nostalgia. Mi sono semplicemente, e in maniera passiva, adeguato ai cambiamenti della tecnologia.

Forse è stata la pigrizia, o l’erronea convinzione per la quale pretendevamo quasi tutti di avere ogni cosa gratis. Quando a casa è arrivata l’adsl non mi sembrava vero di poter scaricare illegalmente intere discografie, persino di artisti sconosciuti, per metterle da parte nel mio archivio privato. Non mi sembrava vero di poter avere accesso, a un certo punto, a una quantità enorme di musica.

Accumulavo album e canzoni che non avrei mai ascoltato, riempivo gli hard-disk di file da passare a qualche amico, senza sapere che un giorno — un giorno che sarebbe arrivato molto in fretta — avrei smesso di farlo, e non perché possedevo già tutto, ma perché qualcuno l’avrebbe fatto per me, mettendomi a disposizione praticamente un universo infinito.

Ma il primo vero ricordo che ho della musica è legato ai viaggi in macchina verso casa di mia nonna, quando ero piccolo.

In quelle domeniche durante il tragitto verso Alghero potevamo guardare lo stesso paesaggio che si vede ancora oggi, immutato: un’infinita campagna ai lati delle strade, le cancellate che segnavano i confini dei terreni e i muretti a secco, le greggi di pecore con le quali ci divertivamo, io e mia sorella, a individuare quelle nere. Ogni tanto un trattore sbucava dalle piccole uscite e si creavano lunghe code perché superare, in quella strada stretta e con così tante curve, era pericoloso. Poi, quando avvistavamo lo svincolo per l’aeroporto, sapevamo di essere ormai quasi arrivati.

Durante quei viaggi in macchina costringevo mio padre a cantare Generale di De Gregori. Sì proprio a cantarla, per me. Nella nostra Fiat Tipo — una macchina orrenda — c’era sicuramente la radio e si potevano ascoltare le cassette, ma forse sarebbe stato difficile o noioso cercare di mandare indietro il nastro al punto esatto, o forse, pure, mancava proprio quella cassetta, chissà. Non saprei dire perché, ma mi piace immaginare che quando ero bambino e ancora spensierato trovassi la versione di mio padre addirittura migliore di quella originale.

Mio padre aveva una grande passione per De Gregori e mi aveva raccontato di quando, ancora semisconosciuto, lo aveva visto per la prima volta a Sassari. Era appena uscito l’album che porta il suo cognome, quello con la famosa pecora in copertina, e quella sera, dopo il concerto, De Gregori chiese a mio padre e al suo amico se conoscessero un posto per mangiare. Così lo portarono in una specie di bar, o in una trattoria. Forse se lo trovarono semplicemente davanti all’uscita, da solo con la sua chitarra, non lo so. Quella sera, in quel bar, o in quella trattoria, De Gregori bevve il suo cappuccino e non disse una parola.

Durante i quaranta chilometri che ci separavano dalla casa di mia nonna, mi sentivo male quasi sempre. Capitava spesso che a un certo punto, per una curva sbagliata o per la troppa velocità, Babbo dovesse accostare perché non gli vomitassi la macchina.

Una volta arrivati, poi bevevo acqua e zucchero e mangiavo un dolce. Era diventato un rito, come il viaggio in macchina, come il pranzo infinito, come i pomeriggi davanti alla tv a seguire i risultati delle partite.

Non ho ben chiaro perché volessi ascoltare sempre e solo Generale. Era una richiesta mirata, non mi interessava, che so, sentire Battisti, che pure mi piaceva già. Probabilmente perché è una bella canzone, un classico che è rimasto nella storia e ci rimarrà. O forse perché è una canzone tutto sommato breve, con quattro strofe regolari e un riff che difficilmente si può dimenticare.

Sicuramente allora non capivo di cosa parlasse, perché ero troppo piccolo. Ma la musica, molto spesso è più immediata e persino più importante delle parole. Sono sicuro che non sapessi nemmeno cosa fossero, per esempio, gli aghi di pino, oppure cosa intendesse con l’espressione «venuti al mondo come conigli».

Eppure è l’unica canzone, oggi, di cui sono sicuro di ricordarmi tutte le parole.

Poi tutto cadeva nel buio, la sera, di un buio talmente fitto che l’unico modo per percorrere quella strada era accendere gli abbaglianti, e il paesaggio della mattina scompariva improvvisamente. Veniva inghiottito dall’inverno e a rimanere eravamo solo noi. Ma quando c’era buio si creava un’atmosfera magica: stavamo tutti in silenzio ad ascoltare la voce intonatissima di mio padre che riempieva l’abitacolo. Ogni tanto provavo anche a seguirlo, ma sottovoce, perché non volevo disturbarlo.

Oggi sembra passato un secolo da quelle domeniche in macchina ad implorare mio padre di cantare Generale. Un secolo è passato anche da quei pomeriggi in cui mia madre disapprovava tramite le sue urla i miei ascolti di adolescente o da quelle sere in cui a dieci anni cercavo di imparare la ritmica della Canzone del sole, mandando avanti e indietro il nastro di una raccolta di Battisti per capire come dovevo dare le pennate con la chitarra.

Sembra passato un secolo dalla scoperta dei Radiohead e della voce di Thom Yorke, di quando ascoltavo Ok Computer in loop sul pullman, nella gita in prima liceo, sino all’ascolto compulsivo di Vasco Brondi quando le uniche canzoni che aveva scritto erano ancora sul suo Myspace.

Prima avrei fatto a gara con gli amici a nominare i dischi che avevo scoperto leggendo micro recensioni su internet o su qualche rivista. Non sarei mai andato a correre senza le cuffie e non mi sarei di certo mai addormentato senza la mia playlist.

Non è colpa dell’età, e nemmeno come si può pensare dell’epoca nella quale viviamo: quella della bassa risoluzione, quella in cui siamo costantemente immersi e bombardati da un’offerta spaventosa, dove addirittura dobbiamo ritagliarci le nostre zone di silenzio.

Sembra passato un secolo se oggi, me ne rendo conto, non ascolto quasi più nulla. O se proprio devo scegliere preferisco ritornare alla sicurezza del passato, anche se non posso ancora considerarmi vecchio. Eppure ogni decennio sembra un’epoca, e ogni epoca un’epoca lontana, e mi piace pescare laddove so di avere almeno delle certezze.

Tempo fa avevo aperto una newsletter di Rivista Studio, che in un certo senso parlava proprio di questo. Di solito non le apro quasi mai, ma quella mi colpì forse per il titolo: Guardo o riguardo?

L’autore creava un parallelismo tra le abitudini dei figli, ancora piccoli, e le sue: entrambi preferivano leggere cose già lette o guardare film già visti, piuttosto che rischiare di perdere tempo con le novità. Nei bambini è una caratteristica piuttosto ricorrente, ed è vero se penso a mia sorella che guardava sino alla nausea Gli aristogatti, o alla mia cassetta consumata della Spada nella roccia. Secondo un altro pezzo citato nella newsletter, negli adulti invece questa è una cosa recente, forse a causa del cosiddetto mere exposure effect: e cioè quell’effetto che, secondo la psicologia, ci porta a preferire le cose familiari e che conosciamo già, rispetto a quelle sconosciute.

Non so se sia una cosa recente, piuttosto mi sembra una cosa inevitabile.

Penso che a un certo punto succeda e basta. Così come succede che prima o poi uno vada a vivere da solo o smetta di uscire tutte le sere. Si può dire che accada prima in alcuni rispetto ad altri, ma il calo dell’entusiasmo — in generale, figuriamoci verso le novità — è fisiologico. Mi viene naturale pensare che tutto questo in fondo, sia normale, se nei rari momenti in cui ho voglia di ascoltare qualcosa, penso di rifugiarmi in un passato fatto di suoni che so riconoscere all’istante. E di conseguenza, è un fatto che non pensi più alla musica come un tempo, che non la collochi più in cima alle priorità.

Ogni tanto guardo la chitarra che giace in un angolo della stanza a prendere polvere, dentro la custodia. Quello che mi fa desistere dal prenderla in mano è l’idea che potrei scoprire di non saperla più suonare, così come la consapevolezza che non avrei più voglia di imparare un pezzo nuovo.

Probabilmente è solo questione di quanto siamo affezionati ai ricordi, di quanto la mente sia protettiva nei nostri confronti a tal punto da farci idealizzare il passato, trarci in inganno per preservarci da qualcosa che è più grande di noi. È così che noi, fermi e immobili, staremmo finalmente meglio.

Quando penso di opporre resistenza mi ritornano alla mente quei viaggi in macchina, quelle domeniche di tanti anni fa, mi ritorna in mente la voce di mio padre che canta in mezzo alla strada buia, e niente può allontanarmi dal rumore di quel treno che mezzo vuoto e mezzo pieno va veloce verso il ritorno, perché so che tra due minuti sarà quasi giorno, quasi casa, quasi amore.